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Romania

Attacchi patriarcali

Il parlamento rumeno ha approvato il 16 giugno una legge che vieta nelle istituzioni educative a tutti i livelli, dagli asili alle scuole fino all’università, la diffusione di “teorie ed opinioni sull’identità di genere che sostengono che il genere sia un concetto distinto rispetto al sesso biologico”.
Varie associazioni culturali e studentesche hanno manifestato il loro sdegno definendo “medievale” un provvedimento che succede di poco all’abolizione, anch’essa fortemente voluta dalla chiesa ortodossa, dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole decisa in aprile.
Fra le fila di chi protesta trovano spazio anche le teorie queer per le quali il genere non è un concetto diverso e più ampio rispetto al sesso biologico ma è del tutto indipendente e separato da quest’ultimo, arrivando a conclusioni scellerate quali la negazione dell’esistenza stessa del genere femminile e la giustificazione della prostituzione in base ad una presunta “autodeterminazione di genere”.
Queste idee presuntamente “progressiste” e “femministe” ma in realtà false e reazionarie seminano confusione e disorientamento proprio mentre i venti di reazione patriarcale tradizionale stanno soffiando forte contro le donne in vari paesi dell’est europeo. Basti pensare all’Ungheria che ha vietato gli studi di genere già nel 2018 mentre da tempo sono allo studio provvedimenti simili anche in Polonia, dove nel 2016 c’è stato un intento di abolire la legge che riconosce il diritto d’aborto rintuzzato con coraggio e con successo dalla mobilitazione attiva di decine di migliaia di donne.