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scontri e morti in Etiopia

il riformismo di Abiy al capolinea

L'omicidio di Hachalu Hundessa, popolare cantante e attivista Oromo – il più popoloso e storicamente emarginato tra i circa 80 gruppi etnici del paese – ha suscitato una diffusa indignazione e, purtroppo, scatenato scontri e disordini tra differenti settori di popolazione con la reazione violentissima delle forze di polizia; nel giro di una settimana si contano già oltre 160 morti.

Il fuoco cova sotto le ceneri da tempo, e divampa periodicamente: non è una novità, ed anzi la strage di questi giorni può essere il pericoloso preludio di un conflitto più generalizzato.

Da due anni il primo Ministro Abiy Ahmed, premio nobel per la pace nel 2019, cammina sull'orlo di un vulcano; ha provato a introdurre riforme, legalizzato partiti d'opposizione, cavalcato la precaria tregua con l'Eritrea, cercato finanziamenti internazionali senza legarsi a nessuno; ora i nodi stanno venendo al pettine.

Un rapporto di Amnesty International, reso noto a maggio, denuncia la spietata violenza dell'apparato repressivo che nel solo anno 2019 ha compiuto migliaia di arresti arbitrari, sfratti e decine di omicidi extragiudiziali: espressione della storica frattura tra le diverse componenti etniche e di annosi contenziosi sulla proprietà delle terre. A livello internazionale, la costruzione della grande diga sul Nilo fa crescere le tensioni con il Sudan e soprattutto con l'Egitto, mentre i finanziatori arabi e cinesi cominciano a chiedere il conto.

Il paese è lacerato perché lo sono le comunità e le persone che lo compongono, e lo sono da molto tempo. Non sarà un presidente "riformista" a cambiare dall'alto questa situazione.