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AdessoLaStoria

                           

                           

                                         all'11 marzo
                                       abbiamo raccolto

                               389.128 euro

 


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terremoto in Nepal

Sale il bilancio delle vittime del terribile sisma che ha colpito il paese la mattina del 25 aprile: ad oggi sono oltre 3700 le persone rimaste uccise e oltre 7 mila i feriti. Colpite a morte an­che decine di persone in India, in Tibet e perfino due in Bangladesh, 500 km più a est.
L’epicentro del sisma – abbastanza superficiale, dunque più devastante – è tra la capitale Kathmandu e la città di Pokhara, cioè nella regione più densa­mente popolata. Difficili le comunica­zioni e le informazioni anche per i tan­ti che hanno cercato di avere notizie dei loro cari da altre zone del mondo. Come in altre vicende di questa por­tata, si sono susseguiti gli episodi e le manifestazioni di solidarietà e di aiuto reciproco: molti scavano anche a mani nude per salvare vite umane mentre si allestiscono improvvisati cam­pi di soccorso. Ma la situazione resta drammatica: nella parte vecchia della capitale intere aree sono state rase al suolo, così come luoghi di culto e mo­numenti, fra cui la torre di Dharahara – completamente ricostruita dopo il terremoto che nel 1934 provocò circa 16 mila vittime – con i suoi 9 pia­ni e 62 metri di altezza, che si sono completamente sbriciolati travolgen­do oltre 250 persone. 
Il Nepal è un paese di circa 30 mi­lioni di abitanti con una superficie pari a circa la metà dell’Italia. Pilastro di un’economia povera è il turismo, so­prattutto legato all’alpinismo. Tra le vittime del sisma si contano anche 22 scalatori, alla cui morte i media occi­dentali hanno dato risalto poiché molti di essi sono stranieri; a ciò si aggiun­gono anche i 200 dispersi tra le vette dell’Himalaya. 
La nostra solidarietà va a tutte le persone colpite da questa grande tragedia.
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uccisi da “fuoco amico”

bombe sui cooperanti

 Nell’imbarazzo e tra le polemiche Obama si scusa e assume la responsabilità della morte di Giovanni Lo Porto e Warren Weinstein, cooperanti rapiti tre anni fa dai talebani pakistani, colpiti a morte nel gennaio scorso da un bombardamento “mirato” americano. Solidarietà e vicinanza va a parenti e amici delle vittime, colpiti prima da anni di incertezza sulla sorte dei propri cari, poi dal dolore di due vite spezzate.
Questa emblematica vicenda vede convergere, contro chi opera per portare aiuto a popolazioni colpite da decenni di guerra, da un lato i rapitori e dall’altro la micidiale macchina bellica americana. Poco importano le polemiche politiche sulle modalità e i tempi dell’annuncio, rinviato per mesi.
L’odiosa espressione “danni collaterali” è tornata d’attualità in tutta la sua ipocrisia e acquista rilievo solo per l’identità delle vittime. Ma queste sono le ultime in ordine di tempo di un lungo elenco. Le “bombe intelligenti”, i droni, gli attacchi “mirati” hanno fatto stragi in Iraq, in Yemen, in Pakistan e in Afghanistan: hanno colpito bambini mentre portavano il bestiame al pascolo, amici e parenti ad un banchetto di nozze, gli abitanti di interi villaggi forse rifugio di terroristi. Nelle guerre, per strategia o per errore, i morti civili sono molto più numerosi dei combattenti. È così, immancabilmente, almeno dalla Seconda guerra mondiale. Le scuse di oggi lasciano il tempo che trovano.
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riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato

buongiorno Redazione
e buongiorno cittadini del mondo
noi siamo Anonymous

Nonostante le centinaia di account oscurati, le pagine e i siti web, nonostante sappiamo chi sono e li smascheriamo pubblicamente, nonostante le pesanti sconfitte che hanno accumulato sia in campo virtuale che reale vedi la grande vittoria di Kobane, il sedicente Stato Islamico ha commesso di nuovo l’errore di attaccare la libertà di parola, di stampa, di satira e di comunicazione con la recente e patetica esibizione di forza volta a oscurare la tv francese Tv5Monde.
Noi facciamo hacking ai massimi livelli, siamo in grado di accedere a ogni server e in luoghi impensabili pur di trovarli. Quando decidiamo un’operazione, è accuratamente e strategicamente studiata. Quello che ci unisce è una causa comune, sebbene siamo individui sparsi in ogni angolo del globo e siamo connessi tra noi solo dalla rete e dalla nostra causa.
Recentemente abbiamo preso possesso informatico di un satellite asiatico e abbiamo in mano la lista di tutti quelli in orbita. In questo modo siamo riusciti a violare la sicurezza dei servizi segreti arabi e a impossessarci della board con i loro accessi, e-mail, posizionamenti e IP di collegamento.
Ora sappiamo esattamente dove sono, chi, come agiscono, chi li sostiene e attraverso queste nuove informazioni li attaccheremo proprio dove loro hanno fallito.
Sta per iniziare una nuova Op mirata all’oscuramento delle Tv arabe e di mezzi di comunicazione che sostengono il Califfato. Presto uscirà il comunicato di Anonymous che spiega perché e cosa colpiremo. In anteprima per la Comune possiamo dirvi che ISIS non avrà scampo e che noi continueremo a combattere sul web ogni loro tentativo di minare la libertà e la loro miserabile ricerca di potere e ricchezza, privi di quella morale religiosa dietro la quale si trincerano e irrispettosi della vita e soprattutto di chi la dà la vita.
Anonymous combatte ogni forma di violenza con particolare riguardo ai bambini e alle donne. Abbiamo squadre che lavorano solo nella pedofilia e squadre che lavorano nel campo della violenza domestica e dello stalking. Siamo impegnati su ogni fronte sociale perché noi siamo persone. Dietro la maschera, noi siamo persone e siamo con il popolo, per il popolo con il popolo.
Noi siamo il popolo.
We are Anonymous!
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L’Aquila sei anni dopo

Circa diecimila persone hanno partecipato alla fiaccolata che da ormai cinque anni ricorda le vittime del terremoto del 6 aprile 2009. Una partecipazione importante che, a differenza degli ultimi anni, ha dato un carattere non soltanto luttuoso alla commemorazione. È la prima fiaccolata che si svolge dopo l'assoluzione in appello di sei dei sette membri della Commissione Grandi Rischi che una settimana prima del terremoto tranquillizzò la popolazione aquilana piegandosi ad interessi politici e mediatici invece di attuare misure preventive.
Quest'anno un settore della manifestazione, come sempre silenziosa, ha esposto magliette e cartelli contro la sentenza di appello, sottolineando come “il fatto non sussiste ma uccide”. Diverse persone intervistate hanno espresso una sfiducia nello Stato che sul terremoto ha speculato ed hanno sottolineato la necessità di continuare la battaglia per la verità e per la giustizia.
Questa rinnovata consapevolezza può essere uno spunto per cominciare a ripensare una ricostruzione (che ad oggi ha restituito soltanto il 3% del centro storico nonostante le false promesse dei governi che si sono succeduti), che parta in primo luogo dalla ricostruzione delle relazioni umane e sociali che si sono via via sgretolate.
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Yemen

si approfondisce l’escalation bellica

Gli scenari bellici nell’area mediorientale si estendono e si complicano in maniera esponenziale con il deflagrare della crisi yemenita.
Lo scontro in Yemen ha già assunto una dimensione sovranazionale, bellica e di conflitto interreligioso. Le milizie Houti di ispirazione musulmano-sciita con un discreto consenso soprattutto nel Nord del paese, basandosi sul discredito del presidente in carica, hanno esteso un’offensiva politico-militare che già nei mesi scorsi era arrivata fino alla capitale Sanaa. Nello scontro tra le diverse fazioni sono coinvolte milizie sunnite e settori legati ad Al Qaeda che hanno un radicamento nell’area meridionale del paese.
Lo scontro sta coinvolgendo l’Iran che sostiene, anche per motivi di affinità religiose oltre che di egemonia regionale, le milizie Houti. Nell’altro bando si sta mobilitando, contro le milizie sciite, la monarchia ultrareazionaria sunnita dell’Arabia saudita da sempre addentro ai peggiori intrighi dell’area, costituendo una coalizione musulmana sunnita composta  da Egitto, Turchia, Qatar, Giordania, con l’appoggio più distante del Pakistan. Così le nazioni arabe che non si sono unite contro la minaccia neo-nazista dell’Isis scelgono di farlo per bombardare lo Yemen causando già numerose vittime anche civili. L’obiettivo indiretto di questa offensiva militare è l’Iran con un’evidente preoccupazione della crescita di peso di quest’ultimo, anche per il prestigio conquistato in questi mesi fra le popolazioni dell’area per i successi conseguiti nel sostenere la resistenza ai criminali del califfo nero. 
L’Iran inoltre sembra sul punto di concludere un accordo storico sul nucleare con gli Usa che gli permetterebbe di riacquistare margini economici, politici e di influenza nella zona.
Lo scontro in atto si avvita creando una situazione esplosiva. Lo Yemen è infatti un’area nella quale storicamente la dimensione bellica, non solo quella degli eserciti ma diffusamente nelle milizie locali e tribali, è sempre stata preponderante. A ciò si aggiunge l’acuirsi di uno scontro interreligioso che invece nel passato era minore. La escalation sovranazionale spinge inoltre ad uno scontro fra potenze statuali e militari e settori di superborghesia araba mentre si approfondisce lo scontro e la lacerazione nel mondo musulmano. Infine le conseguenze sono deleterie in relazione alla lotta contro l’Isis che ne esce indebolita. Anche in questa vicenda il sistema democratico e la sua leadership americana misura una crescente incapacità ad affrontare e trovare soluzioni alle crisi internazionali, in particolare in questa area cruciale del pianeta, muovendosi confusamente su più piani senza una possibilità di risoluzione più stabile.
In Yemen nel 2011 la gente comune, superando divisioni, logiche belliche e manovre politiche aveva dato vita ad una insorgenza rivoluzionaria contro il regime di Salah mettendo al centro la lotta per la libertà e la logica di pacificazione fra gli oppressi, nella scia delle rivoluzioni di piazza Tahrir in Egitto e della Siria. L’attuale crisi dimostra tutto il valore di quel tentativo per quanto incompiuto. La sconfitta delle rivoluzioni della gente comune ha spianato infatti la strada alle armi.

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dal 4 al 18 marzo 2019


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