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Protagonismo versus illusioni

Relazioni autentiche e affermative versus "didattica" a distanza

Vitale è il protagonismo di tutte/i noi. Vogliamo la ripresa in sicurezza,e questa è possibile solo con una drastica riduzione del numero di alunne/i per classe e assunzione di personale.

I precari tra le/i docenti e il personale Ata e le educatrici e gli educatori super-sfruttate/i in contratti esternalizzati devono essere regolarizzati e riconosciuti nella loro delicata e preziosa funzione.

Il resto è menzogna. Diciamo no alla digitalizzazione della didattica perché mina le capacità cognitive e distorce ulteriormente le relazioni, come i neuroscienziati più accorti hanno provato da tempo e come noi insieme alle/i nostre/i alunne/i abbiamo sperimentato in questi mesi.

Vogliamo mettere finalmente al centro della scuola relazioni di cura e di crescita, di accoglienza e di rispetto delle e tra le persone, a cominciare dalle più piccole, perciò la presenza e la prossimità sono essenziali.

La scuola di stato finora ha rappresentato altri interessi nonostante la buona volontà e il buon senso tra chi ci lavora.

Criminale è la sostanziale indisponibilità del governo e delle opposizioni a investire nella scuola quanto necessario. Preferiscono invece elargire "prestiti" a fondo perduto alle grandi imprese come FCA, offrire regali alle major dell'informatica, dilapidare somme enormi in mortifere spese militari.

Deleteria è dunque ogni illusione che dall'alto piovano soluzioni positive per noi.

Necessaria è l'unità di tutte/i le/i protagoniste/i in questo impegno volto alla crescita delle persone e alla tutela della sicurezza e dei diritti di tutte e di tutti, su cui auspichiamo si unisca anche il miglior sindacalismo di base.

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Solidarietà antirazzista a Buenos Aires

Continua a Buenos Aires la campagna di solidarietà che la corrente "Spartaco" di giovani umanisti sta sviluppando con numerosi fratelli e sorelle senegalesi e anche haitiani. In questa situazione di pandemia e quarantena, le e gli immigrati sono tra i più colpiti perché le loro scarse fonti di reddito vengono tagliate e anche perché non ricevono alcun tipo di aiuto dallo Stato argentino, che li ignora e li reprime quando vanno al lavoro.

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Novara

Insieme contro il razzismo e per la solidarieta'

16 giugno scorso a Novara si è svolta un' assemblea in videoconferenza proposta da La Comune e coopromossa da alcune associazioni e persone per realizzare un "Presidio unitario e solidale contro il razzismo" in solidarietà con le mobilitazioni in corso negli Usa e nel mondo. Oltre ad alcune giovani donne di seconda generazione tra le promotrici, erano collegate le associazioni ACS Antonelli, SerMais, il Comitato Antifascista Novarese, NovarArcobaleno, CollettivaMente, 6000 Sardine Novara, Comitato Internazionalista e la CGIL.

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senza tetto né pace

Un esodo biblico. Sono ottanta milioni le persone nel mondo costrette in fuga da guerre e catastrofi; un essere umano ogni 100, quasi la metà dei quali bambini. Appena dieci anni fa, nel 2010, erano 40 milioni; oggi sono il doppio, e di questa triste conta non fanno parte tutti coloro che hanno perso la vita di fronte a un muro di mattoni o d'acqua che impedisce la salvezza. Non stupisce quali siano i paesi d'origine in testa a questa drammatica classifica: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan (lo Stato di più recente costituzione al mondo). Qualcuno si sorprenderà forse nello scoprire invece che tra i paesi che "accolgono" i profughi non risultano i ricchi Stati uniti né alcuna fra le democrazie d'Europa.

I dati assoluti e la rapidità di progressione numerica sono impressionanti ma non dicono tutto. Ancor più significativo è il fatto che quella di sfollato o profugo sia una condizione esistenziale normale e, sempre più spesso, una condanna definitiva. È questa "l'aspettativa di vita" che un sistema mortifero, decadente e in crisi riserva agli ultimi.

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Il cammino incerto degli "ultimi"

La pandemia continua ad avanzare in Africa e ne coinvolge tutti i paesi. Al 18 giugno L'Oms censisce 267.818 casi totali, 7.219 decessi , 137.545 ancora ricoverati e 123.054 guarigioni. Nello scenario continentale emerge con particolare nitidezza la questione della particolare esposizione di medici, infermieri ed altro personale sanitario, in prima linea e privo di dispositivi di protezione.

I numeri del continente sono minori in confronto a quelli registrati in altre parti del mondo, ma rilevanti considerando le sue condizioni generali e hanno già pesanti ricadute sulle persone e sulle società. La povertà e le pressioni quotidiane hanno provocato dappertutto mobilitazioni e proteste, a volte violente, che hanno ovunque costretto i governi ad alleggerire le misure di confinamento e le restrizioni perché non hanno alternative credibili da offrire a popolazioni costrette ad arrangiarsi per vivere. Fanno eccezione paesi come l'Algeria, dove la pandemia ha viceversa dato un pretesto a regimi messi in grandi difficoltà da precedenti mobilitazioni sociali, per stringere ulteriormente le maglie della repressione.

Più in generale si è creata una situazione di sospensione e di attesa, in cui convivono paure e speranze e si affollano interrogativi. A quelli attinenti la finora relativa diffusione della pandemia rispetto agli altri continenti se ne aggiungono altri, più pressanti: quanto potrà permanere questa situazione, in cui la pandemia, pur non effettivamente controllata, non dilaga? Sarà possibile reggere l'urto del virus fino alla scoperta di rimedi e di vaccini efficaci e accessibili anche ai dannati della terra?

Dagli Stati e dagli organismi internazionali che li "affiancano", come l'Oms, non giungono certo elementi di risposta, mentre le persone ed i settori più reattivi sono totalmente assorbiti dalle emergenze quotidiane. Al crocevia attuale le società africane giungono attingendo abbondantemente al potenziale di resilienza sedimentato affrontando le tragedie ed i flagelli che hanno scandito la "deriva" del continente (guerre , catastrofi naturali e non, altre pandemie...), lottando e resistendo sempre, ma non sapendo bene come continuare, oggi più che mai.

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Libano

tra mascherina e bavaglio

Di nuovo in piazza a Beirut mercoledì 17, questa volta davanti al palazzo di giustizia per contestare la volontà espressa dai più alti esponenti della magistratura di applicare un vecchio articolo del codice penale che punisce qualunque attacco alla presidenza della repubblica: un modo come un altro per imbavagliare ogni critica. E sono state molte le critiche, gridate nei mesi scorsi per le strade delle principali città libanesi: giovani e tante donne hanno affermato il proprio protagonismo contro un sistema politico campione di corruzione, denunciando l'impoverimento generale della popolazione e contestando la rigida spartizione confessionale delle principali cariche pubbliche, vero e proprio pilastro dei fragili equilibri tra le diverse componenti della società libanese. "Siamo qui per reclamare i nostri diritti e difendere la nostra dignità. Continueremo", scandiscono i manifestanti.

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