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Cda2020

        

                           

             
al 24 febbraio            
abbiamo raccolto          

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Francia

LE PENe d’Europa

Alle ultime elezioni europee in Francia non è andato a votare il 57% degli “aventi diritto” ovvero dei cittadini “a pieno titolo”. La minoranza che ha votato ha determinato la netta vittoria del Fronte nazionale guidato da Marine Le Pen sugli altri partiti in gara, in particolare sul Partito Socialista di François Hollande. Il partito di sinistra che governa ed è maggioritario in Parlamento, dopo una bruciante sconfitta nelle municipali di due mesi fa, subisce una débâcle tale da essere nuovamente scavalcato dall’UMP, a propria volta stremato dalla concorrenza del FN e sconvolto da scandali finanziari. Nel paese che ha inventato e collaudato i meccanismo della moderna democrazia borghese la confusione è massima, la decadenza vige e s’aggrava. Questa dinamica trova la sua ulteriore e preoccupante espressione nella vittoria del FN. Vittoria preannunciata e tale praticamente in tutte le regioni del paese, in molti settori sociali, tra giovani, adulti e anziani, raccogliendo voti persino tra figli e nipoti di immigrati. La forte affermazione della creatura di Jean Marie Le Pen, - orgoglioso negazionista che ancora pochi giorni prima dello scrutinio si augurava che il virus Ebola risolvesse la “questione dell’immigrazione” - per quanto si sia data un volto più “rispettabile” e interno alla democrazia, è l’espressione lampante dei disvalori e veleni di cui la decadenza si nutre e che la decadenza stessa espande: il razzismo, l’antisemitismo e tanto altro ancora. Questo succede in uno dei paesi più multietnici d’Occidente ed uno dei laboratori storici dell’integrazione in chiave democratica, dove governa la gauche e dove la sinistra rivoluzionaria, non casualmente, è quasi del tutto scomparsa. Le strade per un’aggregazione benefica delle persone nel lembo di terra dove viviamo davvero non potranno venire dal parlamento di Bruxelles e dalla politica.

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l’Unione affonda nel Canale della Manica

Un’affluenza scarsa alle urne (circa 40%), l’affermazione eclatante di un partito antieuropeista come l’Ukip (Partito dell’indipendenza del Regno Unito) con il 28% dei consensi: da sempre il progetto dell’Unione Europea ha esercitato scarsa presa nel Regno Unito, ma in queste elezioni ciò si e appalesato in modo clamoroso. Si profila così un probabile sfrangiarsi dell’UE che rischia di perdere il Regno Unito. Il segnale di crisi riguarda però anche il quadro politico britannico mai così convulso: la proverbiale alternanza tra laburisti e conservatori viene minata proprio dall’affermazione di Ukip che si lascia in coda entrambi gli storici contendenti. Il modello ispiratore dei “bipolaristi” di tutta Europa è chiaramente messo in ginocchio. La crescita di Ukip si è nutrita di una diffidenza motivata verso l’Unione Europea, ma indirizzata e nutrita in chiave razzista, nazionalista e inevitabilmente borghese e statalista. Tutto ciò è pienamente democratico: a buon diritto Ukip rivendica l’appartenenza al quadro democratico. Di cui esprime il disfacimento.

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nuove rivelazioni sul caso Moro

il cuore nero dello Stato e delle Br

Il “caso” del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro è un “mistero” e periodicamente nuove rivelazioni aprono piccoli squarci di verità. Attenzione: anche su quelle degli ultimi giorni si farà il solito polverone del “vero” e  del “falso” per alimentare il mistero. Ma la verità ri-emerge costantemente svelando il carattere criminale sia delle Br che dello Stato e le loro puntuali convergenze. Le recenti dichiarazioni dell’ex ispettore della Digos Enrico Rossi sono una conferma del legame tra brigatisti e servizi segreti dello Stato. Rossi ha svelato di essere venuto a conoscenza di una lettera scritta da uno dei due uomini in sella ad una moto Honda presente all’agguato in via Fani in cui Moro fu rapito e gli uomini della sua scorta trucidati. In questa lettera il conducente della moto rivela tra l’altro “La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un uomo proveniente da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi …”. Questa persona ha scritto la lettera inviandola a La Stampa di Torino poco prima di morire per un cancro. La rivelazione ha un doppio valore: conferma la presenza della moto e aggiunge un dato di notevole importanza perché in sella a quella moto c’erano due uomini al servizio di Guglielmi, all’epoca istruttore di Gladio e colonnello dei servizi segreti. Guglielmi stesso si trovava “casualmente” nel luogo del rapimento, circostanza che ha giustificato adducendo motivazioni ridicole. Le rivelazioni di Rossi confermano quanto, controcorrente, abbiamo da sempre sostenuto: che per lo Stato, l’azione criminale delle Br era utile alla normalizzazione dei movimenti; esse aggiungono il “piccolo” particolare che probabilmente l’accordo era non solo fattuale ma concordato. Perché i capi Br hanno sempre negato con decisione la presenza della moto Honda? Queste rivelazioni fanno capire anche i silenzi e le omertà. Per noi, questo ulteriore capitolo dell’affaire Moro è un’ulteriore conferma del carattere dello Stato democratico italiano che non ha esitato ad usare stragi e terrorismo ed è l’ulteriore conferma – se ce ne fosse stato bisogno – del carattere controrivoluzionario e reazionario delle Brigate Rosse. A tutti i difensori delle verità di Stato, a tutti coloro che ci hanno accusato di “dietrologia” e hanno definito i brigadieri rossi “compagni che sbagliano” chiediamo: chi aveva ragione?

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il solito nuovo politico

Come uno spot televisivo, il discorso per la fiducia al senato di Matteo Renzi apparentemente ti sorprende. Poi ci rifletti, lo riascolti, lo rileggi, e capisci dove sta il trucco: nella confezione. Un discorso vuoto ma ben infiocchettato, questo è stato in estrema sintesi l'intervento del premier al senato. Perché l'uomo che si propone come l'emblema del cambiamento ha operato in tal senso solo e soltanto nelle forme, meno ingessate e più colloquiali, più "familiari" e meno istituzionali, ma ha mostrato, nella vacuità di contenuti che gli è propria, una totale continuità con chi l'ha preceduto in tutta la storia repubblicana.
Uguale a quella di Letta è la maggioranza che sostiene Renzi, uguali sono i temi, tutti politici, su cui si è concentrato il suo discorso (scuola, economia, semestre europeo, riforme, legge elettorale...), uguali le ricette proposte (privatizzazioni, tagli e dulcis in fundo rilancio in grande stile della politica come "cosa per la quale vale la pena vivere"). Differente solo il costante richiamo alla difficile "realtà" della gente, per evidenziarne la crescente distanza – da colmare secondo lui – da quelli che lo stesso Renzi è costretto a chiamare "Palazzi del potere": quelli, per intendersi, che lo stesso è così fiero di occupare per un tempo che presume lunghissimo (ci toccherà davvero subirlo fino al 2018?).
Ma bastano davvero una citazione di Gigliola Cinquetti e l'autoironia con la battuta della signora di Pontassieve, per essere vicino alle reali esigenze delle persone, ai bisogni della gente? Certo che no! Da Renzi, dal suo vuoto arrivismo fatto di belle parole e brutti fatti – basti per tutti quando dice che l'educazione comincia all'asilo nido, mentre a Firenze ne ha cominciata la privatizzazione criminalizzando e colpendo con provvedimenti repressivi le lavoratrici che ad essa si opponevano – dal suo discorso, non c'è da aspettarsi alcunché di positivo.

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il corteo del 19 ottobre a Roma

l’impotenza della rabbia sociale

Alcune migliaia di manifestanti hanno attraversato le vie del centro di Roma. Tante le sigle politiche e le associazioni della sinistra estrema, di occupanti di case, alcuni gruppi di immigrati e settori dei NO TAV che vi hanno partecipato. Le motivazioni elementari condivisibili di tante persone rispetto alle proprie condizioni di vita non sono andate aldilà di una insofferenza rabbiosa di fronte alla soffocante pressione di governo e padronato sulla società. Peggio, sono rimaste racchiuse in una manifestazione preparata all’insegna di una evidente ossessione del conflitto per il conflitto, della rabbia sociale e individualista che ha portato in piazza i settori più diversi dall’ estrema sinistra agli ultras delle curve degli stadi. Qualunque fossero le motivazioni, l’unica discriminante ha finito per essere la vendetta per i torti subiti da consumare in piazza vagheggiando una "sollevazione generale" e "l’assedio ai palazzi" in un rituale bellico già vissuto in questa città. Questa volta una parte degli organizzatori ha cercato di contenere, con il servizio d’ordine, i settori più violenti e regressivi, riuscendovi in parte, ma come è stato evidente da alcune riprese video questo intento non ha impedito addirittura a settori dell’area nazi di distinguersi in piazza nelle scaramucce con la polizia. L’assenza di contenuti positivi, l’ossessione mediatica, l’esasperazione di una logica minimalista e conflittuale portano frutti velenosi e sono dannosi per chi cerca coerentemente una strada di reale cambiamento contando su un sano protagonismo dal basso.

 

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19 ottobre a Roma

perché non ci saremo

Vogliono una “sollevazione generale” per “il reddito e la casa”. Vogliono “costruire l’assedio alla precarietà”. “Non sarà una passeggiata” perché vogliono “assediare i ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture e la Cassa depositi e prestiti” e non vogliono “tornare a casa senza passaggi tangibili”. Questo sarà la manifestazione nazionale del 19 ottobre a Roma: una gazzarra attorno ai palazzi del potere politico ed economico per ottenere da loro udienza. Promossa da una parte dei “movimenti per la casa” di Roma, rilanciata quest’estate dall’assemblea del campeggio No TAV di Venaus e con la partecipazione di settori di centri sociali e della sinistra extraparlamentare “per forza”, sarà una nuova espressione di quella logica estremista qualunquista che già diversi danni ha fatto in questo paese alle speranze di cambiamento e alle possibilità di un protagonismo positivo dal basso.
Per questo prendiamo chiaramente le distanze da questa manifestazione e invitiamo a non  prendervi parte: per chi vuole affermare i bisogni comuni, per chi cerca un cambiamento autentico le strade possibili sono altre, radicalmente differenti da tali ammucchiate.
Questo giudizio radicalmente negativo, ripetutamente comprovato dalle vicende di questi anni, non può essere messo in ombra dall’indispensabile condanna della repressione statale e della  criminalizzazione che colpisce tanti attivisti, come ad esempio tra i No TAV.
Dopo la farsa violentista del 14 dicembre 2010 con i collettivi studenteschi e i centri sociali che giocavano a guardie e ladri sotto Montecitorio e facevano il tifo affinché il centrosinistra e i finiani sfiduciassero Berlusconi; dopo il grottesco corteo del 15 ottobre 2011, fallito prima di partire e naufragato negli scontri di piazza S. Giovanni; dopo tutto questo cercano di ripetere (più in piccolo) lo stesso andazzo. Privi di contenuti positivi e minimalisti nelle rivendicazioni, puntano tutto, tramite azioni estremiste e anche violentiste, sulla visibilità mediatica e sul trovare una sponda nelle
istituzioni statali.
L’ossessione del conflitto ostacola lo sviluppo di lotte utili e favorisce chi il conflitto lo comanda,  cioè lo Stato, le forze repressive e i padroni. Le lotte vere, come quella condotta in questi anni da migliaia di profughi, immigrati e antirazzisti per l’accoglienza per tutti, si sviluppano in ragione di valori positivi, come la solidarietà, e decidendo assieme e autorganizzandosi liberamente.
Perciò rifiutano il violentismo, utile ad andare in televisione ma dannoso per i bisogni e le coscienze delle persone.

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• n. 354


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al 9 marzo 2020

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