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Sudan

di nuovo in cammino

È durata un anno la fragile tregua che ha permesso ai militari di mantenere il controllo sociale, politico ed economico del paese: martedì 30 giugno decine di migliaia di persone, con coraggio e caparbietà, sono tornate nelle strade delle principali città reclamando giustizia per i manifestanti massacrati il 3 giugno 2019, rivendicando lo smantellamento degli apparati repressivi (tuttora saldamente al loro posto) e denunciando l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, mentre si aggrava la situazione sanitaria (il coronavirus ha già provocato oltre 500 vittime).

Cominciate nel dicembre 2018, straordinarie mobilitazioni popolari, giovanili e femminili avevano costretto il regime a disfarsi del suo uomo forte, il macellaio Omar al-Bashir, per trent'anni al vertice di un regime militare corrotto; ma il movimento era rimasto incerto e paralizzato dalla trappola di un accordo, più simile ad un ricatto, che aveva portato a una "transizione" in cui militari e civili avrebbe dovuto condividere le leve del potere.

Le mobilitazioni odierne – così come le attuali richieste dei manifestanti – indicano chiaramente l'evidenza dell'imbroglio. Anche solo per avere giustizia dei massacri di un anno fa, quando centinaia di attivisti e di persone comuni furono uccise e gettate nelle acque del Nilo che attraversa la capitale Khartoum, è indispensabile lo smantellamento di un apparato repressivo di tipo stragista, come ben sanno le genti del Darfur e delle regioni ora indipendenti del Sud Sudan.