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Cina: la lenta decadenza dell’ultimo impero

Abbiamo titolato così il tema dedicato alla Cina di domenica 12 luglio nel programma della Lunga estate di Vallombrosa. Mentre in tanti parlano dell’ascesa dell’economia cinese, noi, viceversa, stiamo provando ad argomentare cosa sta maturando nel profondo della società cinese che racchiude una grande parte dell’umanità, così come nelle viscere del dominio totalitario e reazionario di Pechino.
Il crack della borse di Shanghai e di Shenzhen di mercoledì 8 luglio conferma la nostra interpretazione di una lenta decadenza che si va esprimendo anche sul piano economico dove la Cina è indubbiamente molto più forte dei suoi concorrenti. In un giorno sono stati bruciati 2.500 miliardi di dollari a cui ne vanno aggiunti altri 1.000 persi nel corso del mese e una somma imprecisata persa nelle vicine borse asiatiche. Cifre gigantesche che non sono confrontabili con quelle del debito della Grecia. Eppure una grande parte della stampa e diversi commentatori hanno minimizzato l’accaduto. Inoltre, alcuni hanno spiegato il crollo definendo il mercato borsistico cinese ancora debole e immaturo. Una spiegazione ipocritamente rassicurante che cerca di occultare la magnitudo dell’accaduto e il significato che ha perché la novità poco sottolineata è che si tratta del primo crollo borsistico di grandi dimensioni che avviene in Cina, ritenuta da tutti la locomotiva dell’economia mondiale. Il crack è avvenuto non per una presunta immaturità ma proprio perché quello cinese è parte integrante di quella macchina infernale chiamata mercato finanziario mondiale.
Il crollo è stato fermato (per ora) solo perché il Partito comunista cinese è intervenuto per decreto: i due terzi dei titoli sono stati sospesi dalla contrattazione e di quelli in possesso dello Stato è stata vietata la vendita per i prossimi sei mesi. La capacità finanziaria di parare il colpo da parte dello Stato cinese è senza dubbio grande. Ma il segnale della lenta decadenza è altrettanto evidente.