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Palazzo

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Berlinguer

la (loro) nostalgia di una politica che fu

A trent’anni dalla morte, Enrico Berlinguer suscita grande interesse. Fioccano gli articoli sui giornali e le trasmissioni di approfondimento, il film-documentario realizzato da Veltroni riempie le sale un po’ in tutta l’Italia. Per tanta gente di sinistra è l’immagine di un passato glorioso. Per chi crede nella democrazia appare comprensibilmente come un gigante di altri tempi a fronte di un presente mediocre. È stato l’espressione alta di una politica capace di mobilitare e unire tante persone, motivo d’impegno appassionato, associata a dei valori e alla speranza di una società migliore. La sua figura motiva cioè un interesse rivolto a un periodo definitivamente tramontato. Il tratto umano e le indubbie capacità di quello che fu un uomo di Stato, ancorato alla Prima Repubblica a centralità democristiana dei cui assetti oppressivi il suo Pci era un pilastro fondamentale, vengono richiamate come motivo di insegnamento mentre infuriano gli scandali e le ruberie. La politica guarda a un passato migliore o meno peggiore dell’oggi ma in esso sono presenti i germi della decadenza attuale. La "questione morale", che Berlinguer denunciava dall’interno dello Stato democratico e per preservarlo, è diventata il sistema del malaffare imperante e sostanzialmente impunito che domina normalmente questo Paese e di cui sono parte molti dei suoi eredi politici.

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grandi opere

"costruiscono" per rubare

Dopo l’esplosione dello scandalo delle tangenti sul Mose, che segue a stretto giro di posta quello sull'Expo, la politica, a cominciare dal premier Renzi, si è affrettata a dire che c’è del marcio nel sistema degli appalti per le grandi opere pubbliche. E le soluzioni, dal loro punto di vista, sono sempre le solite: nuove leggi, supercommissari e soprattutto condanne bipartisan delle "mele marce". Ma invece il sistema funziona benissimo. Perché è sempre più evidente ormai che, a differenza del passato, non ci si limiti a rubare su ciò che si decide di costruire, ma che si decida di costruire per rubare. E questo spiega l’innumerevole lista di opere inutili e dannosissime per l’ambiente, fatte spesso in spregio alle necessità e alle volontà della gente, dallo stesso Mose al Tav, dagli inceneritori alle varianti autostradali. Così, più delle parole di circostanza e delle promesse dei politici, di fronte a queste mastodontiche dimostrazioni di malaffare, sembra ogni volta rumorosamente riecheggiare la risata cinica di quei criminali che già pregustavano gli affari fatti sulle macerie e sulle vittime del terremoto a L’Aquila.

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due o tre cose sui neofascismi

Primo: bisogna saperli valutare. Le chiacchiere elettoraliste occultano la vera minaccia che risiede nella loro stretta relazione con la decadenza delle società, di cui si nutrono e che alimentano. Il disfarsi delle istituzioni, lo sfacelo degli aggregati umani tradizionali e il crollo dei valori borghesi democratici permette il riproporsi, più o meno mascherato, di logore logiche oppressive. Così risorgono criteri d’appartenenza prepotenti ed escludenti, difesa dei rapporti coatti, disvalori patriarcali, maschilisti, razzisti e militaristi. L’aggressività diffusa, la violenza latente e patente nella vita metropolitana odierna fornisce a queste infezioni perniciose costanti opportunità di presa nella fragile coscienza della gente comune.

Secondo: bisogna comprenderne il carattere multiforme e contraddittorio. Alcune formazioni hanno un’impronta fascista di fondo che viene fortemente ammodernata, è il caso del Front national francese. Altre hanno un carattere più esplicitamente nazi-fascista, come Alba dorata in Grecia, o con qualche aggiustamento Forza nuova in Italia. Altre revisionano i dettami originari, Casa Pound per esempio, trovando sponda ed intese in gruppi provenienti dall’estrema sinistra. Esistono poi dei motivi fascistoidi che entrano nel discorso e nella pratica di organizzazioni che fasciste non sono come l’Ukip britannico e la Lega nord. Differenze rimarchevoli dunque, ma un tratto comune a tutti: contrapporre alla crisi della ragione negativa dominante miti altrettanto negativi.

Terzo: imparare a contrastare i neofascimi. Non ci si può limitare alla mera contrapposizione, evidentemente indispensabile in chiave di autodifesa, bisogna offrire ragioni positive alternative per smantellarne gli inganni, suscitare il meglio delle coscienze deluse affinché si sottraggano all’infezione.

Dario Renzi, 3 giugno 2014

Per approfondire: leggi il prossimo numero del quindicinale La Comune (n.234, disponibile dal 10 giugno).

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maro’, che arroganza

Celestine Valentine (45 anni) e Ajesh Binku (25 anni). Sono i due pescatori indiani uccisi il 15 febbraio 2012 dai colpi dei marò. Dalle loro vite spezzate, dal dolore dei loro cari, dalla fatica della gente dei villaggi di pescatori bisogna partire per ritrovare una verità umana in questa vicenda. Perché la realtà è stata rovesciata in modo grottesco. Le dichiarazioni dei politicanti di ogni colore, gli striscioni sulle facciate dei municipi, gli applausi di Sanremo, Napolitano che rende “onore” ai “due marò” il 25 aprile, gli inganni del patriottismo tricolore (diffusi tra tante persone comuni) secondo i quali l’appartenenza nazionale è superiore a ogni considerazione di verità e giustizia. È tutto un coro a favore dei “nostri ragazzi”, cioè di chi ha sparato e ucciso. Dovrebbero rimanere impuniti perché “indossano un’uniforme”, perché “stavano compiendo una missione”. Forti di queste falsità, i due marò si permettono pure di sbraitare sulla propria presunta innocenza. Ricordano l’obbedienza agli ordini proprio come hanno fatto in passato anche i peggiori stragisti. Si rivolgono rabbiosamente a quei vertici politici, che li hanno mandati per il mondo, armati fino ai denti, a tutelare gli sporchi interessi dei potenti di turno. Per chi ha a cuore la vita, per chi ha un senso minimo di giustizia, è bene ricordare che i soldati vanno “riportati a casa” prima che inizino a uccidere, non quando sono sotto processo per averlo fatto.

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Francia

LE PENe d’Europa

Alle ultime elezioni europee in Francia non è andato a votare il 57% degli “aventi diritto” ovvero dei cittadini “a pieno titolo”. La minoranza che ha votato ha determinato la netta vittoria del Fronte nazionale guidato da Marine Le Pen sugli altri partiti in gara, in particolare sul Partito Socialista di François Hollande. Il partito di sinistra che governa ed è maggioritario in Parlamento, dopo una bruciante sconfitta nelle municipali di due mesi fa, subisce una débâcle tale da essere nuovamente scavalcato dall’UMP, a propria volta stremato dalla concorrenza del FN e sconvolto da scandali finanziari. Nel paese che ha inventato e collaudato i meccanismo della moderna democrazia borghese la confusione è massima, la decadenza vige e s’aggrava. Questa dinamica trova la sua ulteriore e preoccupante espressione nella vittoria del FN. Vittoria preannunciata e tale praticamente in tutte le regioni del paese, in molti settori sociali, tra giovani, adulti e anziani, raccogliendo voti persino tra figli e nipoti di immigrati. La forte affermazione della creatura di Jean Marie Le Pen, - orgoglioso negazionista che ancora pochi giorni prima dello scrutinio si augurava che il virus Ebola risolvesse la “questione dell’immigrazione” - per quanto si sia data un volto più “rispettabile” e interno alla democrazia, è l’espressione lampante dei disvalori e veleni di cui la decadenza si nutre e che la decadenza stessa espande: il razzismo, l’antisemitismo e tanto altro ancora. Questo succede in uno dei paesi più multietnici d’Occidente ed uno dei laboratori storici dell’integrazione in chiave democratica, dove governa la gauche e dove la sinistra rivoluzionaria, non casualmente, è quasi del tutto scomparsa. Le strade per un’aggregazione benefica delle persone nel lembo di terra dove viviamo davvero non potranno venire dal parlamento di Bruxelles e dalla politica.