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Contro il virus dal mondo

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Ieri e oggi

Il processo ad Eichmann

Trentanove anni fa, in questi giorni, aveva inizio a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann, mente organizzativa dello sterminio degli ebrei e dei Rom nell’Europa occupata dal nazismo. Per la prima volta dopo i processi di Norimberga svolti alla fine della guerra, i sopravvissuti testimoniarono dell’orrore vissuto; il processo, che ebbe una enorme eco in tutto il mondo, si concluse con la condanna a morte del giudicato. Gli obiettivi erano mostrare al mondo che le vittime giudicavano i loro aguzzini e legittimare lo Stato di Israele come supremo giudice in nome del popolo ebraico. La cronaca delle 120 sedute del processo svolta da Hannah Arendt fu pubblicata sulle pagine del New Yorker e poi in un'eccezionale raccolta dal titolo La banalità del male.

Analogamente, oggi, in Germania – dove una legge statale permette di processare tutti gli accusati di crimini contro l’umanità, ovunque siano stati commessi – vengono giudicati due criminali del regime siriano. Come tanti altri, anche questo processo permetterà alle vittime e alle associazioni che le rappresentano di testimoniare dei crimini e dell’orrore del sanguinario Assad e dei suoi aguzzini. Ma in nessun modo – così già è stato per tutti gli eventi di questo tipo svoltisi dal dopoguerra ad oggi – le vittime otterranno un'umana e quindi autentica giustizia. Mentre lo stato tedesco potrà autoassolversi dalle proprie complicità con il regime siriano, aspetto non meno importante vista la logica a cui rispondono questi processi. (F.B.)

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Messico, Ciudad Juárez

“Le società statunitensi a Ciudad Juárez non si sono fermate nonostante il decreto del governo messicano. Sono una delle fonti di contagio più temute”. Susana Prieto, avvocatessa, denuncia: “E cosa fa il governo (messicano)? Ha detto di aver pensato ai poveri, perché (...) è un crimine quello che stanno facendo con loro”. In quelle compagnie (le maquiladoras), installate decenni fa sul confine tra gli USA e il suo vicino, lavorano a Juárez oltre 300.000 persone, la maggior parte delle quali donne con salari miserabili. Su di loro si è abbattuto il femminicidio machista (oltre 2.500 vittime dal 1993 al 2019) e ora il virus. Esse sono “pezzi di ricambio” per multinazionali come Electrolux e per il Consiglio nazionale dell’industria maquiladora, Index (una sorta di Confindustria del manifatturiero messicano N.d.R.) che preme perché "questi sono affari ed è urgente che l'economia riparta". 

 

México, Ciudad Juárez

«… las empresas estadounidenses en Ciudad Juárez, no se han parado pese al decreto del Gobierno mexicano. Son uno de los más temidos focos de contagio». Susana Prieto, abogada, denuncia: «¿Y qué hace el Gobierno (mexicano)? Decía que miraba por los pobres, pues (…) es un crimen lo que están haciendo con ellos» (ídem). En esas empresas (las “maquiladoras”), instaladas hace décadas en la frontera entre EE.UU. y su vecino, trabajan en Juárez más de 300.000 personas, en su mayoría mujeres por salarios miserables. Sobre ellas se ha cebado el feminicidio machista (más de 2.500 desde 1993 hasta 2019), y ahora el virus. Ellas son piezas de recambio para multinacionales como Electrolux y el Consejo Nacional de Maquiladoras, Index, que machaca con que «esto es un negocio y urge que se reactive la economía». 

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