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Palazzo

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Francia

LE PENe d’Europa

Alle ultime elezioni europee in Francia non è andato a votare il 57% degli “aventi diritto” ovvero dei cittadini “a pieno titolo”. La minoranza che ha votato ha determinato la netta vittoria del Fronte nazionale guidato da Marine Le Pen sugli altri partiti in gara, in particolare sul Partito Socialista di François Hollande. Il partito di sinistra che governa ed è maggioritario in Parlamento, dopo una bruciante sconfitta nelle municipali di due mesi fa, subisce una débâcle tale da essere nuovamente scavalcato dall’UMP, a propria volta stremato dalla concorrenza del FN e sconvolto da scandali finanziari. Nel paese che ha inventato e collaudato i meccanismo della moderna democrazia borghese la confusione è massima, la decadenza vige e s’aggrava. Questa dinamica trova la sua ulteriore e preoccupante espressione nella vittoria del FN. Vittoria preannunciata e tale praticamente in tutte le regioni del paese, in molti settori sociali, tra giovani, adulti e anziani, raccogliendo voti persino tra figli e nipoti di immigrati. La forte affermazione della creatura di Jean Marie Le Pen, - orgoglioso negazionista che ancora pochi giorni prima dello scrutinio si augurava che il virus Ebola risolvesse la “questione dell’immigrazione” - per quanto si sia data un volto più “rispettabile” e interno alla democrazia, è l’espressione lampante dei disvalori e veleni di cui la decadenza si nutre e che la decadenza stessa espande: il razzismo, l’antisemitismo e tanto altro ancora. Questo succede in uno dei paesi più multietnici d’Occidente ed uno dei laboratori storici dell’integrazione in chiave democratica, dove governa la gauche e dove la sinistra rivoluzionaria, non casualmente, è quasi del tutto scomparsa. Le strade per un’aggregazione benefica delle persone nel lembo di terra dove viviamo davvero non potranno venire dal parlamento di Bruxelles e dalla politica.

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l’Unione affonda nel Canale della Manica

Un’affluenza scarsa alle urne (circa 40%), l’affermazione eclatante di un partito antieuropeista come l’Ukip (Partito dell’indipendenza del Regno Unito) con il 28% dei consensi: da sempre il progetto dell’Unione Europea ha esercitato scarsa presa nel Regno Unito, ma in queste elezioni ciò si e appalesato in modo clamoroso. Si profila così un probabile sfrangiarsi dell’UE che rischia di perdere il Regno Unito. Il segnale di crisi riguarda però anche il quadro politico britannico mai così convulso: la proverbiale alternanza tra laburisti e conservatori viene minata proprio dall’affermazione di Ukip che si lascia in coda entrambi gli storici contendenti. Il modello ispiratore dei “bipolaristi” di tutta Europa è chiaramente messo in ginocchio. La crescita di Ukip si è nutrita di una diffidenza motivata verso l’Unione Europea, ma indirizzata e nutrita in chiave razzista, nazionalista e inevitabilmente borghese e statalista. Tutto ciò è pienamente democratico: a buon diritto Ukip rivendica l’appartenenza al quadro democratico. Di cui esprime il disfacimento.

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nuove rivelazioni sul caso Moro

il cuore nero dello Stato e delle Br

Il “caso” del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro è un “mistero” e periodicamente nuove rivelazioni aprono piccoli squarci di verità. Attenzione: anche su quelle degli ultimi giorni si farà il solito polverone del “vero” e  del “falso” per alimentare il mistero. Ma la verità ri-emerge costantemente svelando il carattere criminale sia delle Br che dello Stato e le loro puntuali convergenze. Le recenti dichiarazioni dell’ex ispettore della Digos Enrico Rossi sono una conferma del legame tra brigatisti e servizi segreti dello Stato. Rossi ha svelato di essere venuto a conoscenza di una lettera scritta da uno dei due uomini in sella ad una moto Honda presente all’agguato in via Fani in cui Moro fu rapito e gli uomini della sua scorta trucidati. In questa lettera il conducente della moto rivela tra l’altro “La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un uomo proveniente da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi …”. Questa persona ha scritto la lettera inviandola a La Stampa di Torino poco prima di morire per un cancro. La rivelazione ha un doppio valore: conferma la presenza della moto e aggiunge un dato di notevole importanza perché in sella a quella moto c’erano due uomini al servizio di Guglielmi, all’epoca istruttore di Gladio e colonnello dei servizi segreti. Guglielmi stesso si trovava “casualmente” nel luogo del rapimento, circostanza che ha giustificato adducendo motivazioni ridicole. Le rivelazioni di Rossi confermano quanto, controcorrente, abbiamo da sempre sostenuto: che per lo Stato, l’azione criminale delle Br era utile alla normalizzazione dei movimenti; esse aggiungono il “piccolo” particolare che probabilmente l’accordo era non solo fattuale ma concordato. Perché i capi Br hanno sempre negato con decisione la presenza della moto Honda? Queste rivelazioni fanno capire anche i silenzi e le omertà. Per noi, questo ulteriore capitolo dell’affaire Moro è un’ulteriore conferma del carattere dello Stato democratico italiano che non ha esitato ad usare stragi e terrorismo ed è l’ulteriore conferma – se ce ne fosse stato bisogno – del carattere controrivoluzionario e reazionario delle Brigate Rosse. A tutti i difensori delle verità di Stato, a tutti coloro che ci hanno accusato di “dietrologia” e hanno definito i brigadieri rossi “compagni che sbagliano” chiediamo: chi aveva ragione?

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il solito nuovo politico

Come uno spot televisivo, il discorso per la fiducia al senato di Matteo Renzi apparentemente ti sorprende. Poi ci rifletti, lo riascolti, lo rileggi, e capisci dove sta il trucco: nella confezione. Un discorso vuoto ma ben infiocchettato, questo è stato in estrema sintesi l'intervento del premier al senato. Perché l'uomo che si propone come l'emblema del cambiamento ha operato in tal senso solo e soltanto nelle forme, meno ingessate e più colloquiali, più "familiari" e meno istituzionali, ma ha mostrato, nella vacuità di contenuti che gli è propria, una totale continuità con chi l'ha preceduto in tutta la storia repubblicana.
Uguale a quella di Letta è la maggioranza che sostiene Renzi, uguali sono i temi, tutti politici, su cui si è concentrato il suo discorso (scuola, economia, semestre europeo, riforme, legge elettorale...), uguali le ricette proposte (privatizzazioni, tagli e dulcis in fundo rilancio in grande stile della politica come "cosa per la quale vale la pena vivere"). Differente solo il costante richiamo alla difficile "realtà" della gente, per evidenziarne la crescente distanza – da colmare secondo lui – da quelli che lo stesso Renzi è costretto a chiamare "Palazzi del potere": quelli, per intendersi, che lo stesso è così fiero di occupare per un tempo che presume lunghissimo (ci toccherà davvero subirlo fino al 2018?).
Ma bastano davvero una citazione di Gigliola Cinquetti e l'autoironia con la battuta della signora di Pontassieve, per essere vicino alle reali esigenze delle persone, ai bisogni della gente? Certo che no! Da Renzi, dal suo vuoto arrivismo fatto di belle parole e brutti fatti – basti per tutti quando dice che l'educazione comincia all'asilo nido, mentre a Firenze ne ha cominciata la privatizzazione criminalizzando e colpendo con provvedimenti repressivi le lavoratrici che ad essa si opponevano – dal suo discorso, non c'è da aspettarsi alcunché di positivo.

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la loro fiducia

Alla fine, il governo Letta ha ottenuto la fiducia con ampissimo margine. Perfino il noto pregiudicato signor B ha votato a favore - smentendo le dichiarazioni della vigilia, quindi senza smentire se stesso. L’ennesimo indigesto spettacolo del Palazzo avrebbe il sapore della farsa se non si trattasse purtroppo di una operazione a tutto danno delle maggioranze che vivono in questo paese.
Il governo ha ottenuto addirittura più consensi rispetto alla somma dei parlamentari dei partiti che lo sostengono (PD, PdL, Scelta Civica): ha la possibilità di andare avanti almeno per un po’, continuando a colpire i ceti popolari e a garantire gli interessi di padronato, banche, ceto politico. La chiamano stabilità; per essa si sono spesi in tanti, da Napolitano alla Confindustria, dalla Borsa alla Banca centrale europea, ripetendo instancabilmente che “il paese non può permettersi la crisi e nuove elezioni” al punto da convincere anche i più incalliti leccapiedi di Berlusconi a smentire il capo e convincerlo a più miti consigli.
Ora Letta avrà qualche margine di manovra in più per condurre le proprie politiche antipopolari, a partire dalla prossima Legge di stabilità (appunto). Non potrà però in alcun modo frenare la crisi di sistema che è complessiva e che li costringe a navigare a vista, difendendo con determinazione i privilegi di pochi e il loro potere oppressivo contro le persone comuni.
Quanto le grandi questioni umane dell’epoca in cui viviamo siano loro del tutto estranee è ben raffigurato dal contrappunto tra gli intrighi e i giochi di palazzo a Roma da un lato e l’immensa tragedia di Lampedusa dall’altro, frutto non della fatalità ma delle loro bipartisan leggi razziste.

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 • n. 345


dal 7 al 21 ottobre 2019


 

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- il pamphlet -

 Mai così tante persone a
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di differentei paesi e
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