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Palazzo

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Catalogna

il 9 Novembre per il diritto a decidere

La consultazione alternativa catalana del 9N verteva su un doppio quesito. Il primo: vuoi che la Catalogna sia uno Stato? Il secondo: vuoi che questo Stato sia indipendente? I votanti sono stati 2.305.290 (il 37,02 % degli aventi diritto); l’80,76% ha risposto con un doppio sì di chiaro segno indipendentista, mentre il resto, cioè 440 mila votanti, ha risposto con un sì e un no o, una piccola minoranza, con un no.
Il succedaneo della consultazione ufficiale, convocata dalla Generalitat di Catalogna – e sospesa dal tribunale Constituzionale su richiesta del governo spagnolo- –, si è trasformato, di fronte a una nuova proibizione, in una enorme mobilitazione in nome della libertà di decisione contro l’autoritarismo dello Stato spagnolo, nonché in una massiva disobbedienza popolare verso l’Alta corte spagnola.
Siamo di fronte a un nuovo episodio nella dinamica di implosione del regime spagnolo che aggrava seriamente questa stessa dinamica. Solo due anni fa il presidente del governo catalano chiedeva a quello spagnolo un nuovo e più vantaggioso patto fiscale. Oggi, di fronte al prevedibile rifiuto a negoziare un referendum vincolante, “alla scozzese”, la prospettiva più probabile risiede in elezioni anticipate “plebiscitarie” dove un’eventuale maggioranza dei partiti indipendentisti aprirebbe formalmente il processo costituente di indipendenza catalana.
Tuttavia, se è comprensibile il desiderio di libertà di decisione della gente di Catalogna, è assai discutibile e pericoloso l’obiettivo a cui si sottomette, cioè un nuovo Stato, con tutti i relativi requisiti di oppressione, peraltro già storicamente incarnati dai partiti della borghesia catalana chiamati oggi a dirigerlo. Uno Stato inoltre a cui basterebbe il 51% dei voti favorevoli per essere imposto al resto dei catalani. 
In ogni caso anche questo 9N, con una partecipazione quasi analoga alla somma dei voti ottenuti alle ultime elezioni catalane dai partiti favorevoli al diritto a decidere, conferma che la maggioranza dei catalani e delle catalane rivendica con forza questo diritto ma non l’indipendenza.
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L’Aquila

Palese ingiustizia e falsità conclamate

Assolti perché il fatto non sussiste. Questo il risultato della sentenza di appello che ribalta la condanna a 6 anni in primo grado ai 7 membri della Commissione grandi rischi che nella riunione del 31 marzo 2009 rassicurarono gli aquilani sull’improbabilità di quel forte terremoto che qualche giorno dopo avrebbe provocato 309 vittime e migliaia di feriti. Così lo Stato si autoassolve, ancora una volta. In questo modo, grazie alla “giustizia” di Stato, veniamo a conoscenza di tutta una serie di fatti che non sussistono e dell’esistenza di verità a termine. Non è più vero che quella riunione del 31 marzo fu un’operazione politica e mediatica per rassicurare le persone allarmate da uno sciame sismico persistente, nonostante esistano delle intercettazioni telefoniche in cui Bertolaso, allora capo della Protezione civile, la definisca proprio in questo modo. Non è più vero che gli scienziati si siano prestati a tale operazione di rassicurazione, nonostante nessuno abbia smentito in tempo reale l’invito di De Bernardinis a dormire in casa e a bere un buon bicchiere di Montepulciano. Non è più vero che ci sono state 309 vittime, nonostante in 309 siano morti e scopriamo solo ora che erano i colpevoli. Alla richiesta di verità e giustizia dei parenti delle vittime e di tante persone solidali che in questi anni hanno lottato e si sono mobilitate lo Stato ha risposto come sa fare meglio: con palese ingiustizia e falsità conclamate.

 


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il “medio termine” della delusione

É dura la sconfitta democratica alle elezioni USA di martedì, è una sconfitta del presidente in carica ma riguarda l’assieme dei vertici del sistema. Il suo significato di fondo coinvolge anche i repubblicani vincitori e dai quali sono da aspettarsi nuovi pericoli per le persone comuni. La crisi della leadership di Obama si misura sulle ragioni fondamentali della sua ascesa: il bisogno, da parte dell’establishment USA, di un cambio di linea e d’immagine per rilanciare il proprio ruolo in casa e nel mondo dopo la disastrosa presidenza Bush; l’anelito di ampi settori popolari a cambiamenti favorevoli alle loro esigenze. In questo caso risalta il tracollo su questo secondo aspetto. I giovani e le minoranze, che assieme alle donne avevano garantito le vittorie del 2008 e del 2012, hanno disertato le urne, segno di una delusione profonda e motivata. Perché per “uscire dalla crisi” si sono date montagne di denaro ai potentati economico-finanziari too big to fail, mentre i posti di lavoro creati sono soprattutto Mcjob sottopagati e senza diritti. Al tempo stesso le condizioni di vita degli afroamericani (vedi Ferguson), la situazione degli immigrati o della salvaguardia dell’ambiente cozzano con le speranze riposte nel Yes we can. É una delusione in qualche modo inevitabile perché, all’interno del sistema democratico declinante, i margini per corrispondere alle esigenze delle grandi maggioranze si sono ulteriormente ristretti. Le speranze popolari, sollecitate strumentalmente a fini elettorali, vengono fatalmente deluse. Però sono valide le ragioni di quelle speranze, che ad esempio muovono migliaia di lavoratrici e lavoratori dei fast food a scioperare per salari dignitosi e il diritto ad organizzarsi sindacalmente o che sospingono la lotta antirazzista per la dignità e giustizia della comunità di Ferguson. C’è bisogno di imparare a fondarle umanamente e ad affermarle in prima persona ed assieme le speranze di cambiamento e a difenderle dai poteri oppressivi di ogni tipo. Negli USA ed ovunque.

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polizia, pulizia e grilli razzisti

Per prima è venuta la denuncia del Consap, il sindacato autonomo di polizia che ha promosso una class action contro il ministero dell’Interno per omessi controlli sanitari, dopo che, a sentir loro, 40 agenti sarebbero stati contagiati dalla TBC mentre svolgevano il servizio “di accoglienza” per gli immigrati sbarcati sulle coste italiane. A seguire, chi poteva raccogliere questa demenziale denuncia – tanto più assurda perché proviene da chi, come le forze dell'ordine di questo Stato, in realtà non ha mai accolto nessuno, bensì da sempre è in prima linea nella repressione e nelle violenze contro i nostri fratelli e sorelle immigrati – se non Beppe Grillo in uno dei suoi sempre più frequenti post razzisti? Lo stesso che anni fa voleva blindare le frontiere per ragioni di sicurezza, oggi vuole chiudere le porte in faccia a chi scappa da guerre e carestie in cerca di un futuro migliore, in nome delle norme igienico-sanitarie, arrivando addirittura a tirare in ballo Ebola. La domanda è sempre la stessa: ma davvero chi ha scelto il M5S perché animato da sinceri propositi di cambiamento deve sottostare a questi luoghi comuni razzisti ripetuti negli anni da ogni politico corrotto in cerca di consenso, da ogni padrone desideroso di manodopera senza diritti e a basso costo, che vengono ora ripetuti dal comico urlante? E soprattutto per forza deve continuare a vedersi rappresentato dagli sproloqui reazionari del leader pentastellato? O forse si merita, ci meritiamo tutti, di meglio, in virtù di autentici valori di solidarietà e accoglienza?

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Stato-mafia

A kiss is just a kiss, ma l’intesa è per sempre

Totò Riina torna a parlare nell’ora d’aria e rivela che non ci fu bacio tra Andreotti e lui, però conferma che s’incontrarono nel 1987. Come del resto – reato provato ma prescritto – il più volte capo del governo, uomo-chiave della Prima Repubblica a centralità democristiana s’era incontrato ripetutamente, negli anni ’70 con altri capi mafiosi. Perciò diversi hanno nuovamente sollevato qualche (ovvio) dubbio sul processo per mafia da cui Andreotti uscì sostanzialmente indenne. Alcuni hanno poi fatto notare che Andreotti è stato celebrato, alla sua morte, come grande statista, “padre della patria” da parte di tutti i vertici istituzionali a cominciare da Napolitano. La questione che sfugge però è che tali celebrazioni non sono avvenute “malgrado” i legami conclamati di Andreotti con la mafia. Una delle funzioni del defunto senatore è stata proprio quella relativa ai rapporti organici, più profondi di qualunque trattativa momentanea, tra apparati statali e organizzazioni mafiose, tanto la borghesia mafiosa dei colletti bianchi e dei notabili che i suoi bracci armati. Andreotti fu un grande statista (e a suo tempo non fu condannato) proprio perché così è lo stato italiano realmente esistente: inseparabile dalle mafie, parti costituenti e imprescindibili di esso a cominciare dall’Unità d’Italia.

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