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Le plastiche del virus

Un miliardo circa, il numero di mascherine che, nei posti di lavoro, ogni mese, vengono utilizzate in Italia (dati Politecnico di Torino). Quelle di sicurezza sono realizzate tutte con fibre sintetiche plastiche. A questa cifra bisogna aggiungere quelle utilizzate fuori dai posti di lavoro e, a settembre, si dovranno sommare anche altre 10 milioni di mascherine al giorno da usare nelle scuole. Se contiamo anche milioni di guanti usa e getta, visiere e occhiali di protezione, forse possiamo tentare di immaginarci le montagne di plastiche che la pandemia sta spingendo a usare e produrre, impiegando grandi quantità di combustibili fossili con relative emissioni di CO2 ed altre molecole inquinanti.

Questi materiali vanno smaltiti. Grandi affari per i industriali e mercanti del settore, grave danno per l'ambiente. Sono materiali non del tutto riciclabili o comunque    non riciclati nella maggior parte dei Paesi. Devono essere manipolati con prudenza dato che, il virus, su di esse può manere attivo da 2 a 5 giorni. Così, strade, fossati, spiagge e acque si stanno costellando di rifiuti plastici da coronavirus. Emergenza sanitaria che produce anche un'altra emergenza ambientale difficile da fronteggiare, se si ragiona solo in termini di costi semplicemente monetari e non si assumono anche i comportamenti adeguati per evitare almeno di disseminare rifiuti ovunque. Esistono strumenti e tecnologie per eliminarli dall'ambiente e/o trasformarli, come gli impianti al plasma che permettono una disintegrazione molecolare dei rifiuti......    ma lor signori sono lesti ad incassare i lauti profitti da coronavirus, ma non disponibili a sostenerne i costi della preservazione ambientale.