Italian - (it)Español(es)French (fr)English (en)

AdessoLaStoria

                           

                           

                                         all'11 marzo
                                       abbiamo raccolto

                               389.128 euro

 


Stampa
PDF

Pozzuoli (NA)

Solidali con carla: una fiaccolata contro la violenza

Pozzuoli, martedì 2 febbraio. Una fiaccolata con tante persone, circa 250, soprattutto donne ma anche uomini e bimbi, per dire a Carla che siamo con lei, che vogliamo che viva. Innanzitutto per se stessa e per la sua bimba, che l'aspetta, e ha bisogno di lei per crescere e diventare bella come sua madre. E poi per tutte noi, per coltivare la speranza, perché noi donne possiamo essere più forti della violenza patriarcale che ci colpisce. Ora Carla lotta tra la vita e la morte, perché il suo ex non accettava il suo no. Carla è stata brutalmente colpita perché voleva vivere ed essere libera, voleva scegliere chi amare, voleva ricostruirsi una vita. Tante donne purtroppo non ce l'hanno fatta, ma tantissime di più si, e continueranno la battaglia della dignità, rispetto e libertà anche per chi non c'è più. lo dicevano con fierezza i volti delle tante persone che erano alla fiaccolata. Erano volti tristi, esprimevano il cordoglio per l'ennesima vittima del femminicidio, ma dicevano anche "basta", non vogliamo che continui ad accadere. Era come se un enorme abbraccio volesse proteggere Carla e tutte le altre. Le donne sono la trama relazionale vitale per qualsiasi gruppo umano, sanno lenire e contrarrestare l'incuria maschile e la violenza patriarcale, anche se a volte lo fanno in modo silente e poco consapevole. Spero che la presa di coraggio delle persone espressa martedì continui a crescere e si trasformi in un sentimento più profondo, di amore per la specie umana, e quindi delle donne innanzitutto. Possiamo misurare il grado di benessere di una società o gruppo umano dal grado di benessere delle donne e dei bimbi. Allora ci rendiamo conto che la nostra società non è sana. Dobbiamo fare di tutto per cambiarla.

Stampa
PDF

Family day

ancora una volta contro la libertà e i diritti di tutti

È il terzo Family day organizzato in Italia dopo quelli del 2007 e del 20 giugno dell’anno scorso. E’ stata l’occasione, anche questa volta, per una minoranza di credenti cattolici sostenuti e rinfocolati dai peggiori rappresentanti della destra parlamentare ed extra-parlamentare (anche Casa Pound era presente con il suo striscione) di far sentire la propria voce prepotente e irrispettosa verso chi non accetta il modello di famiglia patriarcale: padre, madre e figli nati dal matrimonio. Secondo quanto detto dal palco, l’alternativa a questa famiglia sarebbe la solitudine. La difesa dei bambini è la motivazione strumentale sbandierata per opporsi con forza alla legge Cirinnà prossimamente in discussione al senato che contempla una forma di adozione anche per le coppie omosessuali.

Nonostante il successo dichiarato da molti media (ma ben inferiore alle cifre sparate), l’Osservatore Romano non ha dedicato al Family day di sabato la prima pagina, papa Francesco non ha fatto arrivare i propri saluti, i vescovi non hanno aderito ufficialmente all’evento. Cosa succede? Possiamo fare delle ipotesi senza far finta che da quella piazza non vengano segnali preoccupanti che minano la libertà e la difesa della nostra comune umanità. Si tratta di una minoranza che il capo della chiesa cattolica non ha interesse a sostenere pubblicamente ma neanche a sconfessare: piuttosto che dichiararsi contro le unioni civili è meglio ribadire che la famiglia è “fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo” e che occorre avere misericordia verso quanti vivono “uno stato obiettivo di errore”. Qual è la differenza? Nessuna! Eppure la parola magica “misericordia”, al centro del recente sinodo della famiglia e di tutti i suoi ultimi discorsi, sembra dissolvere, anche nelle menti più accorte, la logica totalitaria e patriarcale che connota le istituzioni religiose e politiche. Chi non ha aderito al Family day – come le ACLI – esprime un parziale accordo sulle unioni civili ma nessuna tolleranza sull’adozione da parte di coppie omosessuali. Nessun accenno all’amore, all’accoglienza, alla relazione di cura che può nascere e crescere in un’aggregazione umana dedita al bene reciproco e al rispetto, in primis delle donne e dei bambini. La protervia della piazza di sabato che si arroga il diritto di definire “naturale” ciò che è nato da un’espropriazione violenta della scelta delle donne, trasformata in un contratto senza diritto di recesso, fa da contraltare ai dubbi e agli scontri interni al mondo cattolico, sia dentro che fuori i palazzi del potere.
Per quanto ci riguarda ribadiamo la nostra posizione convinta: vogliamo essere tutte/i libere/i di scegliere, uguali nei diritti, siamo per la difesa intransigente della libertà delle donne e quindi dell’umanità, non accettiamo chiacchiere strumentali sulla “difesa dei bambini” da chi nulla dice dei bambini che muoiono affogati in mare magari mentre cercano di sfuggire al mostro neonazista dell’Isis, da chi tace sugli stupri e le molestie quotidiane nelle case e nelle piazze di tutto il mondo.

Stampa
PDF

cinque anni fa, piazza Tahrir

il 25 gennaio 2011 cominciò la rivoluzione in Egitto. Si inserì immediatamente nel solco tracciato dalla rivolta tunisina di poche settimane prima – i cui esiti e irrisolti sono di attualità –, superandola e  raggiungendo le vette più alte delle rivoluzioni della gente comune. Insieme all’anno primo della rivoluzione siriana, piazza Tahrir avrebbe incarnato un principio di rivoluzione umana senza precedenti di cui oggi è non solo doveroso ricordarsi ma dalla quale è quanto mai importante continuare ad imparare e a cui ispirarsi. Le donne e gli uomini che ne furono protagonisti cercarono di cambiare in meglio e complessivamente la vita, combattendo coraggiosamente l’oppressione, inventando e cominciando a seguire strade armoniche con i loro aneliti di libertà, giustizia, dignità.

Convergendo tra loro, politica e religione hanno colpito brutalmente e sconfitto piazza Tahrir, che già pativa la sua inizialità e le sue fragilità. Alla sconfitta, le protagoniste e i protagonisti di quella rivoluzione hanno pagato e stanno pagando un prezzo molto elevato: oltre ai morti, molti di loro sono in carcere, costretti all’esilio o alla clandestinità nel proprio paese. La caccia alle principali avanguardie di piazza Tahrir e a chiunque ne difenda e coltivi l’operato si è ulteriormente intensificata in queste ultime settimane: gli oppressori sanno di aver sconfitto la rivoluzione ma di non poterne cancellare lo spirito, ne sono spaventati. 

Il prezzo della sconfitta lo pagano tante egiziane e tanti egiziani nuovamente sotto la dittatura, e anche noi lo paghiamo un po’, seppur diversamente. La reazione contro la ricerca del bene che si cominciò a sperimentare nell’agorà al centro del Cairo ha assunto il volto rabbioso di al-Sissi e d’altro canto quello dei seguaci di al-Baghdadi che escono dalla loro tana nel Sinai solo per colpire innocenti inermi. In un contesto regionale e mondiale in cui si impongono i peggiori oppressori e le loro logiche mortifere, in cui ai vecchi e diversi nemici dell’umanità si aggiunge – distinguendosi – il califfato neonazista, rivivere il 2011 e piazza Tahrir che ne fu un faro non ha valenza meramente commemorativa. Chi ne fu protagonista ci ha coraggiosamente detto del bene e della libertà possibili, nonostante i poderosi ostacoli che si frappongono sul cammino. Oggi come ieri.

Stampa
PDF

Diario di un'umanità in cammino

Chiara Montaldo, medico ed operatrice umanitaria, è impegnata in un'organizzazione di solidarietà internazionale ed ha partecipato, sul finire dello scorso anno, a missioni sulla rotta dei profughi. ci ha inviato questo diario che pubblichiamo integralmente. Starlci sono sulla nostra edizione cartacea.


Ottobre 2015

Stavo per partire per la visita dei Balcani sulla strada percorsa dai profughi di oggi.

In partenza a Bruxelles mi hanno rubato la borsa con tutti i soldi e i documenti. Addio viaggio.

Eppure da subito ho capito che era il giusto inizio. Per provare, seppure in una forma del tutto annacquata, come ci si sente ad essere improvvisamente senza quei supporti necessari alla nostra vita, ai nostri movimenti, al nostro "essere noi". Il primo pensiero per tornare a casa è stato salire su un treno senza biglietto. Diventare subito "irregolare", "illegale". Se non l'ho fatto è stato solo grazie alle hostess che hanno fatto una colletta e mi hanno dato 30 euro.

Per una serie di combinazioni fortunate ho riavuto tutti i documenti e dopo 2 giorni ero su un aereo per la Macedonia.

Fino ad oggi la Grecia era stato un posto da vacanze per me, la Macedonia uno di quegli stati di cui a fatica conoscevo i confini, la Serbia un prodotto della guerra dei Balcani...

Oggi questi stati sono il teatro di un esodo storico. Ho visto migliaia di persone in cammino, famiglie, tantissimi bambini, tantissimi anziani. Persone che non vogliono fermarsi neanche un attimo a riposare. Quasi nessuno mi è sembrato arreso. Anzi il tratto più comune è la determinazione. Andare avanti, anche di notte, anche con i bambini in braccio, prima che l'inverno arrivi a congelare le strade, i piedi, le braccia. Lo zaino in cui avevano messo le cose più importanti, diventa sempre più leggero. Le cose si abbandonano lungo la strada. Ad ogni passo si rompono, si rovinano, si perdono. Ad ogni passo perdono valore. La vita di prima è finita. Ma ora non c'è tempo di pensarci. Ora bisogna solo andare avanti.

Una donna incinta di 7 mesi itterica viene in ambulatorio. Le proponiamo il ricovero. No. Non può perdere il gruppo, deve proseguire. La vedo inghiottita nella notte con il suo gruppo e mi chiedo che ne sarà di lei, del suo gruppo, del suo bambino. Mentre scompaiono, una lacrima mi brucia la faccia. Mi rimbomba in testa il rumore dei passi quando il gruppo parte. Mi rimane in testa per diverse ore.

Quanti ne saranno già morti prima di arrivare qui? Quanti di loro che sono qui oggi, raggiungeranno un rifugio sicuro? Cosa succederà a quelli che ce la faranno? Come può qualcuno voler ulteriormente ostacolare questo viaggio? Come è possibile?

La Turchia e la Grecia sono divise da un sottile braccio di mare. Ero abituata al mare che divide la Libia dalla Sicilia. Avevo già conosciuto il suo volto assassino. Il rosso che avvelena il blu. Ancora una volta. Senza tregua. La spiaggia di Lesbos è una distesa di resti di gommoni e giubbetti di salvataggio. Ogni volta che ne vedo galleggiare uno in mare spero che l'onda se lo sia preso dalla spiaggia...spero che chi l'ha indossato sia salvo da qualche parte...

Gommoni, autobus, treni, strade, accampamenti. Colmi di un' umanità commovente. Per la sua forza. Umanità che costringe a pensare, a pensarsi. Ti ci specchi dentro. Potresti essere tu. La tua famiglia. Invece io anche questa notte dormo al caldo, al sicuro. Gli anziani mi commuovono ancora più dei bambini. Perché loro lasciano. Sanno quello che lasciano. Amano quello che lasciano. Anche se oggi sono costretti ad odiarlo.

La guerra, i muri, la paura, il filo spinato, le disuguaglianze.

La forza, la solidarietà, la determinazione, il coraggio.

C'è di tutto in questa fuga. E tutto oggi mi rotea nella testa e nella pancia . Non

 

Novembre 2015

Torno un mese dopo. Cambiano le facce ma nulla è cambiato. Le stesse spiagge, le stesse stazioni sono lo stesso desolante teatro della stessa fuga. Dall'aereo mi appare il contorno di Lesbos: arancione. Sono i giubbetti di salvataggio. Penso freddamente che è un bene che siano arancioni. Mi hanno insegnato che quelli blu funzionano peggio, alcuni vanno a fondo. Costano di meno. Le persone che scappano non sono tutte uguali. Neanche qui.

Penso che chi vedo oggi forse è il cugino di chi ho già incontrato, il fratello, il figlio.. Il fiume umano non si è arrestato. Viaggia ancora più veloce, più ansioso. Bisogna passare prima che sia troppo freddo, ma soprattutto prima che chiudano. Le frontiere. Basta che chiuda la prima e le altre lo faranno a catena. Il temuto effetto domino. "Se succederà, attraversare i confini sarà più difficile, più pericoloso, più violento, ma lo faremo. Siamo arrivati fino a qui". Nessuno prende in considerazione di fermarsi. Sarà solo un ennesimo ostacolo a questa fuga.

Mi gela il pensiero che l'inverno non si può arrestare, ma il filo spinato quello lo mettiamo noi.

Mi gela il pensiero di quanto dolore costa la paura.

Mi gela il pensiero che un biglietto aereo annullerebbe questa tragedia. Un biglietto aereo. Che la gente sarebbe felice di pagare, fosse anche il doppio o 10 volte il normale.

I bambini trovano il modo di giocare ad ogni tappa. Mi stupisce non sentirli mai piangere. Neanche i piccoli. Come se capissero senza conoscere. Sono tantissimi.

Un neonato non ha mangiato per tutto il giorno. La mamma dice: Abbiamo camminato sempre. Ho il latte ma non ho il tempo.

Si la fuga è più veloce, più ansiosa. L'inverno arriva. Le frontiere posso chiudere. Da un momento all'altro.

Stampa
PDF

Kenia

insieme, difendendo la vita propria e altrui

Era già successo, ma questa volta l’epilogo è stato ben diverso. Un gruppo di Shebab – formazione somala affiliata all’Isis – ha assalito un pullman con l’intenzione di trucidare i non musulmani a bordo però questa volta non sono riusciti a separare gli uni dagli altri: al di là delle differenze di credo religioso, i passeggeri si sono uniti e hanno impedito la strage.
Appena si sono accorte del pericolo, le donne musulmane hanno dato un velo a quelle cristiane per confondere gli assassini; poi, quando gli assalitori hanno dato l’ordine agli uni di risalire sul mezzo e agli altri di restare a terra per essere uccisi, nessuno ha obbedito: “Ammazzateci tutti oppure lasciateci andare”. Sorpresi e frustrati, gli uomini in armi hanno dovuto battere in ritirata. Abituati a sentirsi onnipotenti – ma solo di fronte a persone inermi – nulla hanno potuto contro la determinazione e la volontà di salvarsi insieme.
Un episodio drammatico con uno splendido epilogo, uno straordinario esempio di come è possibile difendersi e reagire: riconoscendosi reciprocamente, unendosi, sollecitando le proprie risorse migliori per difendere la vita e sconfiggere l’odio mortifero dell’Isis e dei suoi sostenitori.

Ultimo Numero

 • n. 332


dal 4 al 18 marzo 2019


è uscito
umanesimo
socialista
n.5

us4