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Contro il virus dal mondo

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senza tetto né pace

Un esodo biblico. Sono ottanta milioni le persone nel mondo costrette in fuga da guerre e catastrofi; un essere umano ogni 100, quasi la metà dei quali bambini. Appena dieci anni fa, nel 2010, erano 40 milioni; oggi sono il doppio, e di questa triste conta non fanno parte tutti coloro che hanno perso la vita di fronte a un muro di mattoni o d'acqua che impedisce la salvezza. Non stupisce quali siano i paesi d'origine in testa a questa drammatica classifica: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan (lo Stato di più recente costituzione al mondo). Qualcuno si sorprenderà forse nello scoprire invece che tra i paesi che "accolgono" i profughi non risultano i ricchi Stati uniti né alcuna fra le democrazie d'Europa.

I dati assoluti e la rapidità di progressione numerica sono impressionanti ma non dicono tutto. Ancor più significativo è il fatto che quella di sfollato o profugo sia una condizione esistenziale normale e, sempre più spesso, una condanna definitiva. È questa "l'aspettativa di vita" che un sistema mortifero, decadente e in crisi riserva agli ultimi.

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Il cammino incerto degli "ultimi"

La pandemia continua ad avanzare in Africa e ne coinvolge tutti i paesi. Al 18 giugno L'Oms censisce 267.818 casi totali, 7.219 decessi , 137.545 ancora ricoverati e 123.054 guarigioni. Nello scenario continentale emerge con particolare nitidezza la questione della particolare esposizione di medici, infermieri ed altro personale sanitario, in prima linea e privo di dispositivi di protezione.

I numeri del continente sono minori in confronto a quelli registrati in altre parti del mondo, ma rilevanti considerando le sue condizioni generali e hanno già pesanti ricadute sulle persone e sulle società. La povertà e le pressioni quotidiane hanno provocato dappertutto mobilitazioni e proteste, a volte violente, che hanno ovunque costretto i governi ad alleggerire le misure di confinamento e le restrizioni perché non hanno alternative credibili da offrire a popolazioni costrette ad arrangiarsi per vivere. Fanno eccezione paesi come l'Algeria, dove la pandemia ha viceversa dato un pretesto a regimi messi in grandi difficoltà da precedenti mobilitazioni sociali, per stringere ulteriormente le maglie della repressione.

Più in generale si è creata una situazione di sospensione e di attesa, in cui convivono paure e speranze e si affollano interrogativi. A quelli attinenti la finora relativa diffusione della pandemia rispetto agli altri continenti se ne aggiungono altri, più pressanti: quanto potrà permanere questa situazione, in cui la pandemia, pur non effettivamente controllata, non dilaga? Sarà possibile reggere l'urto del virus fino alla scoperta di rimedi e di vaccini efficaci e accessibili anche ai dannati della terra?

Dagli Stati e dagli organismi internazionali che li "affiancano", come l'Oms, non giungono certo elementi di risposta, mentre le persone ed i settori più reattivi sono totalmente assorbiti dalle emergenze quotidiane. Al crocevia attuale le società africane giungono attingendo abbondantemente al potenziale di resilienza sedimentato affrontando le tragedie ed i flagelli che hanno scandito la "deriva" del continente (guerre , catastrofi naturali e non, altre pandemie...), lottando e resistendo sempre, ma non sapendo bene come continuare, oggi più che mai.

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Libano

tra mascherina e bavaglio

Di nuovo in piazza a Beirut mercoledì 17, questa volta davanti al palazzo di giustizia per contestare la volontà espressa dai più alti esponenti della magistratura di applicare un vecchio articolo del codice penale che punisce qualunque attacco alla presidenza della repubblica: un modo come un altro per imbavagliare ogni critica. E sono state molte le critiche, gridate nei mesi scorsi per le strade delle principali città libanesi: giovani e tante donne hanno affermato il proprio protagonismo contro un sistema politico campione di corruzione, denunciando l'impoverimento generale della popolazione e contestando la rigida spartizione confessionale delle principali cariche pubbliche, vero e proprio pilastro dei fragili equilibri tra le diverse componenti della società libanese. "Siamo qui per reclamare i nostri diritti e difendere la nostra dignità. Continueremo", scandiscono i manifestanti.

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Le razze non esistono, le etnie invece sì

 Le etnie esistono: non sono un sinonimo “presentabile” di razze - come in certi discorsi politici e accademici o nei mass media - ma un tipo di identità e di aggregazione sociale, un’espressione dell’inevitabile differenziarsi anche collettivo della nostra specie. Le etnie si formano e trasformano, si fondono o si frammentano, nascono o scompaiono condividendo esperienze, lingue, usi e costumi, rapporti familiari e sociali, modi di vivere, convinzioni morali ed etiche, sentendosi e pensandosi affini ed uniti e sedimentando tutto questo in culture attraverso processi storici, dinamici, mutevoli e complessi in cui cruciali sono le coscienze delle protagoniste e dei protagonisti.

Confondere etnie e razze è sbagliato e pericoloso perché trasforma ideologicamente una forma di identificazione (e differenziazione) collettiva, sempre in divenire e costantemente rielaborata dalle donne e dagli uomini, in entità menzognere, fisse ed assolute, destinate irrimediabilmente a rapporti reciproci di estraneità, sottomissione o conflitto, cosa che fa ovviamente comodo a chi vuole opprimere.
Se, invece, partiamo dalla nostra comune umanità differente possiamo imparare a pensare le identità e comunità etniche con una logica interetnica di incontro rispettoso, di conoscenza reciproca attenta, di tolleranza e pacificazione, di cooperazione, dialogo e condivisione, di comunanza umana libera e benefica. Fuori e contro ogni logica oppressiva, di separazione e inimicizia.

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