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Volontariato in Africa: sciacquiamo via i pregiudizi.

Tra i tanti di post infamanti che ho letto su Silvia Romano, uno in particolare ha attirato la mia attenzione: è il video di una donna che, con tono definitivo e borioso, racconta di aver svolto nell'86 la sua professione di chirurgo in Etiopia.

L'Africa, afferma la dottoressa "manca di tecnici, in compenso è ricca di Africani che sanno fare un mucchio di lavori". Quindi – continua – "se sapete amputare un arto, seguire un parto, se siete ingegneri o medici ed andate nel terzo mondo siete soccorritori, se non sapete fare nessuna di queste cose siete sciacquine, individui senza competenza che se ne vanno per il mondo con il loro zainetto, e se andate in terra d'africa è per fare il selfie col bambino africano".

A parte la triste e maschilista scelta di usare il termine "sciacquine" per attaccare una categoria di persone di cui fanno certamente parte moltissimi uomini, non capisco questa idea che sia legittimato ad andare nel terzo mondo solo chi può esportare la propria competenza tecnica. Tutti gli altri rientrerebbero nel brano di egocentrici che ostentano la loro improvvisata filantropia postando foto circondati da bambini neri.

Questo approccio, secondo me, trasuda superiorità ed è molto superficiale, dal momento che si fonda sul pregiudizio che la solidarietà possa essere espressa solo se si ha qualcosa di concreto da dare e da insegnare.

Non mettendo in dubbio l'importantissimo contributo dei tecnici e degli specialisti, mi sfugge il motivo per il quale "giovani incompetenti" abbiano tutto il diritto di andare a scoprire indisturbati ogni parte di mondo, ma divengono "sciacquine" con il complesso del buon samaritano se spendono soldi per andare a vedere con i propri occhi terre distrutte dal colonialismo, schiacciate dal capitalismo e umiliate dalla distorta narrazione che ti fa credere che l'unica faccia del continente Africano (54 stati, 1,216 miliardi di persone) sia quella del bambino sofferente.

Mi chiedo se serva una laurea in medicina o un dottorato in ingegneria perché la voglia di scoprire il mondo venga rispettata.

Non fraintendetemi, io difendo la competenza - che oggi sembra essere diventata uno stigma più che un merito - e ritengo che per intraprendere esperienze di questo tipo non si possa prescindere dalla professionalità degli accompagnatori.

Sostenere, però, che la competenza tecnica sia il presupposto indispensabile, quasi una patente, per andare a trascorrere un'esperienza nei villaggi africani mi sembra un errore.

Si può vivere questa realtà anche e soprattutto in quei momenti in cui le nostre competenze non sono ancora compiute e si stanno solo sedimentando. Anzi, credo proprio che questo bagaglio di esperienze possa contribuire a rendere le nostre future competenze molto più consapevoli.

Perché poi si senta il bisogno di attaccare ragazzi/e che si impegnano in prima linea per portare avanti le idee ed i progetti della cooperazione no profit, svilendo e sminuendo il loro operato mi rimane oscuro.

Le cooperative e le onlus attraverso le quali molti giovani come me fanno queste esperienze nascono con l'intento di aiutare i più poveri della terra, finanziando studi, progetti o comprando beni di prima necessità troppo spesso inaccessibili per quel 10% della popolazione mondiale costretta a vivere con meno di 1,90 $ al giorno.

La salute è necessaria, ma la vita non basta a sé stessa, non si può pensare che l'unico contatto opportuno e giustificato debba avvenire dentro una sala operatoria. Forse, per deformazione professionale la Dottoressa pensa che l'esistenza umana si riduca al coordinato funzionamento di vasi sanguigni, organi, nervi e ossa. Indispensabile per sopravvivere, ma non certo sufficiente per vivere.

Caterina Frosali

moltani

Valbrona 25 marzo 2020

Alle compagne e ai compagni de “La comune” e alla “ Corrente umanista socialista"

Care compagne e compagni, in questi giorni difficili abbiamo pensato spesso a voi consapevoli che se stiamo reagendo offrendo solidarietà e protezione a chi è in difficoltà, a chi ha troppa paura, a chi è anziano e fra noi della casa di accoglienza, operatori e operatrici, mamme, bimbe e bimbi, se oggi abbiamo così cura di noi tutti e tutte, gran parte lo dobbiamo a voi

Fin dalla nostra fondazione (2015) ci siamo ispirati a voi nel rendere protagonisti le immigrate e gli immigrati nel progetto, nel costruire un’accoglienza umana che insegni una convivenza nel rispetto del bene di tutti e tutte, confrontandosi assieme e in profondità su valori e principi da cui partire.

In questi anni tutto il nostro coordinamento, tutte le nostre operatrici e tutti gli operatori, alcune nostre volontarie e alcuni volontari, hanno partecipato ai seminari della CUS e questo ci sta permettendo di affrontare con responsabilità quello che sta accadendo comprendendo l’importanza di ognuno e ognuna di noi, della cura di sé e degli altri e di chi da sempre c’è vicino e ci ha aiutato nel realizzare il nostro sogno.

In questi anni con il vostro giornale, i vostri libri, convegni, seminari, festival ci avete insegnato a reagire alla decadenza ed a essere migliori .

E’ per tutto ciò e tanto altro ancora che come associazione si è deciso di aiutarvi in questo momento difficile, sospendendo fino a fine Aprile la nostra campagna di autofinanziamento “ adotta una mamma con bimba / bimbo “ per impegnarci tra i nostri soci e socie, volontarie e volontari, operatori e operatrici, amici e amiche a raccogliere fondi da destinarvi.

Per fine Aprile vi faremo avere la somma raccolta.

Non sarà molto, siamo una piccola associazione che però in questi anni abbiamo accolto nella nostra casa 50 persone, quasi tutte donne e bambini/e provenienti dai lager Libici .

Per tutto ciò che rappresentate per noi è importante dimostrarvi la nostra vicinanza con questo piccolo gesto.

Un caloroso abbraccio da tutti e tutte noi di Associazione Donatella “Lella” Moltani ONLUS.


All’Associazione Donatella “Lella” Moltani Onlus

Cari e care,
abbiamo molto apprezzato nella riunione della nostra Direzione Teorica Metodologica la vostra lettera e vi scrivo per ringraziarvi calorosamente a nome di tutti noi per la vostra scelta di impegnarvi nella raccolta di donazioni per la campagna di autofinanziamento de La Comune e della Corrente Umanista Socialista “contrastiamo la cattiveria e la miseria. Più umani, più ricchi”.
Questa decisione ci dona fiducia ed è uno sprone nel nostro impegno per curare e migliorare la vita assieme. Ha un particolare valore anche per la difficile situazione che vivete in Lombardia e a maggior ragione vi siamo vicini nel vostro impegno di accoglienza e solidarietà in questo frangente di emergenza per l’epidemia. Una situazione che mette alla prova la nostra umanità e la possibilità di poter vivere diversamente da come cercano di imporre lo Stato e i poteri oppressivi, gli stessi che incarnano e alimentano il razzismo, la violenza e perpetrano il crimine dei campi lager in Libia. Si può scegliere chi si vuol essere e prospettare aggregazioni libere che si sottraggono a tutte le logiche oppressive.
La vostra scelta è un ulteriore incentivo per migliorarci e per sviluppare e rafforzare le nostre relazioni a partire da quella storica con Edo e con tutti voi. E’ un’espressione del legame umano che già ci vede insieme, come ricordate nella vostra lettera, attraverso i seminari, il giornale La Comune, i libri, i Convegni, i Festival, le manifestazioni antirazziste come quella a Roma del 10 novembre del 2018. Speriamo di poterci rivedere presto nella nostra Casa della Cultura a Vallombrosa e di poter venire a trovarvi a Valbrona.

Un caloroso abbraccio a tutte e tutti
Renato Scarola per la Direzione Teorica Metodologica della Corrente Umanista Socialista

28 marzo 2020

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Logica dei numeri e nuove coscienze

Numeri.

I numeri fanno parte da sempre della nostra vita.

Soprattutto è forte nei poteri oppressivi la tentazione di ridurre la complessità dell'essere umano attraverso l'artifizio dei numeri.
L'esempio più aberrante ci riporta all'abominio nazista, che impose un marchio disumanizzante a dannazione eterna dei propri nemici, che avevano la sola “colpa” di volere contrastare e superare quel presente distopico. Rappresenta il più triste e distruttivo apice di quella ragion di Stato sulla cui perenne contrapposizione con la ragione sentimentale ha riflettuto bene Dario Renzi nello scritto di marzo 2020 che è stato di ispirazione per il pensiero qui espresso.
Da numeri e codici siamo ormai sommersi anche nella nostra “normale” quotidianità. Appena nasciamo ci viene dato un codice che non a caso è detto fiscale, a rimarcare fin da subito la natura dello Stato del quale come cittadini entriamo a far parte in maniera coatta. Il numero da ordine, serve a semplificare, a livellare, in una certa maniera rassicura e astrae ogni riflessione riportandola su un piano puramente razionale e non sentimentale. La logica del numero appartiene di diritto a quella “ragione di Stato” che tenta di insinuarsi costantemente tra i popoli, è l'esercito silenzioso che nella sua dimensione peggiore impone il proprio dettame nel caos creativo e colorato della nostra umanità. Esempi di incoerenze non mancano: i poteri si oppongono a gran voce all'esposizione di un numero di identificazione per le forze dell'ordine da poter denunciare con forza in caso di soprusi, senza minimamente interrogarsi sul perché un corpo predisposto alla sicurezza delle persone dovrebbe trovarsi nella condizione di compierli, quei soprusi. Anche nell'emergenza sanitaria che stiamo vivendo i numeri sono tornati prepotentemente a scandire il nostro quotidiano, usati come un ariete medievale per sfondare ogni minimo tentativo di riflessione più approfondita, più sentimentale. Si contano i morti, i malati, i guariti, e le persone comuni diventano solo una cifra da esporre in un bollettino giornaliero, mentre le nostre sensazioni vengono calpestate o al contrario strumentalizzate per fini propagandistici e di pessima comunicazione. Nessun tentativo di riflessione nel merito di quello che sta succedendo alla specie umana proviene dai poteri oppressivi. Anche in questa situazione torna alla ribalta una burocrazia che scova nei numeri diversi assi da giocare: un codice pin da una parte, una cifra in euro dall'altra (il prezzo delle nostre libertà), e poi un metro di distanza interpersonale, forse un metro e otto, insomma basta stare distanti e #andràtuttobene. Poi la tombola delle date: 8 marzo, 4 maggio, forse 27 aprile, di sicuro 30 giugno, giorni e numeri che ci prospettano un futuro incerto fuori dalle nostre mura. Giusto, ma fuori per fare cosa? E soprattutto, per farla come? Per tornare a lavorare e quindi produrre, naturalmente. Di nuovo non si parla di socialità, di umanità, di ripresa delle relazioni, di critica al sistema produttivo che abbiamo sostenuto e che ci ha portato fino a qui, tutto può essere posticipato e messo in discussione tranne il lavoro, anzi, con un abile gioco linguistico... oplà, il lavoro diventa smart e il gioco è fatto. In questi mesi il sentimento instillato nella gente comune, numero dopo numero, è stato sicuramente quello della paura, del terrore, della paura del contatto più che del contagio. Non un ragionamento è stato fatto per confrontarci su come ottimizzare in direzione umana la terribile necessità di misure sanitarie che ci hanno protetto ma allontanato gli uni dagli altri, dai nostri cari, dalle nostre passioni, che ci hanno allontanato da tutto quello che ci rende più profondamente umani e che ci riconsegna invece alla semplice dimensione civilista di cittadino, uno fra i tanti, un numero da preservare e, nell'occasione, sanzionare e tamponare. Ci è stato detto che ci verranno date delle coordinate, altri numeri, escamotage metodologici pronti all'uso: chi potrà tornare ad uscire, come potrà farlo, come si potrà tornare ad una quotidianità che almeno nell'immediato sembra assumere sempre di più i contorni di una sopravvivenza selvaggia... fino a quando? Fino al vaccino? Fino alla fine delle possibilità personali? Fino al collasso degli Stati o al trionfo di una società tecnocratica e totalmente disumanizzata? Invece le coordinate di cui abbiamo tutti un immediato bisogno sono quelle più profondamente umane, più sentimentali, abbiamo il diritto-dovere di provare a scegliere, approfondire e applicare una ragione sentimentale da contrapporre a quella, imposta e non scelta, degli Stati. Le coordinate che fanno parte di questa ragione le abbiamo cominciate ad esplorare: c'è una tensione positiva alla vita ed al ben-essere, il diritto di cercare e coltivare rapporti interpersonali nel segno del rispetto e della reciproca comunanza. In questo, una speranza sembra esserci e qualche numero può essere dalla nostra parte: ad esempio i giorni passati in isolamento, ormai oltre i cinquanta, un'eternità nella ormai stanca percezione comune ma un soffio di vento se si pensa all'eternità di una vita vissuta consapevolmente. Eppure questi giorni sembrano essere stati sufficienti per far (ri)emergere o rafforzare il barlume di un desiderio che sia altro dallo stanco trascinarsi, una sensazione di profondo disagio legata soprattutto al profondo annullamento di ogni positiva dimensione umana e che sembra tendere, anche se in maniera embrionale, alla ricerca di una coscienza più consapevole di quella imperante nelle nostre vecchie “normalità”. Se penso al mio percorso come umanista socialista, vedo nel periodo appena trascorso un'opportunità per radicalizzare al meglio il mio impegno, e più questa radicalizzazione sarà onesta e condivisa tanto i benefici andranno oltre la mia sola persona. Infatti, quando le porte delle case si apriranno e torneremo ad invadere le strade con la nostra umanità, dovremmo essere pronti ad accogliere le nostre vecchie e nuove paure, i nostri desideri e proiettarli nel mondo che sarà, accompagnando e accompagnandoci con le coordinate che con tanto bellissimo impegno stiamo cercando di approfondire e fare nostre. Il rischio di ricadere nei vecchi vizi, nelle antiche abitudini, in schemi già troppe volte reiterati che soffocano e assassinano le coscienze sarà purtroppo fortissimo. Questo senso di disagio e primitiva tensione verso la vita che la gente comune sembra aver riscoperto sarà come un piccolo fiore appena sbocciato e che abbiamo il dovere di proteggere. La sfida si gioca in punta di bussola: indicare un nord più giusto e più umano dovrà essere il compito di tutte le donne e gli uomini che vorranno vivere, approfondire e sperimentare una nuova ragione sentimentale, e sarà un viaggio che avrà senso e successo solo se compiuto assieme, ognuno col suo fiore, nella speranza di dare vita al prato fiorito delle nostre nuove coscienze.
Riccardo B.

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LETTERA ALLA REDAZIONE DE LA COMUNE


Siamo un gruppo di insegnanti della Scuola dell'Infanzia Comunale di Genova.
La nostra scuola si trova a due passi dal Ponte Morandi e il quartiere è quello di Sampierdarena, ad alta densità abitativa, un quartiere multietnico, con molte potenzialità ma anche altrettanti problemi sociali. La convivenza non è semplice, la “società di estranei” è anche una società disgregata. Tuttavia sono molte le persone che provano ad interpretare una controspinta, e ancora una volta proprio nelle difficoltà ne abbiamo avuto l'ennesima prova. Qualche tempo dopo il Lockdown, molte delle famiglie della nostra scuola hanno cominciato ad avere problemi economici. Il lavoro, spesso in nero e già sottopagato, è mancato improvvisamente. Nessun libretto di risparmio. I buoni del Governo non arriveranno, sono famiglie “straniere”! Come sappiamo tutto questo? Perché dall'inizio noi, insieme ad altre colleghe, ci siamo rifiutate di svolgere la “didattica a distanza” nel modo in cui ce lo hanno chiesto. Abbiamo usato il telefono per sentire, parlare, “vedere” direttamente i bambini e le bambine, abbiamo giocato con loro, li abbiamo guidati gli uni verso gli altri, gli abbiamo spiegato cosa succedeva, abbiamo fatto il possibile (in questo caso il limite lo detta lo strumento del caso, cioè la tecnologia leggera!) perché non si sentissero soli, perché fossimo “lontani ma per mano” (è il titolo del nostro progetto!). Cioè, abbiamo messo al centro, pur in emergenza, la relazione con ognuno di loro. Ma non partivamo da zero! La relazione è ciò su cui alcune di noi hanno impostato il proprio lavoro da sempre e a maggior ragione dopo la tragedia del Ponte Morandi che ci ha toccato da molto vicino. Questo approccio ci ha permesso di “entrare”nelle case dei nostri bimbi e bimbe in punta di piedi, con uno sguardo affettuoso e fiducioso, e così abbiamo capito le difficoltà che in molti cominciavano a vivere. Nel quartiere è attiva S. Egidio, nel giro di due settimane abbiamo visto triplicare le persone che vi si recano a prendere pacchi alimentari. I supermercati non mancano nel quartiere ma raccolgono per la Protezione Civile che qui abbiamo visto poco.
Così abbiamo proposto ad altre colleghe la costruzione di una rete solidale, che inizialmente ha indirizzato le famiglie in difficoltà a centri di aiuto della zona con un canale privilegiato. Ma poi ci siamo rese conto che non funzionava: è un aiuto spesso impersonale, una modalità che mette al centro il cibo, non le persone, che non si conoscono. Le nostre mamme ne soffrivano, la loro dignità ne soffriva. Avevano la tavola ma non il cuore pieno! Improvvisamente abbiamo capito di cosa c'era effettivamente bisogno: un aiuto riempie di più se è motivato dalla conoscenza reciproca! Abbiamo così cominciato a raccogliere donazioni e creato una cassa solidale. Abbiamo cercato negozi della zona misurando la disponibilità a darci una mano. E abbiamo cominciato a fare la spesa di roba fresca, carne, verdure, frutta, latticini e formaggi per poi distribuirla alle nostre famiglie. Qualcuna di noi ha chiesto sostegno ad amici e parenti. E puntualmente è arrivato. Siamo state contattate da altre insegnanti, questa volta della Scuola Primaria del quartiere, chiedendoci aiuto per alcune delle loro famiglie ma offrendosi di aiutare per quanto possibile, perché abitano in un altro quartiere ma sono con il cuore qui, con i loro bambini. Si sono moltiplicate le conoscenze, persone speciali, con cui, senza essersi mai incontrate, siamo state ore al telefono discutendo della sciocchezza che rappresenta la didattica a distanza, il pericolo della tecnologia leggera, la solitudine dei bambini che non si colma con l'aula virtuale, i diritti dei bambini, la discriminazione che stiamo involontariamente legittimando, lo scempio che rappresentano i politici e questo Governo. È meraviglioso scoprire le persone, conoscerle! Meraviglioso ed emozionante e infonde fiducia e speranza scoprire affinità con qualcuno di cui puoi solo immaginare i tratti del viso, a partire dalla voce che senti al telefono! Ma ti ritrovi a ridere e a commuoverti a riportare una frase detta da una mamma appena conosciuta a cui hai allungato uno scatolone di alimenti per lei e i suoi 4 figli: lei ti dice, tra le lacrime, che “non è importante la quantità di cose che mi date, ma voi lo fate con un sorriso, avete uno sguardo amico, sento il vostro cuore con me e così io non mi sento più sola!”
Il giro si espande. Le famiglie aumentano. E anche chi sostiene. Adesso siamo un bel gruppo. Il punto è come proseguire, organizzando tutto nella massima sicurezza per tutti. Noi vogliamo che tutti si sentano utili, chi offre e chi riceve, ognuno secondo quanto gli è possibile, perché tutti siamo soggetti di solidarietà. Non abbiamo una formula da applicare ma coordinate umane e solidali. Chi ha cominciato questo percorso sta ricevendo più di quanto ha dato. E il circolo virtuoso che le persone stanno alimentando è attrattivo perché ricco, prospettico perché getta le basi per una nuova vivibilità in comune. Lo sapremo guidare? Ne sapremo trarre lezioni umane? Saremo capaci di parlarne ad altri perché possa diventare un esempio? Come sempre dipende da ognuno di noi!


Sara B. e Monica M.
Genova, 3 maggio 2020

Il valore della vita

Perdere un collega di lavoro contagiato dal coronavirus suscita emozioni, domande, riflessioni. Aulo lavorava al comune di Roma, era conosciuto da tante persone, non si tirava indietro quando c’era da dare una mano, si esprimeva con gentilezza e ironia. L’ho conosciuto nei primi anni della mia esperienza lavorativa, lui poco più grande. Una di quelle persone che incontravo con piacere quando periodicamente si svolgevano le operazioni elettorali. Il pensiero di una persona che viene a mancare risuona sentimentalmente nel nostro mondo interno, è parte di quella soggettività molteplice che ci costituisce e che possiamo imparare a comporre beneficamente. Chiama in causa il valore della conoscenza, come la possiamo ricercare, curare, approfondire, qualificare in ragione del bene che cerchiamo e quanto tutto questo, spesso, non lo pensiamo sufficientemente.

Pensare Aulo e la sua malattia significa anche chiedersi se le cose potevano andare diversamente, considerato che stanno emergendo diversi casi positivi al coronavirus fra le lavoratrici e i lavoratori del comune di Roma. Abbiamo denunciato e protestato per l’assenza di misure di protezione nelle attività o per il grave ritardo nel collocare in lavoro agile la gran parte del personale. Parlano di “benessere organizzativo”, in realtà il lavoro coatto continua a essere una dimensione dell’esistenza in cui la vita di chi lavora è messa a rischio dalla logica mortifera dei poteri oppressivi. Pensiamo quante persone hanno lavorato e continuano a lavorare senza dispositivi di protezione, a cominciare dagli ospedali dove i primi contagiati sono stati medici e infermieri. Pensiamo alle attività non indispensabili ad assicurare la vita nell’emergenza, che hanno continuato a svolgersi senza sicurezza alcuna. Per padroni e Stato la cosa che conta non è la vita ma la salvaguardia dei profitti aziendali e gli interessi dei ricchi burocrati pubblici. Tutto questo è successo anche nel comune di Roma facendo nascere interrogativi fra tante/i colleghe/i di lavoro riguardo alle logiche istituzionali. Piccoli segnali di riscatto emergono, dalle tensioni solidali verso chi rischia di più, al pensiero che è importante prendersi cura avendo fiducia l’una/o nell’altra/o senza affidarsi a chi dirige, all’iniziale riconoscimento almeno di una comune condizione umana. Siamo nel mezzo di un crocevia. Il modo in cui guardiamo dentro di noi, lo sguardo che volgiamo al mondo, alla vita, alle altre e agli altri possono aprire la strada a una possibile alternativa, assieme. Possiamo (ri)scoprire le tensioni più intime e benefiche che ci animano, coltivarle e indirizzarle provando a essere persone migliori. Possiamo provare a qualificare le relazioni fra colleghi, imparando ad ascoltarci, essendo sinceri e leali, riscoprendo e coltivando il sentimento di solidarietà e contrastando egoismi e competitività tanto diffusi sul lavoro. Possiamo (re)agire attivando la ragione sentimentale per valutare quello che sta accadendo, pensare chi siamo e immaginare chi possiamo essere, affermando il valore della vita anche in luoghi di lavoro insicuri e alienanti, contro la cinica ragion di stato*.

Marco Ralli

*Rif. "Ragione sentimentale vs. ragion di Stato”, di Dario Renzi, in La Comune 356 e in home page di questo sito.

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