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Lavoro

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Le lavoratrici del nido Erbastella vincono la causa contro il comune di Firenze

Dopo più di due anni di lotta e di iniziativa di solidarietà le ex-lavoratrici del nido Erbastella ingiustamente accusate di negligenza in occasione di un incidente tra bambini del nido, hanno vinto il ricorso contro il Comune di Firenze che aveva scaricato tutte le sue responsabilità, colpendo in maniera pesantissima le lavoratrici.
Le stesse lavoratrici hanno ottenuto lo scorso gennaio che fosse  ritirata la denuncia penale da parte della famiglia. In assenza di qualunque gesto responsabile da parte del Comune erano state le stesse educatrici ad offrire un gesto di solidarietà e risarcimento alla famiglia. Tutte le misure disciplinari attuate dal Comune sono state  ribaltate dal giudice. È evidente che dietro queste misure disciplinari vi era, da parte del Comune di Firenze, la volontà di voler scaricare sulle educatrici le proprie responsabilità, di voler creare un clima di paura ed intimidazione fra chi lavora con l’infanzia e di voler punire le lavoratrici del nido Erbastella protagoniste , con il “gruppo di lavoro”, di una lotta, negli anni, per migliorare le condizioni di lavoro ed educative nei nidi. Tantissime persone , molti genitori, associazioni, comitati solidali, realtà sindacali di base, hanno espresso la propria solidarietà e sostenuto questo percorso di difesa della dignità delle educatrici. La lotta delle lavoratrici del nido Erbastella ha vinto, l’impegno unitario, solidale, indipendente continua, sempre dalla parte dei più piccoli. Sr esprime la propria rinnovata vicinanza e le proprie congratulazioni a queste lavoratrici e fra loro ad Emy Benvenuti, dirigente di Socialismo rivoluzionario.

Firenze  5 luglio 2013

             

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tragedia al Porto di Genova

dignità e  solidarietà
per salvare e migliorare la vita

Mentre scriviamo, il bilancio dell'incidente avvenuto nella notte del 7 maggio è drammatico, sette morti, quattro feriti e due dispersi, sono le vittime della terribile collisione tra la nave Jolly Nero e la torre di controllo del porto di Genova.
Siamo  solidali e vicini ai familiari, agli amici e ai colleghi delle vittime, vogliamo stringerci a loro in un lutto che colpisce i lavoratori e la gente comune di tutta la città.
Allo stato attuale non esiste ancora una "versione ufficiale sull'accaduto" e in molti si affrettano a  parlare di "sfortuna" e a definire l'incidente "inspiegabile". Per una  ricostruzione dei fatti autentica e utile è importante che non sia affidata solo alle indagini della magistratura ma che coinvolga l'insieme delle persone che  lavorano in porto giorno e notte. Sin da subito possiamo denunciare ciò che in questa città è sempre più evidente, dai morti sul lavoro a quelli dell'alluvione, il profitto sempre più feroce e cieco, mentre fa chiacchiere sulla "crisi" e la "sicurezza", non solo sottomette la tutela della vita ai propri interessi,  ma è direttamente responsabile delle morti stesse. Il taglio degli organici, la mancanza di adeguata manutenzione ai macchinari, per non parlare di prassi  "più economiche" di movimentazione delle navi in porto adottate dalle compagnie, come fa solitamente la Messina, non solo aumentano i rischi ma ne prevedono, contemplano e accettano i pericoli, anche di morte;  ed è proprio con la morte che diversi armatori fanno affari, i Messina sono stati indagati tra gli anni Ottanta e Novanta per traffico di armi e di rifiuti tossici e radioattivi.  
Abbiamo bisogno di unirci, di essere solidali, per affrontare insieme il dolore di questa tragedia, di andare avanti insieme sottraendoci nella quotidianità ad un sistema che si basa sull'uccidibilità, cominciando a non delegare più a nessuno la tutela della vita umana e affermandone la dignità per cominciare a migliorarla insieme.
Socialismo rivoluzionario - Genova

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Genova, tragedia al porto

dignità e solidarietà
per salvare e migliorare la vita

Siamo  solidali e vicini ai familiari ed ai parenti delle vittime dell'ennesima tragedia che si è consumata al porto di Genova.  Le notizie come sempre in questi casi si accavallano e vogliamo credere che la ricostruzione dei fatti non sia lasciata solo alle indagini della magistratura ma coinvolga l'insieme delle persone che vi lavorano giorno e notte. Infatti ancora prima di sapere la verità già sappiamo che al porto gli incidenti si sono moltiplicati in questi ultimi anni, coinvolgendo lavoratori e persino turisti.
Che cosa sta succedendo? Sono soltanto delle casualità? La sicurezza è carente?  Stanno aumentando i ritmi ed i tempi di lavoro ed il conseguente stress?  E di conseguenza l'insieme delle persone che lavorano al porto è aumentato o diminuito ? E soprattutto che prezzo ha la vita umana? Che prezzo ha la dignità dei lavoratori del porto?
Ci rivolgiamo delle domande che crediamo abbiamo un valore più generale, che va al di là della situazione del porto di Genova. Comprendere assieme delle verità che possono divenire comuni può avere un valore immenso ed è di vitale importanza.  Spetta in primo luogo alla gente del porto e quindi a tutti coloro che non si vogliono fermare al lutto ed al dolore, assolutamente comprensibili, ma che vogliono ripartire dalla vita ed impegnarsi per tutelarla, difenderla e se possibile migliorarla. Siamo anche convinti che qualunque reazione, come lo sciopero generale indetto dai sindacati di Genova può essere utile se si inscrive in una nuova consapevolezza che parta dai lavoratori stessi sull'importanza di essere tutti più uniti e solidali, di ricercare assieme risposte  al peggioramento continuo della vita lavorativa ma mettendo al centro la dignità e la vita di tutti che sono i beni più preziosi ed importanti. Possiamo scegliere di riappropriarcene, di essere persone e lavoratori solidali, con una nostra dignità. Sono scelte che crediamo possiamo fare assieme e direttamente e che non possiamo delegare a nessuno e sono  le basi fondamentali per conquistare ed ottenere garanzie immediate di sicurezza.

8 maggio 2013, h.17

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genova

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tragedia a Perugia

solidarietà versus uccidibilità

 

L’uccisione delle due dipendenti della Regione Umbra per mano di un uomo suicidatosi subito dopo, è in primo luogo tragedia umana. Tragedia di vite perdute - con tutto il loro portato di speranze, sogni ed intenzioni – e del dolore di chi voleva bene alle vittime e all’omicida/suicida. Le radici di un atto così violento non può essere spiegato solo come conseguenza della attuale crisi economica o di una insanità mentale dell’omicida. La perdita del lavoro o delle fonti di guadagno (come nel caso  all’origine della tragedia di Perugia) possono spiegare la disperazione e la rabbia, ma la violenza che si moltiplica contro persone, spesso anch’esse vittime della crisi, come impiegati della Regione o dell’INPS o di Equitalia è gravissima e non trova alcuna giustificazione. C’è chi si scaglia contro persone comuni, dipendenti  pubblici e perciò considerati responsabili delle malefatte (quelle si, tante e autentiche) di istituzioni sorde o direttamente causa dei problemi vissuti da tanta gente. La frustrazione per la difficoltà di fermare le imposture, il cinismo e le vessazioni di Stato ed istituzioni si è tradotta in violenza contro le persone. È il frutto avvelenato dell’odiosa propaganda contro l’impiegato pubblico fannullone ed arrogante. Interroghiamoci piuttosto sulla perdita del senso di reciprocità e sull’accentuarsi di una visione che nell’altro vede un nemico (a cui rapportarsi perciò in maniera immediatamente conflittuale) anziché un potenziale soggetto con il/la quale costruire solidarietà ed eventualmente lottare per i propri diritti. Negli ultimi decenni gli abitanti dei Palazzi del potere politico, finanziario e mass-mediologico hanno profuso individualismo,cinismo e distruttività alimentando divisioni, senso di estraneità e creando un clima di violenza. Quanto accaduto fa parte di questa atmosfera e se gli atti omicidi fortunatamente sono rari, gli episodi di aggressività aumentano quotidianamente. La strada per impedire tragedie come quella di Perugia o i tanti atti di reazione prepotente passa perciò per la consapevolezza che reagire alla decadenza morale e materiale che vive questo Paese significa in primo luogo ricostruire un senso di solidarietà tra la gente, una logica di aiuto reciproco con cui combattere i soprusi dello Stato e delle Istituzioni, così da contrastare quel senso di solitudine alla base di disperazione e distruttività.

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“Oggi sono stati uccisi per la seconda volta”

Così il grido dei parenti dei giovani operai morti 5 anni fa nel rogo dell’acciaieria Thyssen di Torino, dopo il pronunciamento della sentenza della Corte d’Appello: in primo grado, nel 2011, l’amministratore delegato della multinazionale era stato condannato a 16 anni per omicidio volontario con dolo eventuale, ora ai padroni della Thyssen viene riconosciuto solo l’omicidio colposo plurimo con l’aggravante della colpa cosciente.
La rabbia e la delusione dei parenti delle vittime, che hanno occupato per tre ore l’aula del Tribunale, è comprensibile, poiché con questa sentenza non viene più riconosciuta la totale responsabilità di chi amministrava lo stabilimento per interventi a garanzia della sicurezza dei posti di lavoro  – che alla Thyssen non furono effettuati in attesa della chiusura del sito di Torino.
E' l’ennesima conferma che “la legge è uguale per tutti… i padroni”: non ci si può illudere della giustizia borghese, frutto della logica politica democratica e costituzionale che difende il profitto. Questo è il lavoro per lor signori: produzione per ottenere profitto. In nome della produzione e di un magro salario si sentono in diritto di mettere a rischio la vita degli stessi lavoratori: sono migliaia i morti per incidenti sul lavoro ogni anno.
Siamo vicini e solidali ai familiari delle vittime della Thyssen e a tutte le persone che lottano per garantire condizioni di lavoro sicure e dignitose per tutti. L’avvocato Guariniello ha garantito che ricorreranno in Cassazione cercando di consolare le mamme disperate. È giusto procedere con tutti gli strumenti che la giustizia statale offre perché i veri colpevoli degli omicidi sul lavoro siano riconosciuti tali. “Quei maledetti soldi che ci hanno dato come risarcimento non li abbiamo mai toccati… noi vogliamo giustizia”. Con i parenti distrutti, sappiamo che non ci sono somme di denaro sufficienti a risarcire la perdita di una vita umana. Siamo consapevoli che la difesa della vita potrà essere garantita solo dalla solidarietà e dall’attenzione reciproca, nei posti di lavoro e non solo. 

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