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Contro il virus dal mondo

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Usa

La democrazia uccide anche i bimbi 

“Tolleranza zero” in relazione all’ingresso di immigrati latinoamericani dalla frontiera col Messico, detenzione e separazione dei minori dai loro genitori una volta che sono catturati dalle guardie di frontiera: sono i tratti più disumani e violenti della politica di Trump sull’”immigrazione clandestina” alle frontiere meridionali degli Usa.
Felipe Gomez Alonzo aveva otto anni e Jakelin Caal sette, entrambi provenienti dal Guatemala: sono morti nel 2018 durante la detenzione negli Usa perché non hanno ricevuto cure mediche in tempo, per infezioni che potevano essere facilmente curate. Lo ha recentemente stabilito una inchiesta ufficiale, ma queste pratiche disumane sono tuttora in corso e si stima che siano almeno 5.400 i bimbi/e che, durante l’amministrazione Trump, siano stati separati dai genitori e detenuti. Le preoccupazioni per loro aumentano in questa fase di emergenza Covid nel paese.
Il negazionismo criminale, irrazionale e irresponsabile nei confronti del contagio Covid, le brutalità verso gli afroamericani e le minoranze, la disumanità e la violenza verso i più vulnerabili ed indifesi sono facce della stessa medaglia: la democrazia nell’era Trump.

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Yemen, guerra contro le persone e l'ambiente

La nave cisterna Safer, di proprietà della maggiore compagnia petrolifera yemenita è ancorata dal 1998 al largo della costa nord-occidentale dello Yemen, sul Mar Rosso. Dal 2015, a causa delle incursioni dell'aviazione saudita contro i ribelli Houti che controllano la zona, non viene effettuata alcuna manutenzione. Adesso, per effetto della corrosione, da un momento all'altro si potrebbe verificare una falla se non addirittura un'esplosione che provocherebbe il riversamento in mare di oltre un milione di barili di greggio che contiene, provocando una catastrofe ambientale immane e aggravando l'emergenza umanitaria in corso in quella zona. La popolazione locale è da diversi anni vittima di una guerra dimenticata che sembra non aver fine, portata avanti dall'Arabia Saudita che sostiene il governo centrale contro i ribelli Houti appoggiati dall'Iran. La pesca rappresenta qui una delle poche fonti di approvvigionamento alimentare ancora disponibili. Il riversamento di petrolio, oltre a devastare uno degli ecosistemi più delicati e peculiari del Pianeta, aggraverebbe le condizioni di vita di gente già allo stremo, colpita da fame, sete e tante malattie, compresa Covid19.
La guerra produce sempre devastazioni umane ma anche che ambientali, in una spirale perversa che ancora poco si denuncia. La produzione e l'uso delle armi rappresentano infatti uno dei principali fattori di inquinamento diretto, di emissioni di gas serra e di produzione di rifiuti tossici e radioattivi, contribuendo pesantemente anche ai cambiamenti climatici.

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Romania

Attacchi patriarcali

Il parlamento rumeno ha approvato il 16 giugno una legge che vieta nelle istituzioni educative a tutti i livelli, dagli asili alle scuole fino all’università, la diffusione di “teorie ed opinioni sull’identità di genere che sostengono che il genere sia un concetto distinto rispetto al sesso biologico”.
Varie associazioni culturali e studentesche hanno manifestato il loro sdegno definendo “medievale” un provvedimento che succede di poco all’abolizione, anch’essa fortemente voluta dalla chiesa ortodossa, dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole decisa in aprile.
Fra le fila di chi protesta trovano spazio anche le teorie queer per le quali il genere non è un concetto diverso e più ampio rispetto al sesso biologico ma è del tutto indipendente e separato da quest’ultimo, arrivando a conclusioni scellerate quali la negazione dell’esistenza stessa del genere femminile e la giustificazione della prostituzione in base ad una presunta “autodeterminazione di genere”.
Queste idee presuntamente “progressiste” e “femministe” ma in realtà false e reazionarie seminano confusione e disorientamento proprio mentre i venti di reazione patriarcale tradizionale stanno soffiando forte contro le donne in vari paesi dell’est europeo. Basti pensare all’Ungheria che ha vietato gli studi di genere già nel 2018 mentre da tempo sono allo studio provvedimenti simili anche in Polonia, dove nel 2016 c’è stato un intento di abolire la legge che riconosce il diritto d’aborto rintuzzato con coraggio e con successo dalla mobilitazione attiva di decine di migliaia di donne.

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Colombia: una reazione necessaria

La settimana scorsa a Bogotà si sono svolte alcune manifestazioni, relativamente piccole ma significative, di denuncia degli stupri di cui sono vittime diverse giovani donne indigene da parte di esponenti dell'esercito. Il caso che ha scatenato le manifestazioni è stato la violenza subita da una bambina di undici anni della popolazione Embera-chamì, nel dipartimento di Risaralda nella regione andina del paese. Grazie alle denunce di attivisti solidali e delle organizzazioni indigene e delle donne, sta diventando chiaro che non si tratta di un caso isolato ma di una aberrante pratica sistematica. Alle manifestazioni molti hanno collegato questi fatti all'omicidio razzista di George Floyd negli Stati Uniti oltre a denunciare l'esecuzione di numerosi leader sociali e indigeni che con coraggio denunciano i militari e le bande di trafficanti che portano solo proiettili, malattie e sofferenze nei territori indigeni.

La pace è ancora lontana in Colombia, un paese devastato dalla violenza. Queste reazioni e proteste, nella misura in cui crescono nella loro indipendenza rispetto alla democrazia decadente colombiana, possono essere decisive nel tempo per fermare l'impunità di questi delinquenti e stupratori in uniforme.

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Sudan

di nuovo in cammino

È durata un anno la fragile tregua che ha permesso ai militari di mantenere il controllo sociale, politico ed economico del paese: martedì 30 giugno decine di migliaia di persone, con coraggio e caparbietà, sono tornate nelle strade delle principali città reclamando giustizia per i manifestanti massacrati il 3 giugno 2019, rivendicando lo smantellamento degli apparati repressivi (tuttora saldamente al loro posto) e denunciando l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, mentre si aggrava la situazione sanitaria (il coronavirus ha già provocato oltre 500 vittime).

Cominciate nel dicembre 2018, straordinarie mobilitazioni popolari, giovanili e femminili avevano costretto il regime a disfarsi del suo uomo forte, il macellaio Omar al-Bashir, per trent'anni al vertice di un regime militare corrotto; ma il movimento era rimasto incerto e paralizzato dalla trappola di un accordo, più simile ad un ricatto, che aveva portato a una "transizione" in cui militari e civili avrebbe dovuto condividere le leve del potere.

Le mobilitazioni odierne – così come le attuali richieste dei manifestanti – indicano chiaramente l'evidenza dell'imbroglio. Anche solo per avere giustizia dei massacri di un anno fa, quando centinaia di attivisti e di persone comuni furono uccise e gettate nelle acque del Nilo che attraversa la capitale Khartoum, è indispensabile lo smantellamento di un apparato repressivo di tipo stragista, come ben sanno le genti del Darfur e delle regioni ora indipendenti del Sud Sudan.

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