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Colombia: una reazione necessaria

La settimana scorsa a Bogotà si sono svolte alcune manifestazioni, relativamente piccole ma significative, di denuncia degli stupri di cui sono vittime diverse giovani donne indigene da parte di esponenti dell'esercito. Il caso che ha scatenato le manifestazioni è stato la violenza subita da una bambina di undici anni della popolazione Embera-chamì, nel dipartimento di Risaralda nella regione andina del paese. Grazie alle denunce di attivisti solidali e delle organizzazioni indigene e delle donne, sta diventando chiaro che non si tratta di un caso isolato ma di una aberrante pratica sistematica. Alle manifestazioni molti hanno collegato questi fatti all'omicidio razzista di George Floyd negli Stati Uniti oltre a denunciare l'esecuzione di numerosi leader sociali e indigeni che con coraggio denunciano i militari e le bande di trafficanti che portano solo proiettili, malattie e sofferenze nei territori indigeni.

La pace è ancora lontana in Colombia, un paese devastato dalla violenza. Queste reazioni e proteste, nella misura in cui crescono nella loro indipendenza rispetto alla democrazia decadente colombiana, possono essere decisive nel tempo per fermare l'impunità di questi delinquenti e stupratori in uniforme.

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Serbia

Migliaia di persone sono scese in piazza a Belgrado contro l'instaurazione del coprifuoco annunciata dal presidente Vučić e motivata con l'aumento dei casi di Covid-19. Nel corso delle proteste, generalmente pacifiche, ci sono stati anche tentativi di assalto al Parlamento e scontri violenti con le forze dell'ordine che hanno attuato con brutalità contro i manifestanti.

Da una parte c'è Vučić, contestato negli ultimi anni a più riprese per autoritarismo e corruzione ed accusato oggi di avere favorito la recente impennata di contagi allentando repentinamente le misure di contenzione per svolgere le elezioni del 21 giugno e ottenere la rielezione a presidente con il 62% dei voti.

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Sudan

di nuovo in cammino

È durata un anno la fragile tregua che ha permesso ai militari di mantenere il controllo sociale, politico ed economico del paese: martedì 30 giugno decine di migliaia di persone, con coraggio e caparbietà, sono tornate nelle strade delle principali città reclamando giustizia per i manifestanti massacrati il 3 giugno 2019, rivendicando lo smantellamento degli apparati repressivi (tuttora saldamente al loro posto) e denunciando l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, mentre si aggrava la situazione sanitaria (il coronavirus ha già provocato oltre 500 vittime).

Cominciate nel dicembre 2018, straordinarie mobilitazioni popolari, giovanili e femminili avevano costretto il regime a disfarsi del suo uomo forte, il macellaio Omar al-Bashir, per trent'anni al vertice di un regime militare corrotto; ma il movimento era rimasto incerto e paralizzato dalla trappola di un accordo, più simile ad un ricatto, che aveva portato a una "transizione" in cui militari e civili avrebbe dovuto condividere le leve del potere.

Le mobilitazioni odierne – così come le attuali richieste dei manifestanti – indicano chiaramente l'evidenza dell'imbroglio. Anche solo per avere giustizia dei massacri di un anno fa, quando centinaia di attivisti e di persone comuni furono uccise e gettate nelle acque del Nilo che attraversa la capitale Khartoum, è indispensabile lo smantellamento di un apparato repressivo di tipo stragista, come ben sanno le genti del Darfur e delle regioni ora indipendenti del Sud Sudan.

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scontri e morti in Etiopia

il riformismo di Abiy al capolinea

L'omicidio di Hachalu Hundessa, popolare cantante e attivista Oromo – il più popoloso e storicamente emarginato tra i circa 80 gruppi etnici del paese – ha suscitato una diffusa indignazione e, purtroppo, scatenato scontri e disordini tra differenti settori di popolazione con la reazione violentissima delle forze di polizia; nel giro di una settimana si contano già oltre 160 morti.

Il fuoco cova sotto le ceneri da tempo, e divampa periodicamente: non è una novità, ed anzi la strage di questi giorni può essere il pericoloso preludio di un conflitto più generalizzato.

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Il caso dei due marò:

Licenza di uccidere protetti dallo Stato

Il tribunale internazionale dell'Aia ha deciso che i due marò, Girone e Latorre, responsabili dell'assassinio di due pescatori indiani saranno processati in Italia.

Ricapitoliamo i fatti: Il 15 gennaio del 2012 due marò italiani, a bordo di una petroliera, sparano assassinando due pescatori nel Kerala in acque indiane. Giustificano questo omicidio sostenendo di averli scambiati per pirati. Vengono arrestati dalle autorità indiane e tenuti in guesthouse governative e in hotel a 5 stelle. In Italia parte un grancassa nazionalista e razzista con alla testa le destre. Per il governo, le istituzioni statali e tutto il coro italiota i due assassini sono invece vittime innocenti. Le istituzioni statali si mobilitano e ottengono che tornino in Italia.

La sentenza del tribunale dell'Aia sostiene che "erano funzionari impegnati nell'esercizio delle loro funzioni, perciò immuni dalla giustizia straniera". Poi ipocritamente invita lo Stato italiano a pagare i danni alle famiglie e all'India. E' un evidente frutto della trattativa tra Stati, la vita di due pescatori il dolore delle famiglie non conta niente. Il ministro degli esteri Di Maio ha commentato così la sentenza: "Oggi si mette fine a una lunga agonia. Un abbraccio ai due marò e alle loro famiglie". Non una parola di cordoglio verso le vere vittime innocenti e i loro familiari. Due assassini glorificati come eroi della patria... ed è facile intuire come finirà questa vicenda.

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Siberia

CALDO E INCENDI CONVENIENTI

Da settimane si sono riaccesi gli incendi in Siberia, molto preoccupanti per numero e dimensioni. I fumi hanno raggiunto anche il nord degli Stati Uniti e il Canada. Sono coinvolti oltre un milione di ettari, un'area che arriva al Circolo Polare Artico. Un'ondata di caldo anomalo sta investendo quelle zone che si stanno scaldando ad un ritmo molto più veloce di quanto previsto dai climatologi. Si sta verificando un rapido disfacimento del permafrost, il suolo perennemente ghiacciato, con liberazione di grandi quantità di carbonio, prima incombustibile, in forma altamente infiammabile. Effetto del surriscaldamento globale, ma anche dell'incuria dello stato e delle autorità che non hanno adottato misure di prevenzione e/o di contenimento adeguate. Il clima mite sta portando allo scoperto una quantità immensa di risorse energetiche (metano e petrolio) e minerarie, liberando dal ghiaccio milioni di ettari di suoli che diventano anche coltivabili. Caldo anomalo e incendi convenienti per gli autocrati della Federazione Russa: si pensi alla rete di interessi economici che ruotano attorno all'industria energetica e che ha fatto di Putin e i suoi tra gli uomini più ricchi e potenti al mondo. Una dimostrazione palese e drammatica di come gli stati, per loro natura, siano una minaccia per il bene del Pianeta e dell'Umanità. Essi perseguono innanzitutto i loro interessi e l'affermazione del loro potere a discapito delle maggioranze e sulle altre nazioni...a qualunque costo.

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