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Palazzo

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sciogliere per mafia lo Stato italiano

Sciogliere per mafia solo il Comune di Roma? No, tutto lo Stato italiano! Tale è l’enormità del permanente romanzo criminale dei potenti di questo paese di nuovo alla ribalta con i nuovi arresti per la fascio-mafia bipartisan romana. Sappiamo che non è possibile e neanche sarebbe una soluzione ma è il minimo che viene da pensare. Renzi parla di “corrotti” che “devono pagare” e intanto il Pd, pieno di tirapiedi di Carminati, si è finanziato con le offerte di Buzzi e compari. Salvini e Meloni chiedono le dimissioni di Marino circondati da mazzieri del “mondo di mezzo” e da gente che ha fatto i soldi con lo sfruttamento dei profughi e dei campi rom.
I minimizzatori e i tranquillizzatori di professione ci dicono che si tratta di “deviazioni”. Deviazioni? Invece di Mafia Capitale è più giusto dire che la Mafia è il Capitale; si dovrebbe parlare di Mafia nazionale e di Mafia strutturale visto il carattere organico, sistematico, chiuso e irriformabile della criminalità organizzata al potere, come dimostrano ampiamente le vicende degli ultimi decenni. Nell’attualità i poteri costituiti tendono sempre più ad assomigliare ad un’accozzaglia di bande in lotta e in combutta tra di loro per fare affari – con ogni mezzo e senza nessun progetto che non siano i propri profitti – sulla pelle della gente comune.
Non c’è davvero una soluzione politica perché la politica è parte costituente del problema. Non è credibile una soluzione giudiziaria, al di là dell’attività di una minoranza isolata e screditata di magistrati, perché la magistratura e le forze dell’ordine sono strutturalmente sottomesse alla politica e alla borghesia (anche a quella mafiosa): possono colpirne singoli esponenti, non affrontare il problema alla radice. Non c’è una via d’uscita semplice: va cercata un’alternativa in prima persona e condivisa, di idee e di valori, di bene comune e di libertà positiva, di verità e giustizia sottraendosi con convinzione al circuito criminoso dei potenti.
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un calcio marcio va verso la sua fine

Sei dirigenti della Fifa, il governo mondiale del calcio, sono stati arrestati in Svizzera su mandato delle autorità americane. Sono accusati, insieme ad altri dirigenti indagati ma ancora in libertà, di corruzione per l'assegnazione dei mondiali del 2018 in Russia e del 2022 in Qatar, ed inoltre di aver incassato tangenti da società private per sponsorizzazioni e marketing della stessa Fifa.
Se non fosse per il clamore degli arresti – avvenuti a Zurigo mentre stava per svolgersi un convegno della stessa associazione mondiale del calcio in vista della prossima elezione del presidente federale – verrebbe da chiedersi dov'è la notizia. Chiunque segua un po' il mondo del calcio sa perfettamente che la Fifa è un organismo corrotto e corruttore, che intorno ai miliardi del calcio si aggirano personaggi, a cominciare dall'immarcescibile presidente Blatter, di profilo morale quantomeno dubbio, che le regalie, le mazzette e le spartizioni di denaro hanno generato un sistema del malaffare incancrenito. È un calcio ormai alla fine, senza più prospettive, soprattutto perché la grande speranza di miliardi di appassionati di assistere ad un gioco pulito e divertente, sta lasciando il passo alla disillusione di chi sa invece che rischia di essere complice di uno sporco inganno. E senza tifosi, il calcio muore.
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elezioni spagnole

tonfo del PP, non trionfa un’alternativa positiva

Crolla il Partito popolare al governo, la destra corrotta che ha portato avanti con impietosa coerenza il piano di scaricare i dissesti dell’economia padronale e dello Stato sulla gente comune. Perde il Psoe, anch’esso corrotto e che aveva aperto la strada a tagli e sacrifici imposti alla società. Soprattutto è in crisi profonda l’ordinamento politico uscito dalla transizione post-franchista negli anni ’70. I due partiti che raccoglievano fino a poco fa i consensi di circa l’80 per cento dei votanti, adesso insieme raggiungono a mala pena il 50 per cento (solo dei votanti, a loro volta il 65 per cento degli aventi diritto).
Anche in Spagna vediamo come gli assetti costituiti delle democrazie traballino, screditati agli occhi delle maggioranze. Mentre altrove in questa crisi prendono corpo ipotesi reazionarie, impastate di egoismo sociale, razziste ed ultranazionaliste, in Spagna per il momento sembrano prevalere aspettative (generiche) di un cambiamento positivo (ma vago) nel senso della giustizia sociale, di alcuni diritti e bisogni comuni, della denuncia degli abusi e delle sperequazioni ad opera dei potenti. A questo sembra rispondere la vittoria di persone estranee alla politica tradizionale, di nuove liste e coalizioni come quelle di cui è parte saliente Podemos. Tuttavia la strada indicata, seppure fumosa nei programmi e progetti concreti rimane rigorosamente interna all’ordine costituito, cioè prigioniera di quelle istituzioni statali che sono il baluardo dell’ingiustizia, in Spagna come altrove e che in un contesto di decadenza come quello attuale non possono che peggiorare ulteriormente. In questo modo, in Spagna come in Grecia come ovunque, le speranze di cambiamento sono destinate ad essere deluse. Vanno cercate altre strade, realmente alternative.

(Per una valutazione del voto in Spagna vedi anche www.socialismolibertario.org/)

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elezioni regionali del 31 maggio 2015

astensione contro la corruzione

La prossima tornata elettorale che coinvolge alcune regioni – Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia – si svolge in un contesto di degrado, di violenza, di cinismo dilaganti.
La politica – in tutte le sue varianti – è contrapposta alle esigenze più elementari di miglioramento della vita ed alimenta la corruttela, gli interessi egoistici, il razzismo, le divisioni.
Il governo Renzi svela la sua intima natura antipopolare. Basti pensare agli ultimi esempi: attacca pesantemente il mondo della scuola con toni sprezzanti verso la mobilitazione di migliaia di insegnanti e precari, difende le frontiere secondo logiche militari in spregio alla vita di profughi e immigrati, mentre peggiorano le condizioni di vita dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati, della gente comune. Piccole e spesso demagogiche concessioni rispondono alla cinica logica di alimentare le divisioni e la competizione egoistica tra le persone, tra le generazioni, tra le categorie (e al loro interno). È il brodo di coltura in cui proliferano logiche reazionarie e generalmente regressive, e infatti, non a caso, lo stesso Pd – come dimostra la vicenda della lista capitanata da De Luca nella regione Campania – non esita ad allearsi con squallidi personaggi di destra.
Non è sul terreno di queste elezioni che si può contrastare l’odiosa offensiva fascioleghista che si accanisce in primo luogo contro i fratelli e le sorelle immigrate, ma unendosi in chiave solidale e aut organizzata e costruendo un fronte unico comune contro Salvini e i suoi compari.
Il Movimento 5 stelle ha dimostrato che dietro il fumo protestatario che riesce ad attrarre un certo consenso ci sono da parte dei suoi leader posizioni direttamente reazionarie contro gli immigrati e pesantemente patriarcali contro le donne.
Dentro il quadro politico elettorale non ci sono alternative nemmeno parzialmente positive, favorevoli al miglioramento della vita per la maggioranza della popolazione.
Nella società emergono iniziali controspinte umane come quella delle mobilitazioni degli insegnanti, del personale non docente e degli studenti, di coraggiose lotte di immigrati contro la schiavitù, di spinte associative e di quotidiana solidarietà all’opera. Segnali di reattività da sostenere e alimentare contrastando anche gli intenti strumentali di riassorbimento da parte della politica che fa indietreggiare il  protagonismo e favorisce la delega.
Queste tensioni meno che mai in queste elezioni potranno trovare risposte e alternative da parte della politica. Milioni di persone sono giustamente indignate di fronte al malaffare della politica e disertano le urne. Questo ovviamente non basta e di per sé non conduce a niente di positivo. Una possibilità di reagire sta nell’impegno tenace e paziente della ricostruzione di un tessuto di solidarietà, nel sostegno ai movimenti indipendenti e ai processi di autorganizzazione. Per noi questo è parte di un impegno per costruire un’alternativa che parta dalla vita e da una logica di vivibilità al di fuori dalle logiche politiche e dal sempre più stanco rituale elettorale. Perciò il 31 maggio diciamo di non votare, di astenersi o di annullare la scheda.

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un paese in dissesto 

Il crollo pressoché simultaneo di un controsoffitto in una scuola di Ostuni e di un pilone di un ponte sull'autostrada Palermo-Catania sono solo gli ultimi di una lunga serie di dissesti, rotture, incidenti, che spesso hanno provocato vittime e rischi, oltre a grandi disagi, a moltissime persone.
Si tratta di eventi sempre più frequenti che ormai fanno parte della quotidianità di questo Paese e non hanno – al contrario di quanto si legge o si afferma da più parti – il carattere dell'imprevedibilità. Sono i frutti malati di un dissesto che ha cause precise: il malaffare, la ruberia, la grande abbuffata di soldi che politici, imprenditori e grande criminalità hanno compiuto a spese delle opere pubbliche.
Mentre il governo, sulla scia di quelli che lo hanno preceduto, si pulisce la coscienza con commissioni d'inchiesta e contemporaneamente rilancia per l'ennesima volta la bugia delle “grandi opere”, già di per sé emblemi di devastazioni naturali e malaffari crescenti, la realtà italiana ci dice di una situazione infrastrutturale sempre più compromessa, della quale, come sempre, paga il prezzo salatissimo la gente comune.

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