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Tra i più fragili e vulnerabili


La pandemia del coronavirus coinvolge l’umanità intera in ogni angolo del pianeta, ma esistono grandi comunità coatte di uomini, donne, bambini, che sono in condizione di maggiore vulnerabilità e che rischiano di subire le peggiori conseguenze di questa pandemia. Sono i rifugiati e le persone che vivono nei campi profughi. Per loro poter rispettare anche le minime disposizioni precauzionali – lavarsi accuratamente le mani con il sapone, mantenere la distanza di sicurezza dove mediamente vivono 7 persone in meno di venti metri quadrati – non è nemmeno immaginabile. Tanto meno hanno a disposizione sufficienti strutture sanitarie adeguate alla cura delle persone colpite dal virus. La diffusione del Covid-19 nei campi per rifugiati è una catastrofe silente perché non trova spazio nell'informazione. I profughi nel mondo sono quasi 71 milioni e oggi non ricevono assistenza se non quella dei volontari. I governi, al contrario, approfittano dell'emergenza per blindare i confini come avviene in Europa, respingere in mare come avviene in Italia e Grecia, deportare come in Ungheria o addirittura sparare contro coloro che cercano di uscire dai campi come è accaduto nelle scorse settimane in Marocco, Libia, Siria, Libano e Bangladesh. Invece sono migliaia i volontari – medici, infermieri, insegnanti, persone comuni – che a rischio anche della propria vita, con guanti e mascherine spesso autoprodotte nei campi, sono accanto a questa umanità ancora più fragile e vulnerabile.