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sguardi diversi sull’Egitto    

Nella giornata di ieri imponenti manifestazioni hanno ribadito la volontà di farla finita con Mubarak ed il suo regime assassino. Al Cairo, dai quartieri popolari una folla immensa si è riversata nella centrale piazza Tahrir: giovani, anziani, famiglie con bambini, donne, cartelli scritti a mano, slogan, megafoni, balli, un efficiente servizio d’ordine per impedire provocazioni. Colpisce la forza di tante persone che insieme hanno fermato le violenze poliziesche e incrinato un potere apparentemente invincibile. Insieme a quella tunisina, tutt’ora in corso, ed insieme alle mobilitazioni in altri paesi arabi, la rivolta del popolo egiziano è per noi un

motivo di allegria e di speranza, di fiducia, di riflessione e di rinnovato impegno.

Allo stesso tempo essa è fonte di grandissima preoccupazione per i molteplici e diversi poteri oppressivi – tanto più dopo il discorso di ieri sera in cui Mubarak si è rifiutato di dimettersi; essi hanno passato l’ultima settimana a riposizionarsi nel contesto in movimento. È il caso dell’esercito: alla vigilia ha fatto sapere che non avrebbe sparato sul popolo e si propone come garante di una transizione. Si dà il caso però che i militari governino l’Egitto dalla caduta della monarchia (1952) e che Mubarak sia uno di loro. Nutrire illusioni nei suoi confronti è quindi un grave pericolo per le aspirazioni popolari. Ancor più sfacciato è il voltafaccia della Casa Bianca e del sistema democratico. Appena una settimana fa Hillary Clinton ribadiva gli stretti legami di amicizia con Mubarak, principale garante della “stabilità” nella regione. Oggi i demo-ipocritici rimuovono rapidamente le proprie responsabilità di sponsor dei regimi autoritari e delle dittature (coessenziali alla democrazia sistemica sin dalla sua nascita alla fine della Seconda guerra mondiale) ed elencano le condizioni per una “ragionevole transizione”. Ministri, diplomatici e giornalisti d’Europa e d’America vorrebbero spiegare ai protagonisti della rivolta “come si fa” a cambiare le cose, ovviamente senza turbare il loro dominio sul mondo. È una ipocrisia sconfinata, è arroganza, ma soprattutto è paura di cambiamenti da cui hanno tutto da perdere.

Il discorso di Mubarak, intenzionato a svolgere ancora un ruolo di primo piano, ha deluso i manifestanti e complicato le cose agli imbroglioni. Una transizione di facciata è oggi più difficile di ieri. Sono ore decisive e delicate per i nostri fratelli e per le nostre sorelle in Egitto.