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Grecia

accordo verso il baratro

L’accordo tra il governo greco e l’Unione europea per evitare la bancarotta statale porta verso il baratro la gran parte della popolazione greca che in questi anni ha già subìto un disumano peggioramento delle condizioni di vita.
Il testo approvato nel parlamento ellenico prevede un “aiuto” europeo con lo stanziamento in tre anni di 82/86 miliardi di euro. Ma dell’intera somma circa il 30% servirà per restituire i prestiti agli usurai del Fondo monetario internazione e alla Banca centrale europea, un altro 30% servirà per riempire i forzieri delle banche greche (e non solo) altrettanto responsabili della rapina a danno della popolazione e solo il restante 40% dovrebbe essere utilizzato per gli affari correnti e per gli investimenti. Quest’ultima voce resta un mistero dato che di certi ci sono l’aumento generalizzato di prezzi e tasse, l’attacco alle pensioni, più di 10 mila licenziamenti nel Pubblico impiego, un cumulo di privatizzazioni a favore del grande padronato.
Un piano di sacrifici e austerità che si aggiunge a quelli già attuati negli anni precedenti, che hanno fatto crescere e faranno crescere ancora di più il debito pubblico della Grecia nei prossimi due anni (dal 170% al 200% del Pil) e farà aumentare i profitti delle banche europee e internazionali.  Altro che aiuto, è letteralmente una spinta verso il disastro. Si è voluta evitare l’uscita della Grecia dall’euro per spingerla in un tunnel senza uscita esprimendo il massimo del cinismo e della prepotenza statale europea.
Mentre Syriza (seppure spaccandosi) approva in parlamento la stangata europea con il sostegno delle forze della destra, la gente greca e i lavoratori sono scesi in piazza contro questo accordo rivendicando il risultato del referendum voluto proprio da Tsipras per la dignità e la giustizia sociale. In questo quadro incerto e caotico è arrivata puntuale l’azione reazionaria e antipopolare di gruppi e bande violentiste che hanno a cuore solo la guerra privata con le forze dell’ordine. Nel frattempo si acuiscono in peggio le condizioni di vita di milioni di greci. Sono cresciute nuove povertà, la disoccupazione ha raggiunto livelli impressionanti, la mortalità dei neonati è aumentata del 40% così come quella materna. Sono cresciute patologie di ogni tipo mentre mancano farmaci essenziali e il sistema sanitario è al collasso.
Ci sono diverse esperienze che dimostrano come una parte della popolazione non si limita solo alle mobilitazioni anche radicali per fare richieste al governo e ai potenti. Infatti, senza la diffusione di iniziative di solidarietà popolare e cooperazione moltissime persone non riuscirebbero a vivere. La popolazione greca ha bisogno della più ampia solidarietà perché deve fronteggiare uno scenario difficile e pericoloso in cui alle misure di impoverimento e di austerità padronale e statale si intrecciano minacce di forze reazionarie e neofasciste come Alba Dorata che può utilizzare strumentalmente la scelta antipopolare del governo greco.

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accordo Iran-USA sul nucleare

nuovi scenari per l’Iran e il Medio Oriente?

L’accordo dell’Iran con gli Usa e le principali potenze mondiali impegna Teheran a non dotarsi di armi atomiche per 10 anni (non a rinunciarvi permanentemente) in cambio della fine delle sanzioni internazionali nei suoi confronti. Tanta gente, innanzitutto giovani, è scesa spontaneamente nelle piazze in Iran per festeggiare la firma dell’accordo, manifestando una spinta pacifica, probabilmente un desiderio di libertà e di apertura verso il mondo. Da ben diverso versante, i protagonisti dell’ accordo sbandierano ipocritamente la loro volontà di “ricerca della pace” e di “rendere il mondo un posto più sicuro”. In realtà siamo di fronte a un’ulteriore monito sulla permanente minaccia per tutta l’umanità rappresentata da Stati che già posseggono armi atomiche (incluso Israele, seppure non ufficialmente) o che sono giunti al punto di potersene dotare (come l’Iran) o che minacciano di farlo rapidamente (come l’Arabia Saudita).
D’altra parte, questo accordo rappresenta una novità importante: la Casa Bianca riconosce e sancisce così il peso che l’Iran ha da tempo acquisito nella zona mediorientale e sul proscenio internazionale, destinato a crescere ulteriormente. Obama  opera così un parziale cambio rispetto alle alleanze storiche statunitensi nella zona (che erano, e in parte rimangono, con Israele e Arabia Saudita), oggi insufficienti per affrontare il mutato e caotico scenario. Ma questa mossa della diplomazia statunitense non potrà comunque reinvertire la crisi e la decadenza di strategia politica che soffre il vertice del sistema democratico in Medio Oriente, né potrà credibilmente frenare il caos che vive questa area.
Il Medio Oriente si conferma, anche in questo caso, crocevia della situazione internazionale. Quanto avviene in questa parte del mondo riguarda le genti di tutto il pianeta per le conseguenze complessive che ha. L’accordo concluso cambierà gli scenari regionali, difficile prevedere ora quanto e come. È lecito chiedersi se potrà dare luogo a sviluppi utili alla lotta contro il mostro neonazista dell’Isis, visto che forze militari dell’Iran sono scese in campo contro di esso, appoggiando sul terreno le milizie sciite in Iraq. D’altra parte, l’accordo potrebbe portare a una ulteriore e tragica escalation del confronto tra Arabia Saudita e Iran, in cui ciascun contendente sfrutta cinicamente la lacerazione storica nel mondo musulmano tra sciiti e sunniti per i propri interessi politico-bellici (come dimostra l’attacco dell’Arabia Saudita e della sua coalizione in Yemen in chiave anti-Iran ma anche prosunnita e antisciita). Infine, è più che mai vigente il pericolo rappresentato dal bellicismo sfrenato dallo Stato sionista: Israele ha già minacciato da tempo l’intervento militare in Iran per non permettergli di sviluppare armi atomiche e considera l’accordo un’insopportabile legittimazione delle ambizioni politiche e militari di Teheran.
Gli Stati e i loro accordi diplomatici non hanno sinora garantito stabilmente la pace, tantomeno in questa fase di decadenza e specialmente in Medio Oriente. Ciò che hanno meglio saputo fare è la guerra: contro popoli che hanno rivendicato il diritto a esistere (come i palestinesi e i curdi), contro le aspirazioni delle rivoluzioni come quelle egiziana e siriana o impegnandosi in sanguinosi conflitti tra loro in ragione di voraci appetiti. Le possibilità di pace passano per ben altro: innanzitutto per la sconfitta dei neonazisti dell’Isis, dei dittatori e delle teocrazie reazionarie dell’area, per lo sviluppo della convivenza e della pacificazione tra musulmani sciti e sunniti, cristiani, ebrei e genti di ogni confessione ed etnia, per la soddisfazione delle rivendicazioni storiche dei popoli a cominciare da quelli palestinese e curdo.

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Isis e Arabia Saudita convergono contro gli sciiti

Yemen, mercoledì 8 luglio. I seguaci del Califfato nero fanno esplodere un’autobomba all’uscita di una moschea sciita uccidendo una persona e ferendone altre cinque. Questo attacco segue ai bombardamenti serrati da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro gli sciiti houthi: decine i morti tra i civili (oltre 1.500 dall’inizio dei raid nei mesi scorsi). È un’ulteriore espressione della fattuale convergenza antisciita da parte di diversi poteri oppressivi che si rifanno all’Islam sunnita. Per l’Isis lo sterminio degli sciiti (considerati “apostati”) è un tassello fondamentale dell’ordine del terrore che vuole stabilire ed è ciò che ha già iniziato a praticare. D’altro canto i diversi governi sunniti della zona, le mire di potere regionale dell’Arabia Saudita sulla base dell’interpretazione wahabita dell’Islam – e il contrasto crescente con l’Iran roccaforte sciita – alimentano le aggressioni verso le popolazioni sciite. Lo scisma tra sunniti e sciiti, più che millenario e da sempre motivo di oppressione e scontri sanguinosi, si rinnova pericolosamente. A maggior ragione sono importanti le lezioni delle rivoluzioni della gente comune: persone di diverse confessioni religiose ed etnie hanno scelto la pacificazione per unirsi e migliorare la vita contro gli oppressori affrontando e superando assieme divisioni e contrasti. È un messaggio che, seppur indebolito dalla (temporanea) sconfitta delle rivoluzioni, può alimentare la solidarietà con chi lotta contro l’Isis e le stesse resistenze popolari dove spesso si trovano fianco a fianco milizie formate da diversi gruppi religiosi e/o etnici.

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referendum greco

il ricatto tecnodemocratico perde nelle urne ma non è certo finito

Una grande maggioranza della popolazione greca vota No al referendum e rifiuta i diktat dei maggiori governi europei, della Bce e del Fmi. È un segnale di resistenza all’arroganza dei potenti primi responsabili, assieme alla borghesia locale, del peggioramento drastico, in nome del “risanamento”, delle condizioni di vita di milioni di persone in Grecia. È un soffio di dignità da salutare positivamente per quanto pesino le illusioni politiche e un certo nazionalismo. Soprattutto è una manifestazione nitida del declino imparabile degli assetti democratici europei. A poco più di vent’anni dall’esordio dell’Unione Europea e a tredici dall’introduzione dell’Euro, l’Europa annaspa in quanto a capacità di gestione delle vicende politiche e socio-economiche ed appare estranea, se non ostile a una parte crescente dei popoli, un comitato di affari freddo e incurante dei bisogni delle persone.
Non è semplice prevedere quali saranno gli sviluppi della situazione. Non appaiono disposti a grandi concessioni i vertici europei che hanno forzato lo scontro per stabilire con chiarezza chi comanda. D’altra parte Tsipras e i suoi, seppure rafforzati dal referendum, inevitabilmente devono trattare e cedere posizioni, lo si capisce anche dalle dimissioni di Varoufakis “per facilitare il negoziato”. All’interno degli assetti decadenti dell’Unione Europea e del sistema democratico, dentro cui si collocano Syriza e i suoi fan, si fanno esigui i margini per miglioramenti a favore delle grandi maggioranze. Le speranze, che vengono dalla Grecia, sono destinate a rimanere frustrate nell’ambito delle istituzioni statali e dei meccanismi economici dominanti. Proprio perché ci sentiamo solidali con i tanti che si sono impegnati per contrastare gli attacchi degli oppressori contro le popolazioni elleniche e per costruire iniziative di solidarietà che hanno alleviato le sofferenze di molti, riteniamo indispensabile trovare strade diverse e indipendenti dai poteri dominanti per affermare questi aneliti di cambiamento.

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Francia, Tunisia, Kuwait, Somalia e Kobane

I VIGLIACCHI DELL’ISIS
COLPISCONO ANCORA

Una nuova criminale sequenza di attentati – rivendicati dall’Isis neonazista, da formazioni simili come gli Shebab somali, da possibili emuli del terrore – ha colpito in numerosi paesi: dalla Francia alla Somalia, uccidendo e ferendo decine e decine di persone.
A Isère, vicino Lione, due persone si sono introdotte in una fabbrica che produceva gas con il possibile intento di farla esplodere e provocare una strage. Sul luogo è stato trovato un cadavere decapitato con scritte e una bandiera dell’Isis.
A Sousse in Tunisia, famosa località turistica, un commando ha assaltato turisti e bagnanti uccidendo e provocando più di 37 vittime (il bilancio è ancora provvisorio).
In Kuwait è stata fatta esplodere un’autobomba davanti a una moschea sciita causando decine di morti.
A Mogadiscio è stata assaltata una caserma della forza militare panafricana di stanza lì.
A Kobane, città simbolo della resistenza contro il califfato nero, che era stato cacciato a febbraio dalla resistenza curda e siriana, un manipolo di seguaci dell’Isis sta attuando un tentativo di controffensiva attraverso attentati con autobombe ed assalti. Di fronte alla reazione dei resistenti della città, si sono asserragliati in un ospedale tenendo in ostaggio decine di feriti.
In questo venerdì di Ramadan queste azioni assassine attuate con contemporaneità intenzionale, dimostrano ancora una volta che l’Isis è una minaccia contro l’umanità, un pericolo per tutti e tutte.
La logica di questi attentati è vigliacca perché colpisce per lo più persone inermi, lavoratori, turisti, persone che pregano in un luogo di culto.
È una logica che cerca di colpire laddove è più facile, perché invece sul campo di battaglia, laddove incontra una resistenza diretta e motivata come abbiamo visto in questi ultimi mesi, l’Isis arretra. Di fronte all’incertezza sul campo i seguaci di Al-Baghdadi ed i loro simili cercano di far avanzare la propaganda del loro progetto criminale con il terrore e con la morte, continuano ad attuare una politica di genocidio, tortura e repressione verso le genti che vogliono sottomettere. Tutto ciò è finalizzato alla costruzione di uno stato teocratico che si richiama all’islam e che ha i tratti totalitari ed ultrareazionari di stampo neonazista.
Tutto ciò avviene con la complicità più o meno aperta di stati e regimi reazionari come quello di Erdogan in Turchia, o quello di Assad in Siria e nel silenzio e nell’inanità più generale.

Esprimiamo la nostra solidarietà a tutta la gente colpita anche in queste ore ed il nostro sostegno alla resistenza di Kobane e a tutte le resistenze popolari.
Invitiamo allo schieramento contro questi nemici della vita umana, in particolare delle donne e dei bimbi.
Questo impegno è fortemente necessario in questo paese dove la propaganda del terrore alimenta la paura ed il ripiegamento egoistico e rappresenta una minaccia concreta contro cui è necessaria una reazione diffusa. Può inoltre far crescere la violenza, il neofascismo ed il razzismo che vogliono colpire in primo luogo i profughi e le vittime di guerre e persecuzioni.

Chiediamo di unirci per dar vita ad un ampio fronte di difesa contro il terrorismo stragista e reazionario, e contro tutti i razzismi, in difesa del principio di comune umanità.

26 giugno 2015 ore 20.00

 

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