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AdessoLaStoria


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il G7 a Firenze

la sicurezza dei potenti, un pericolo per tutti

Il 30 marzo a Palazzo Pitti in Firenze si è svolto il G7 sul tema della cultura intesa come strumento di dialogo fra i popoli. L'intento dichiarato era di trovare un accordo per difendere il patrimonio culturale da calamità naturali, terrorismo, saccheggio e traffico di opere d'arte. Il fatto stesso di convocare il G7 in uno dei più importanti musei di Firenze era inteso a trovare un ambito adeguato al tema. Questo evento organizzato a suo tempo da Matteo Renzi per dare lustro alla città, ha invece creato solo disagio per tutti, per chi lavorava e per chi visitava il museo. Soprattutto sono stati messi a rischio una città, il museo stesso e, ciò che più conta, le persone. Le imponenti misure di sicurezza, con tanto di cecchini sui tetti, erano finalizzate a proteggere la sala del vertice, mentre dal giardino di Boboli era possibile accedere al museo senza nessun controllo di sicurezza. Come sempre le priorità della sicurezza, in qualsiasi momento, sono ad uso esclusivo dei potenti.

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Condanniamo l’attentato di Firenze

A Firenze, nelle prime ore della mattina di capodanno, un pacco-bomba collocato fra la saracinesca e la vetrina di un locale facente parte del circuito dell’organizzazione neofascista Casa Pound è esploso ferendo seriemente l’artificiere che lo stava esaminando. Non si sa al momento quale sia esattamente la matrice dell’attentato (molte piste di indagine restano aperte) né ci sono state rivendicazioni pubbliche. Chiunque sia stato a collocare l’ordigno, si tratta di un terrorismo reazionario che colpisce innocenti e – lungi dal contribuire all’impegno antifascista – favorisce in realtà le destre e il loro vittimismo strumentale. Condanniamo fermamente questo atto mentre continuiamo il nostro impegno per l’accoglienza e la solidarietà contro ogni forma di razzismo e di fascismo.

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De Luca, Sala, Laboccetta, Marra...

Istituzione a delinquere

Vincenzo De Luca è il presidente della Regione Campania, ex sindaco “sceriffo” di Salerno e volto noto del Pd. Da sempre in prima fila contro gli immigrati, è stato indagato per istigazione al voto di scambio, dopo essere stato già plurinquisito per decine di altri reati.
Giuseppe Sala, anch’esso del Pd, si è appena sospeso da sindaco di Milano dopo aver ricevuto un avviso di garanzia inerente gli appalti dell’Expo. Lui, che di quella kermesse multimilionaria – della quale non c’è ancora neppure un bilancio pubblico – era stato il commissario e che della sua “incorruttibilità” aveva fatto una bandiera. Che oggi si rivela sdrucita.
Amedeo Laboccetta è meno noto, ma non meno indagato. È un ex parlamentare del Popolo della libertà, che insieme alla famiglia Tulliani (parenti di Gianfranco Fini e esponenti di spicco della destra romana) aveva messo in piedi, secondo gli inquirenti, un giro di riciclaggio attraverso le slot machine.
Sono solo le notizie degli ultimi 7 giorni, culminati con l’arresto di Raffele Marra, braccio destro della sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi. Nato e cresciuto politicamente all’ombra dei neofascisti Polverini e Alemanno, Marra era passato armi e bagagli nella “banda degli onesti” del Movimento 5 stelle. Ed ora è in carcere per corruzione, misura adottata per la sua “pericolosità sociale”.
Questo ci dice che malaffare, malversazione e corruzione sono costitutivi della politica, di tutta la politica, di destra, di sinistra e di centro, nuova e vecchia, originale o d’annata. A questa politica, contrariamente alle loro menzogne, i 5 stelle non solo sono interni, ma ne incarnano pienamente l’essenza. Sono razzisti e prepotenti, sono corrotti e avidi, sono insomma un’espressione tipica delle logiche di conquista, difesa e mantenimento con ogni mezzo e per il proprio tornaconto di un potere negativo, fuori e contro la vita e le esigenze delle persone. Hanno per lungo tempo sbraitato di onestà, ora fanno i conti con la loro omertà.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

L'assemblea di “Massa Critica” a Napoli

Lo scorso mercoledì 6 luglio si è svolta un assemblea in Piazza S.Domenico, nel centro storico di Napoli, indetta da “Massa Critica”, un gruppo che raccoglie varie forze della sinistra locale. Circa quattrocento persone -tra cui intellettuali, esponenti di associazioni, centri sociali e qualche partito politico di sinistra- hanno partecipato all'evento, incentrato sul tema della “Democrazia radicale, ora”. Tra i relatori e promotori, oltre ad un docente universitario e ad un'esponente dell'associazione “Sbilanciamoci”, c'era anche il sindaco Luigi de Magistris. La discussione -sebbene incentrata solo su questioni locali, senza nessun riferimento agli ultimi gravi attacchi terroristici avvenuti su scala internazionale-  ha presentato alcuni aspetti positivi e progressivi, come la richiesta di aprire e tutelare degli spazi pubblici per giovani e non solo, in alcuni quartieri centrali di Napoli, o come l'esigenza di riavvivare aree dismesse ed abbandonate come Bagnoli, per esempio. Rifacendosi allo zapatismo oppure ad altre esperienze di municipalismo come Barcellona, si è discusso di costruire delle assemblee popolari  e “tavoli territoriali per costruire con gli abitanti di Napoli gli spazi necessari per elaborare le politiche cittadine sul territorio”, oltre che di  scrivere una "Carta delle assemblee degli Abitanti". E' un intento che comporta l'affidarsi esplicitamente  a quelle stesse istituzioni statali distanti e spesso contrapposte ai bisogni delle persone comuni: non a caso De Magistris ha affermato che il compito del “controllo popolare” è anzitutto della polizia -la stessa che nella più importante democrazia al mondo, gli USA,  uccide in media 3 persone al giorno. Durante l'assemblea si sono espressi soprattutto esponenti di gruppi politici e di centri sociali, mentre la voce di persone più comuni, appartenenti al “popolo” che si dice di voler rappresentare, è stata poco presente se non assente del tutto.

Sergio Esposito

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ancora terrorismo bellico

Prima Istanbul, poi Giacarta. Prima la strage di turisti tedeschi a Sultanahmet,poi l'assalto, che voleva replicare quanto avvenuto a Parigi, nel centro della capitale indonesiana.
Si tratta degli ultimi due atti di terrorismo che sono stati entrambi rivendicati dall'Isis.
Di nuovo si colpiscono vittime inermi, innocenti ed impreparate, mentre sono in vacanza o stanno conducendo quotidianamente le loro vite in Turchia e in Indonesia, che sono, per altro, due paesi a stragrande maggioranza musulmana. Segno evidente che siamo davvero tutti minacciati da questa terribile modalità dello stragismo reazionario che si fa guerra ai quattro angoli del pianeta. Così, mentre sul campo le resistenze popolari continuano a ottenere successi, i vigliacchi frustrati delle orde di al Baghdadi battono in ritirata e colpiscono vilmente laddove nessuno se lo aspetta o può difendersi.
Per questo vanno fermati. Per questo è importante continuare a combatterli con ogni mezzo.
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sanguinaria provocazione saudita:
a chi giova?

L’Arabia Saudita ha giustiziato 47 persone accusate di terrorismo, tra cui l’imam sciita Nimr al Nimr, una delle principali personalità di riferimento della minoranza sciita che conta due milioni di fedeli, circa il 10% della popolazione totale, concentrati soprattutto nelle province orientali. L’accusa di terrorismo è un pretesto: l’imam è stato punto di riferimento della minoranza sciita le cui proteste – contro la repressione e le discriminazioni a cui è soggetta da parte del regime – nel 2011 e 2012 hanno infiammato le province orientali in parallelo e in collegamento con le rivoluzioni arabe. La dittatura dei Saud – totalitaria e fascistoide, teocratica di fede wahabita (una variante ultrareazionaria e iperpatriarcale dell’Islam sunnita) – si è voluta così liberare di un oppositore specialmente scomodo, ancor più pericoloso in quanto molto popolare tra i giovani e perché le sue posizioni tendevano a travalicare i confini della mera divisione settaria tra sciiti e sunniti. Lo testimonia lo schieramento di al Nimr nel 2012 sia contro la dinastia sunnita Saud che contro il sanguinario dittatore siriano Assad, di fede sciita.

Ma le esecuzioni non rispondono solo a fini interni: sono soprattutto un messaggio e una provocazione internazionali. Infatti, il regime vuole così – col sangue – ribadire il proprio ruolo nella zona ergendosi a campione del mondo sunnita contro la potenza emergente dell’Iran, paese a maggioranza sciita. La provocazione è una sfida contro l’Iran e contro le popolazioni sciite. Fermo restando il carattere reazionario del regime di Teheran, è proprio l’Iran il principale e quasi unico Stato della zona realmente impegnato sul campo contro l’Isis, seppure sappiamo che il ruolo decisivo è stato sinora giocato dalle milizie e dalle resistenze curde e popolari. Così facendo, Riad per fini puramente politici, economici e di potenza regionale soffia cinicamente e ipocritamente sul fuoco della Fitna – la divisione tra sunniti e sciiti, così lacerante nella zona mediorientale – di cui l’Isis tanto approfitta. Il regime saudita sinora ha già fornito sottobanco appoggio all’Isis e a formazioni jihadiste reazionarie in chiave antisciita e antiraniana, oggi il suo ruolo acquista connotati sempre più nefasti: proprio mentre l’Isis viene sconfitta a Ramadi e attaccata su più versanti, l’Arabia Saudita lancia la sua provocazione il cui effetto sarà quello di fomentare la Fitna, favorire l’Isis e ostacolare la lotta contro il mostro neonazista di al Baghdadi.

Le potenze democratiche che hanno sinora accolto nei salotti buoni i dittatori sauditi, associati persino nelle “alleanze antiterroriste”, oggi “scoprono” alcune loro malefatte. Malcelano l’imbarazzo e palesano la crisi e l’impotenza politica. Su tutti vale l’esempio della Casa Bianca che da 70 anni ha nei sauditi i propri alleati nella zona: di fronte alle esecuzioni il Dipartimento di Stato non ha saputo far altro che chiamare il regime di Riad a “rispettare e proteggere i diritti umani” (sic!).

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Dalla Spagna, uno sguardo ravvicinato alle elezioni di domenica dello scorso 20 dicembre: ne scrive Rocco Rossetti, impegnato in Socialismo Libertario

elezioni spagnole, decade il regime

la “vecchia politica” arretra,
la “nuova” non arriva

Le elezioni generali del 20 dicembre 2015 dovevano “rigenerare” la democrazia spagnola. Il risultato delle urne sembra invece averla spinta in una impasse inquietante. Disegna infatti un panorama di paralisi rispetto alle possibilità di formazione di serie alleanze parlamentari. 123 seggi al Pp, 90 al Psoe, 69 a Podemos, 40 a Ciudadanos, 28 ai partiti minori. La maggioranza di 176 voti per formare il nuovo governo appare assai ardua. E c’è già chi paventa un nuovo ricorso alle urne nei prossimi mesi.
Si rompe, come era prevedibile, l’equilibrio di forze politiche sul quale aveva riposato la stabilità politica spagnola, vale a dire l’alternanza tra Psoe e Pp. Un equilibrio che aveva canalizzato le speranze e gli orientamenti ideali dell’elettorato di questo paese e che era stato una delle garanzie principali del regime del 1978. La partecipazione elettorale, del 73,2%, è stata superiore del 4,3% rispetto al 2011 ma inferiore tanto al 2008, 73,9%, che al 2004, 75,7%.
Il Pp ha ottenuto 7.212.390 voti, pari al 28,72%. Rispetto al 2011 ha perso 3.654.176 voti. Il Psoe ha ottenuto 5.529.124 voti, pari al 22,02%. Rispetto al 2011 ha perso 1.474.387. Ma soprattutto ha ottenuto il peggior risultato della sua storia.
Quattro anni fa, il Psoe e il Pp avevano insieme il 73,39% dei voti, oggi il 50,72%. Hanno quindi perso  5.128.563 voti, pari al 22,67%. Un’enormità.
Si tratta di un castigo atteso e meritato, conseguenza, pur nell’evidente differenza di profilo e di tradizione tra le due formazioni, tanto delle politiche antipopolari, dell’ultimo Zapatero e di Rajoy, quanto soprattutto dell’essere identificati con la corruzione, l’impunità, la commistione con il potere industriale e finanziario.
Questo spiega in parte l’ascesa dei cosiddetti “emergenti”. Podemos ha ottenuto 5.187.462 voti, pari al 20,66%, mentre Ciudadanos 3.498.392 voti, pari al  13,93%.
Le nuove forze tuttavia non riescono a rappresentare un’alternativa. Non solo perché non riescono a sostituire le vecchie ma soprattutto perché non riescono a garantire né una forza ideale né una consistenza e un’attività organizzativa analoghe a quelle che esse avevano storicamente. Esse stesse si vogliono più leggere e più pragmatiche. E questo le rende più volatili e le espone a una più rapida caducità.
Certo, nel voto a Podemos – che vince in Catalogna, nei Paesi baschi, in Galizia e nella regione di Valencia e che giunge secondo a Madrid – si esprimono esigenze di giustizia sociale e di trasparenza, insieme a una esplicita fiducia verso le possibilità di rinnovamento della democrazia sistemica. Tuttavia la politica, anche nel suo laboratorio iberico, dimostra di non essere in grado di dare una risposta soddisfacente alle speranze della gente comune. Ed è la gente comune, con i suoi slanci e le sue speranze, ad interessarci. Il messaggio che estraiamo, anche da queste elezioni, è di accompagnarne l’esperienza, aiutando scorgere un percorso di impegno fondato sul protagonismo solidale diretto capace di sottrarsi alle illusioni e alle frustrazioni della politica.

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