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AdessoLaStoria


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editoriale la comune n.295

editoriale295 

Il vile attentato di Londra è opera di un isolato terrorista ma è stato rivendicato dall’Isis, che subisce sconfitte sul campo e colpisce per vendetta gente inerme. La sua eco non si è ancora spenta che già si confonde con le minacce di guerra del neopresidente Usa Trump. Di fronte all’esodo di milioni di persone in cerca di vita migliore, in Europa e America si chiudono frontiere e si sbraita all’invasione. Razzisti, fascisti e leghisti picchiano, minacciano o inneggiano all’omicidio e alla giustizia fai da te, bulli vessano altri giovani, maschi molestano e uccidono donne ogni giorno. In un’epoca di decadenza inarrestabile che travolge e coinvolge gli istituti oppressivi e le persone, nella vita quotidiana, un clima e una prassi di violenza diffusa – che promanano dall’alto e si riverberano dal basso – generano pericoli di ogni sorta. Pericoli che aumentano, per la disgregazione umana e sociale, la disperazione e la frustrazione, il razzismo, la violenza patriarcale e l’incultura dilagante che riempiono le nostre città in questo lungo e sanguinoso tramonto delle società, a cominciare da quelle occidentali. Anche qui il nazijhadismo trova frustrati pronti a Le impronte femminili segnano tutti gli aspetti della vita. Della vita di tutti: donne, uomini, grandi e piccoli. Sono impronte presenti in ogni tempo e luogo, eppure celate. Ciascuno può invece valorizzarle e imparare da esse per pensarsi e vivere meglio insieme, donne e uomini. Riconoscere coloro che per prime si prendono cura della vita comune è un buon punto di partenza per una cultura al femminile come cultura di tutta la specie umana. uccidere e morire, interpreti “fai da te” di un terrore magari privo di pianificazione ma non meno premeditato. E gli Stati non possono difenderci, perché tutti gli Stati, compresi quelli democratici, sono per loro natura fondati su guerra e politica, sul potere negativo di uccidere ed escludere, e badano sempre e solo ai propri interessi e non a quelli delle persone. E allora bisogna comprendere che in primo luogo da noi dipende la nostra sicurezza. Non affidiamola agli Stati, non deleghiamola agli eserciti o alle polizie. Al contrario è necessario sempre più prestare attenzione, guardarsi attorno, prevenire i rischi, difendere la vita e farne un motivo di protagonismo e di unione fra le persone. Di più, cercando assieme strade di accoglienza e solidarietà, di reciprocità e vicinanza è più possibile riconoscere gli amici e i nemici, chi può aiutarci e da chi difendersi. Gli esempi di una possibile strada alternativa e affermativa ci sono già: dalla Val Roja dove ci si organizza per accogliere chi passa il confine fra l’Italia e la Francia, al teatro San Carlo di Napoli, dove grazie all’Associazione 3 Febbraio si aprono le porte a profughi e immigrati con un concerto gratuito, affermando che l’arte è accoglienza in uno straordinario esempio di convivenza possibile; dalle migliaia di donne che hanno cercato libertà per sé e per tutti il 26 novembre, ai giovani che si organizzano contro il bullismo nelle scuole. Tutti e ciascuno possiamo essere protagonisti di questo impegno per la vita, per difenderla e affermarla. Un impegno che è anzitutto un’opera quotidiana da svolgere in prima persona intorno a noi: nelle scuole, nei quartieri, al lavoro, fra donne, con gli amici, tra vicini, fra e con gli immigrati, ovunque e con chiunque sia disponibile. Possiamo unirci e proteggerci a vicenda, sostenerci e accogliere. Possiamo contrastare l’odio, la violenza e i disvalori di quest’epoca, affermando un’alternativa praticabile. Coltiviamoli, questi germogli di speranza concreta, come coltiviamo le aspirazioni di un futuro diverso da quello oscuro degli oppressori, sottraendoci e difendendoci dalla violenza diffusa, provando ad essere più e meglio persone migliori assieme.

26 marzo 2017
Jacopo Andreoni

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editoriale la comune n.294

 editoriale294

Bill Gates, il fondatore e socio di maggioranza di Microsoft, in una recente intervista che ha fatto il giro del mondo ha proposto di tassare il lavoro dei robot che compiono mansioni precedentemente svolte da lavoratori umani. Quasi contemporaneamente, nel pressoché totale silenzio dei media, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione, proposta dalla deputata socialista lussemburghese Mady Delvaux, che sancisce lo statuto giuridico e le responsabilità degli automi, considerati “persone elettroniche responsabili [...] che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi”. Di fatto, Bill Gates e la politica del Vecchio continente danno ai robot, ideologicamente e legalmente, la dignità di soggetti: li equiparano agli esseri umani concreti. E così riducono questi ultimi al livello di macchine. Un disumanizzante abominio che nega la vita, complessa e straordinaria, di ciascun essere umano, celando dietro la propaganda sull’Intelligenza artificiale l’esaltazione del macchinismo senza limiti, la fiducia incondizionata nel progresso inarrestabile, un disegno tanto terribile quanto pericoloso. In gioco non c’è solo la questione – peraltro fondamentale – del lavoro, già ipersfruttato in quest’epoca di decadenze, e della sua automazione che in nome del profitto espropria ulteriormente gli esseri concreti delle loro capacità creative e produttive. Al fondo ci sono la volontà e la convinzione di politici e padroni che un mondo a misura di macchina sia per loro migliore, più utile e più comodo. Perché a costoro serve la stupidità artificiale (altro che intelligenza!) di una macchina che svolge il proprio compito senza sentire, pensare, immaginare, dialogare, confrontarsi, ribellarsi, unirsi, impegnarsi, cambiare, scegliere, vivere, essere. Ciò che vogliono – al di là dei proclami – quelli come Bill Gates (che raccontano di voler salvare il mondo, quello stesso mondo che invece stanno in prima persona distruggendo), è di rubarci con il lavoro anche l’anima, sostituendo la ricerca di bene che si esprime nella vita degli umani con la comoda funzionalità implicita negli automi, cancellando l’etica per la robotica. Robot deriva da una parola ceca che significa servo: un mondo di servitù è quello che i poteri oppressivi, statali e capitalistici, hanno sempre voluto, ma non hanno mai potuto completamente avere, perché non siamo e non saremo mai macchine, ma vivi e straordinari esseri umani concreti, capaci di scegliere il proprio futuro.

5 marzo 2017
Jacopo Andreoni

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editoriale la comune n.293

editoriale293 

Di donne si parla molto intorno all’otto marzo. Perché la questione è all’ordine del giorno. Anzi, di ogni giorno e ogni giorno di più. In milioni sfidano il neopresidente peggiore di sempre, Donald Trump (anche se altre lo hanno scelto). Nel subcontinente più violento contro bambine, giovani e adulte, l’India, centinaia di migliaia di donne (trascinando anche tanti uomini) non si fanno fermare dall’efferatezza dell’ordine dei padri; ma ciò avviene anche in Sud America, mentre l’Europa le ha viste nuovamente in piazza contro leggi offensive e liberticide. Intanto ogni giorno la vita è generata, tutelata e curata dalle donne di diverse età e condizioni: il genere femminile – che perciò chiamiamo primo – è cruciale per l’umanità e per il suo miglioramento, quindi lo è per il nostro umanesimo socialista che su di esso in primo luogo basa una prospettiva di autoemancipazione. Siamo un’unica specie umana differenziata al suo interno, tutti accomunati innanzitutto dal fatto di essere nati da donne; siamo due generi diversi, non solo per caratteristiche biologiche o per cultura. Sull’emergere femminile, processo tutt’altro che lineare o risolto, si è potuta basare nel corso del tempo l’emersione umana. Ciò è stato vero dalle origini della vicenda umana alla tragedia del rovesciamento patriarcale e fino ad oggi: i due generi non hanno pensato allo stesso modo alla vita comune; un esempio su tutti riguarda il fatto che quello femminile ha prevalentemente cercato di sottrarsi alle guerre o di lenirne il più possibile gli effetti. Di fronte all’emergere femminile la reazione del patriarcato decadente, perciò ancor più incattivito, si fa sentire. Attraverso le forme più atroci e scoperte del femminicidio o quelle più subdole, che giungono perfino ad ammantarsi di rosa. Fra queste si fa strada la moda, circoscritta ad alcune zone del mondo ma assai nociva, di chi nega l’esistenza dei generi – e così mina un fattore costitutivo dell’identità umana – tra l’altro mettendoli sullo stesso piano: non riconoscere la funzione guida che le donne che lo scelgono possono rappresentare come una leva di trasformazione benefica per tutti significa rendere un ottimo servigio ai dominanti. Tutt’altra traiettoria è quella che ha cominciato a intraprendere chi si impegna in modi differenti da protagonista e per il protagonismo femminile, per la libertà di migliorarsi insieme, come coloro che stanno dando vita a collettivi Dipende da noi donne, di cui si scrive nelle pagine centrali. La primarietà del genere femminile è un’idea forza costitutiva della nostra corrente di pensiero e di azione che stiamo cercando di mettere al centro delle nostre vite e delle nostre scelte, con tutta la laboriosità di una ricerca autentica.

19 febbraio 2017
Carla Longobardo e Barbara Spampinato

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editoriale la comune n.292

editoriale292 

“Sarebbe fuorviante e sbagliato pensare che solo per l’età o per il genere di qualcuno, questi soggetti non debbano rappresentare una minaccia”. Le parole rivolte ai giornalisti da Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca, risuonano beffarde. Provava a giustificare l’ennesimo atto di prepotenza perpetrato in un aeroporto dalla polizia di frontiera. Solo che questa volta ad essere ammanettato, segregato e tratto in arresto per diverse ore è stato un americano di origine iraniana, che vive con la madre in Maryland. Un bimbo di cinque anni. Questa vicenda, che se non fosse tragica parrebbe grottesca, è l’emblema del Muslim Ban, il bando promulgato dal neo presidente statunitense Donald Trump che vieta temporaneamente l’ingresso in Usa a chi proviene da sette paesi a maggioranza musulmana ritenuti pericolosi focolai di terrorismo: Iran, Siria, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen e Libia. Un provvedimento di enorme gravità discriminatoria, che viene dopo la firma del decreto per l’estensione del muro al confine col Messico. Non certo inatteso. L’ultrareazionario fascistoide Trump sta semplicemente facendo ciò che aveva promesso ai suoi elettori: colpire gli immigrati, chiudere le frontiere, cercare facili consensi nell’America profonda con la retorica fasulla, vuota e pericolosa del suprematismo WASP. Ma di fronte a questo provvedimento si è sollevata una reazione significativa: migliaia di persone hanno “assediato” gli aeroporti per chiedere che le frontiere venissero abbattute, hanno organizzato reti di solidarietà, coinvolto giudici e avvocati – come quello che è momentaneamente riuscito a far sospendere il bando e a cui la corte d’appello ha dato ragione di fronte agli strepiti della Casa Bianca –, chiamato a raccolta le differenti comunità di immigrati, inneggiato a valori di libertà e accoglienza, che contraddittoriamente molti continuano a sentire come fondativi della democrazia americana, in verità sempre più scopertamente escludente e razzista. Si tratta certamente di un’onda emotiva, ma anche di un augurabile segnale di futuro. Se Trump rappresenta quelle comunità respingenti che intorno all’odio per ogni diversità si raccolgono, serrandosi dentro muri al di fuori dei quali pretendono di chiudere l’umanità e la storia, al contrario le genti di New York e di Washington, di Los Angeles e di Boston – e di Toronto, di Mexico City, di Sidney e di Londra... – possono rappresentare una speranza, quella di fermare l’odioso presidente multimiliardario, e una possibilità, quella di aprire ponti e strade che uniscano l’umanità che accoglie a chi chiede di essere accolto. Certo non è scontato e di sicuro non bastano manifestazioni e atti legali, proteste o dimostrazioni. Che sono utili e giuste, se non si accontentano di aver trovato un nemico comune da fermare. Ma soprattutto se si propongono un’immaginazione del futuro, di una vita da costruire, di comunità da reinventare, cercando relazioni migliori e provando a essere meglio assieme. C’è bisogno di progettare e sperimentare un’alternativa possibile, basata su valori chiari e su proposte plausibili, su una fondazione culturale e una creatività immaginifica, su una ricerca di bene vissuta e vivibile, su una proposta chiara. Tutt’altro che semplice, tutt’altro che immediato, ma possibile e benefico. Bando all’odio, impegniamoci per migliorare la vita assieme.

5 febbraio 2017
Jacopo Andreoni

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editoriale la comune n.291

editoriale291 

Emersione femminile. Nel giorno dell’insediamento del peggior presidente di sempre, centinaia e centinaia di migliaia di donne hanno riempito le strade di Washington, delle principali città americane e di altre aree del mondo. Una marea di sorrisi, abbracci, grida e canzoni, donne delle più diverse generazioni e provenienze etniche, geografiche, culturali. Massicciamente come da tempo non si vedeva, esse sono scese in campo per “mandare un messaggio a Trump”. Il più significativo e contundente dei messaggi. Nelle strade gremite, nella capitale come a Boston, Chicago, Los Angeles, San Francisco, Oakland, Seattle, New York ed anche a Parigi, Londra, Berlino, Francoforte, si sentivano e si leggevano le rivendicazioni con cui le donne hanno preso fieramente la parola e la scena aprendo, nel giorno che avrebbe dovuto essere il peggiore, uno squarcio di fiduciosa speranza verso una vita e un futuro migliore per sé e tutti. “Women rise up”, le donne che emergono per il bene comune dichiarano i propri sentimenti e affermano la propria volontà di libertà, dignità e rispetto: “non torneremo indietro”. Qualcuna si è spinta a dire che “oggi comincia una nuova storia”. C’è davvero qualcosa di radicalmente nuovo e antico al tempo stesso che affiora anche da questa giornata: le donne, ancora e di nuovo, emergendo pensano alle sorti comuni, indicano una strada di riscatto che intraprendono per prime e così offrono anche la migliore risposta al reazionario Trump e alla sua protervia maschilista, razzista, sprezzante della dignità umana. Ancora e di nuovo, segni del genere primo che si afferma affermando la vita comune. Ciò è vero fin dalle nostre origini e continua nella storia, come quella fatta dalle suffragiste americane che si unirono con lucido coraggio alla lotta antischiavista. La libertà delle donne è, ancora oggi e più che mai, la libertà di tutti. Ecco perché la Women’s March, mentre rivendicava i diritti e la libertà delle donne, ha detto anche “costruire ponti, non muri” verso chi emigra in cerca di una vita migliore o “non vogliamo che i nostri poveri siano lasciati indietro”. Maggioranza vera. Già sapevamo che Trump non aveva la maggioranza neanche nelle urne, poiché solo i perversi meccanismi elettorali democratici fanno sì che sia presidente nonostante la sua avversaria abbia preso alcuni milioni di voti in più. Ma la maggioranza vera, che per prime incarnano le donne e gli uomini che con loro hanno cambiato la giornata del 21 gennaio, è un’altra cosa, è umana, non politica, perciò neanche democratica: può svolgersi verso un destino migliore perché riguarda la vita, non premiare l’opzione peggiore come ormai inderogabilmente avviene nella politica decadente di cui Trump è emblema. Questa maggioranza dice: “l’amore, non l’odio, rende grande il mio paese”: la sfida umana e dunque in primo luogo femminile forse più radicale al presidente che dell’odio e dell’inimicizia, della rabbia e della frustrazione già ha fatto la sua infetta bandiera. Che una maggioranza umana trovi come prime voci quelle femminili e con quest’ampiezza, è qualcosa che va oltre il mandato di un presidente. È qualcosa che riguarda la vicenda umana che si riapre, nutrendo speranze nuove e antiche al tempo stesso: quelle di un’umanità felice e pacificatrice, capace di cercare convivenza e amore vero verso il quale abbiamo ancora da compiere tanta strada e da affrontare tante asperità, presenti nelle società e nelle coscienze – anche femminili –, non solo provenienti dai palazzi dei potenti. Molte donne americane hanno nuovamente detto la loro, che il messaggio di speranza e ingaggio giunga anche a tutte e tutti noi almeno altrettanto forte quanto il messaggio di condanna al suo destinatario alla Casa Bianca.

22 gennaio 2017
Barbara Spampinato

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