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Palazzo

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Dalla Spagna, uno sguardo ravvicinato alle elezioni di domenica dello scorso 20 dicembre: ne scrive Rocco Rossetti, impegnato in Socialismo Libertario

elezioni spagnole, decade il regime

la “vecchia politica” arretra,
la “nuova” non arriva

Le elezioni generali del 20 dicembre 2015 dovevano “rigenerare” la democrazia spagnola. Il risultato delle urne sembra invece averla spinta in una impasse inquietante. Disegna infatti un panorama di paralisi rispetto alle possibilità di formazione di serie alleanze parlamentari. 123 seggi al Pp, 90 al Psoe, 69 a Podemos, 40 a Ciudadanos, 28 ai partiti minori. La maggioranza di 176 voti per formare il nuovo governo appare assai ardua. E c’è già chi paventa un nuovo ricorso alle urne nei prossimi mesi.
Si rompe, come era prevedibile, l’equilibrio di forze politiche sul quale aveva riposato la stabilità politica spagnola, vale a dire l’alternanza tra Psoe e Pp. Un equilibrio che aveva canalizzato le speranze e gli orientamenti ideali dell’elettorato di questo paese e che era stato una delle garanzie principali del regime del 1978. La partecipazione elettorale, del 73,2%, è stata superiore del 4,3% rispetto al 2011 ma inferiore tanto al 2008, 73,9%, che al 2004, 75,7%.
Il Pp ha ottenuto 7.212.390 voti, pari al 28,72%. Rispetto al 2011 ha perso 3.654.176 voti. Il Psoe ha ottenuto 5.529.124 voti, pari al 22,02%. Rispetto al 2011 ha perso 1.474.387. Ma soprattutto ha ottenuto il peggior risultato della sua storia.
Quattro anni fa, il Psoe e il Pp avevano insieme il 73,39% dei voti, oggi il 50,72%. Hanno quindi perso  5.128.563 voti, pari al 22,67%. Un’enormità.
Si tratta di un castigo atteso e meritato, conseguenza, pur nell’evidente differenza di profilo e di tradizione tra le due formazioni, tanto delle politiche antipopolari, dell’ultimo Zapatero e di Rajoy, quanto soprattutto dell’essere identificati con la corruzione, l’impunità, la commistione con il potere industriale e finanziario.
Questo spiega in parte l’ascesa dei cosiddetti “emergenti”. Podemos ha ottenuto 5.187.462 voti, pari al 20,66%, mentre Ciudadanos 3.498.392 voti, pari al  13,93%.
Le nuove forze tuttavia non riescono a rappresentare un’alternativa. Non solo perché non riescono a sostituire le vecchie ma soprattutto perché non riescono a garantire né una forza ideale né una consistenza e un’attività organizzativa analoghe a quelle che esse avevano storicamente. Esse stesse si vogliono più leggere e più pragmatiche. E questo le rende più volatili e le espone a una più rapida caducità.
Certo, nel voto a Podemos – che vince in Catalogna, nei Paesi baschi, in Galizia e nella regione di Valencia e che giunge secondo a Madrid – si esprimono esigenze di giustizia sociale e di trasparenza, insieme a una esplicita fiducia verso le possibilità di rinnovamento della democrazia sistemica. Tuttavia la politica, anche nel suo laboratorio iberico, dimostra di non essere in grado di dare una risposta soddisfacente alle speranze della gente comune. Ed è la gente comune, con i suoi slanci e le sue speranze, ad interessarci. Il messaggio che estraiamo, anche da queste elezioni, è di accompagnarne l’esperienza, aiutando scorgere un percorso di impegno fondato sul protagonismo solidale diretto capace di sottrarsi alle illusioni e alle frustrazioni della politica.
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l’armaiolo del terrorista

È in carcere in Francia da quasi un anno, già accusato di traffico internazionale di armi; ora gli inquirenti indagano anche su un suo coinvolgimento negli attentati di Parigi del gennaio scorso. Claude Hermant, già dirigente del Front National, mercenario, probabilmente spia al soldo dei servizi segreti francesi e belgi, avrebbe fornito le armi con cui Coulibaly ha ucciso una poliziotta e quattro tra le persone che teneva in  ostaggio nel supermercato kosher. Nel suo criminale curriculum – secondo le sue stesse dichiarazioni – c’è anche quella di agente provocatore: all’epoca delle rivolte nelle banlieus della capitale aveva il compito di alzare ulteriormente la tensione per fomentare una reazione xenofoba e securitaria favorevole al partito di Marine Le Pen.

Ricapitolando: un criminale dell’estrema destra bianca e razzista, xenofoba e islamofoba è accusato di aver armato il terrorista assassino sostenitore del neonazismo in salsa islamica dell’Isis. Fantapolitica? Tutt’altro: la storia è credibile e in ogni caso verosimile. Essa ci racconta di come progetti diversi e contrapposti – ma che si fondano entrambi sull’esclusione violenta di chi è diverso e sulla negazione di una possibile convivenza rispettosa e nella solidarietà umana – si alimentino vicendevolmente poiché basati su un’analoga logica di sopraffazione fino all’estremo limite della negazione della vita altrui. La notizia di oggi ci dice anche di inconfessabili traffici che si svolgono dietro le quinte tra cotanto ignobili attori, sempre e comunque contro persone comuni per lo più indifese.

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elezioni in Francia

il peggio in crescita

Il risultato al primo turno delle elezioni regionali vede quale primo partito, per la prima volta, la destra razzista e xenofoba del Front National che è in testa in 6 regioni su 13; soltanto secondo il centrodestra dell’ex presidente Sarkozy, addirittura terzi i socialisti.
È un risultato pessimo ma non un fulmine a ciel sereno. Infatti, anche se alcuni quotidiani francesi hanno accolto i risultati titolando “Choc”, il Front National è da anni in costante crescita, nelle urne come nella società. Il suo successo non stupisce: ha raccolto ulteriori consensi lucrando cinicamente sugli attacchi bellici di Parigi del mese scorso e il peggio – anche sul piano elettorale – non può che nutrirsi di un contesto internazionale segnato dall’affermazione del califfato neonazista e dalla generale crescita dell’uccidibilità.
 Il FN fa breccia in settori borghesi e popolari razzisti, nazionalisti e islamofobi, sollecitandone l’egoismo e la paura. La sua affermazione è enormemente facilitata dal fallimento storico delle sinistre e dalla rincorsa a destra di tutte le forze politiche, deriva che da questo esito riceve nuovo vigore. Anche sul piano elettorale trova espressione una crisi ben più generale, culturale e coscienziale, sofferta in modo particolarmente acuto nella gioventù.
In questo quadro, è da rimarcare il voto in controtendenza espresso dagli elettori di Parigi: nella capitale il FN si ferma al 9,65% e nell’XI arrondissement, teatro degli attacchi stragisti dello scorso 13 novembre, è al 7,5%.
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la Turchia abbatte aereo russo

Un aereo da guerra russo impegnato in Siria è stato abbattuto oggi dalle forze armate turche che lo  accusano di aver violato lo spazio aereo di Ankara; la notizia è confermata da entrambi i paesi coinvolti che però hanno una versione opposta riguardo alla dinamica dei fatti. 
Si tratta di un episodio che complica ulteriormente il già intricato scenario di guerra in Siria e nell’intera regione, i cui possibili sviluppi potrebbero avere addirittura conseguenze più generali. Ma anche a caldo è possibile evidenziare il pessimo ruolo svolto dallo Stato e dal governo turco: a parole schierato contro l’Isis, esso ne ha piuttosto finora garantito le retrovie, concentrandosi invece nel bombardare le postazioni curde e oggi colpendo l’aviazione russa. Ankara sembra di gran lunga più interessata a rimarcare il ruolo di potenza regionale della Turchia impedendo l’autodeterminazione curda piuttosto di fare la sua parte nel fermare il califfato nero, obiettivo invece così urgente per salvaguardare le popolazioni della regione e la vita di tutti.
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troppo tardi

Così Tony Blair ha ammesso di aver sbagliato quando ha deciso di invadere l’Iraq con le truppe inglesi insieme alla coalizione a guida Usa. Di più, ha dichiarato che senza quella guerra sbagliata probabilmente l’lsis non sarebbe mai sorta. Una duplice ammissione di colpa che oggi a distanza di più di un decennio suona beffarda oltre che tardiva. Che se ne fanno i milioni di persone che da allora hanno drammaticamente sofferto per quella guerra e per i suoi sviluppi successivi degli ipocriti rimpianti dell’ex leader laburista? La realtà è che,  come si ricorda sull’editoriale del numero in corso de La Comune, di quella guerra, della sua pericolosità e della sua inutilità, si erano accorti in moltissimi dando vita ad una importante – ancorché effimera – insorgenza pacifista che non fu ascoltata, né poteva esserlo, dai vertici del sistema democratico. Che una volta di più rivelarono in quell’occasione il loro vero volto di nemici dell’umanità dai quali non si può attendere alcunché di positivo. Né allora né ora.

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