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AdessoLaStoria

                           

                           

                                         all'11 marzo
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Mondo

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Diario di un'umanità in cammino

Chiara Montaldo, medico ed operatrice umanitaria, è impegnata in un'organizzazione di solidarietà internazionale ed ha partecipato, sul finire dello scorso anno, a missioni sulla rotta dei profughi. ci ha inviato questo diario che pubblichiamo integralmente. Starlci sono sulla nostra edizione cartacea.


Ottobre 2015

Stavo per partire per la visita dei Balcani sulla strada percorsa dai profughi di oggi.

In partenza a Bruxelles mi hanno rubato la borsa con tutti i soldi e i documenti. Addio viaggio.

Eppure da subito ho capito che era il giusto inizio. Per provare, seppure in una forma del tutto annacquata, come ci si sente ad essere improvvisamente senza quei supporti necessari alla nostra vita, ai nostri movimenti, al nostro "essere noi". Il primo pensiero per tornare a casa è stato salire su un treno senza biglietto. Diventare subito "irregolare", "illegale". Se non l'ho fatto è stato solo grazie alle hostess che hanno fatto una colletta e mi hanno dato 30 euro.

Per una serie di combinazioni fortunate ho riavuto tutti i documenti e dopo 2 giorni ero su un aereo per la Macedonia.

Fino ad oggi la Grecia era stato un posto da vacanze per me, la Macedonia uno di quegli stati di cui a fatica conoscevo i confini, la Serbia un prodotto della guerra dei Balcani...

Oggi questi stati sono il teatro di un esodo storico. Ho visto migliaia di persone in cammino, famiglie, tantissimi bambini, tantissimi anziani. Persone che non vogliono fermarsi neanche un attimo a riposare. Quasi nessuno mi è sembrato arreso. Anzi il tratto più comune è la determinazione. Andare avanti, anche di notte, anche con i bambini in braccio, prima che l'inverno arrivi a congelare le strade, i piedi, le braccia. Lo zaino in cui avevano messo le cose più importanti, diventa sempre più leggero. Le cose si abbandonano lungo la strada. Ad ogni passo si rompono, si rovinano, si perdono. Ad ogni passo perdono valore. La vita di prima è finita. Ma ora non c'è tempo di pensarci. Ora bisogna solo andare avanti.

Una donna incinta di 7 mesi itterica viene in ambulatorio. Le proponiamo il ricovero. No. Non può perdere il gruppo, deve proseguire. La vedo inghiottita nella notte con il suo gruppo e mi chiedo che ne sarà di lei, del suo gruppo, del suo bambino. Mentre scompaiono, una lacrima mi brucia la faccia. Mi rimbomba in testa il rumore dei passi quando il gruppo parte. Mi rimane in testa per diverse ore.

Quanti ne saranno già morti prima di arrivare qui? Quanti di loro che sono qui oggi, raggiungeranno un rifugio sicuro? Cosa succederà a quelli che ce la faranno? Come può qualcuno voler ulteriormente ostacolare questo viaggio? Come è possibile?

La Turchia e la Grecia sono divise da un sottile braccio di mare. Ero abituata al mare che divide la Libia dalla Sicilia. Avevo già conosciuto il suo volto assassino. Il rosso che avvelena il blu. Ancora una volta. Senza tregua. La spiaggia di Lesbos è una distesa di resti di gommoni e giubbetti di salvataggio. Ogni volta che ne vedo galleggiare uno in mare spero che l'onda se lo sia preso dalla spiaggia...spero che chi l'ha indossato sia salvo da qualche parte...

Gommoni, autobus, treni, strade, accampamenti. Colmi di un' umanità commovente. Per la sua forza. Umanità che costringe a pensare, a pensarsi. Ti ci specchi dentro. Potresti essere tu. La tua famiglia. Invece io anche questa notte dormo al caldo, al sicuro. Gli anziani mi commuovono ancora più dei bambini. Perché loro lasciano. Sanno quello che lasciano. Amano quello che lasciano. Anche se oggi sono costretti ad odiarlo.

La guerra, i muri, la paura, il filo spinato, le disuguaglianze.

La forza, la solidarietà, la determinazione, il coraggio.

C'è di tutto in questa fuga. E tutto oggi mi rotea nella testa e nella pancia . Non

 

Novembre 2015

Torno un mese dopo. Cambiano le facce ma nulla è cambiato. Le stesse spiagge, le stesse stazioni sono lo stesso desolante teatro della stessa fuga. Dall'aereo mi appare il contorno di Lesbos: arancione. Sono i giubbetti di salvataggio. Penso freddamente che è un bene che siano arancioni. Mi hanno insegnato che quelli blu funzionano peggio, alcuni vanno a fondo. Costano di meno. Le persone che scappano non sono tutte uguali. Neanche qui.

Penso che chi vedo oggi forse è il cugino di chi ho già incontrato, il fratello, il figlio.. Il fiume umano non si è arrestato. Viaggia ancora più veloce, più ansioso. Bisogna passare prima che sia troppo freddo, ma soprattutto prima che chiudano. Le frontiere. Basta che chiuda la prima e le altre lo faranno a catena. Il temuto effetto domino. "Se succederà, attraversare i confini sarà più difficile, più pericoloso, più violento, ma lo faremo. Siamo arrivati fino a qui". Nessuno prende in considerazione di fermarsi. Sarà solo un ennesimo ostacolo a questa fuga.

Mi gela il pensiero che l'inverno non si può arrestare, ma il filo spinato quello lo mettiamo noi.

Mi gela il pensiero di quanto dolore costa la paura.

Mi gela il pensiero che un biglietto aereo annullerebbe questa tragedia. Un biglietto aereo. Che la gente sarebbe felice di pagare, fosse anche il doppio o 10 volte il normale.

I bambini trovano il modo di giocare ad ogni tappa. Mi stupisce non sentirli mai piangere. Neanche i piccoli. Come se capissero senza conoscere. Sono tantissimi.

Un neonato non ha mangiato per tutto il giorno. La mamma dice: Abbiamo camminato sempre. Ho il latte ma non ho il tempo.

Si la fuga è più veloce, più ansiosa. L'inverno arriva. Le frontiere posso chiudere. Da un momento all'altro.

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Kenia

insieme, difendendo la vita propria e altrui

Era già successo, ma questa volta l’epilogo è stato ben diverso. Un gruppo di Shebab – formazione somala affiliata all’Isis – ha assalito un pullman con l’intenzione di trucidare i non musulmani a bordo però questa volta non sono riusciti a separare gli uni dagli altri: al di là delle differenze di credo religioso, i passeggeri si sono uniti e hanno impedito la strage.
Appena si sono accorte del pericolo, le donne musulmane hanno dato un velo a quelle cristiane per confondere gli assassini; poi, quando gli assalitori hanno dato l’ordine agli uni di risalire sul mezzo e agli altri di restare a terra per essere uccisi, nessuno ha obbedito: “Ammazzateci tutti oppure lasciateci andare”. Sorpresi e frustrati, gli uomini in armi hanno dovuto battere in ritirata. Abituati a sentirsi onnipotenti – ma solo di fronte a persone inermi – nulla hanno potuto contro la determinazione e la volontà di salvarsi insieme.
Un episodio drammatico con uno splendido epilogo, uno straordinario esempio di come è possibile difendersi e reagire: riconoscendosi reciprocamente, unendosi, sollecitando le proprie risorse migliori per difendere la vita e sconfiggere l’odio mortifero dell’Isis e dei suoi sostenitori.
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Sinjar, l’Isis è in rotta

vita, libertà, resistenza!

Sinjar, nel nord dell’Iraq, è libera. In queste ore miliziani curdi e yazidi hanno messo in fuga le forze assassine e terroriste dell’Isis. È una vittoria importante che salutiamo con gioia, dal profondo significato umano di riscatto: nella cittadina di Sinjar e sul monte omonimo lo scorso anno gli assassini neonazisti dell’Isis hanno provato a liquidare un’intera comunità, la piccola e millenaria minoranza yazida massacrando, torturando, violentando, riducendo in schiavitù le donne e i bambini. Non ci sono riusciti. Donne e uomini yazidi hanno formato le loro milizie e si sono uniti ai peshmerga curdi per riprendersi la loro terra. Oggi, senza neanche attendere la fine dei combattimenti, la popolazione sta tornando alle proprie case.
Sinjar è a metà strada tra Raqqa (in Siria) capoluogo dello Stato islamico, e Mosul, metropoli irachena anch’essa in mano all’Isis; la vittoria odierna è un colpo molto duro al califfato nero. Non a caso esso è frutto in primo luogo non dell’intervento delle grandi potenze ma della resistenza popolare, curda e non solo, l’unica finora ad aver arginato e respinto le milizie terroriste e stragiste.
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attentato in Turchia

il terrorismo stragista
contro l’impegno per la pace

Questa mattina ad Ankara due ordigni sono esplosi tra i manifestanti che stavano affluendo nella capitale per il corteo del pomeriggio: è stato un orrendo massacro, con un bilancio provvisorio di 86 morti e almeno il doppio di feriti. Siamo al fianco delle vittime e dei loro cari, persone colpite mentre si preparavano a manifestare per una soluzione pacifica del conflitto che contrappone lo stato turco e il Pkk curdo. Un video in rete riprende le danze in strada interrotte da due tremende esplosioni in sequenza.
Mentre scriviamo non è giunta alcuna rivendicazione dell’attentato vile e stragista; un attentato gravissimo in sé e che accentua i pericoli in un’area del mondo segnata da una escalation bellica. Se al momento non è possibile dire con certezza chi sia il mandante di queste bombe, è però necessario sottolineare il carattere storicamente stragista dello stato turco e la logica di guerra e terrore che lo ha contraddistinto nei decenni nei confronti del popolo curdo. In particolare il presidente Erdogan è nemico giurato della convivenza pacifica tra turchi e minoranza curda, sostenitore dei neonazisti dell’Isis dietro le quinte (neanche troppo), pronto a sprofondare il paese nella paura pur di rafforzare il proprio potere alle prossime elezioni di fine mese: egli è come minimo il mandante morale della strage di oggi. Solidarizziamo con quella parte della società che in Turchia già nei mesi scorsi è stata ripetutamente colpita dalla repressione del governo e dal terrorismo assassino (ricordiamo le 34 vittime di Suruc e quelle di Diyarbakir), per l’impegno – che condividiamo – al fianco della resistenza popolare curda, quasi la sola a contrastare sul campo i nemici dell’umanità dell’Isis.

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Comunicato stampa


A Suruc (Turchia): attentato ai giovani manifestanti curdi

IL TERRORISMO REAZIONARIO E VIGLIACCO NON FERMERÀ LA RESISTENZA!

Lunedì 20 luglio a Suruc, cittadina turca al confine con la Siria, in occasione di un incontro in solidarietà con le popolazioni di Kobane da parte di diverse associazioni curde e della sinistra turca, un attentato (sembra ad opera di un o una kamikaze che si è fatto esplodere) ha mietuto una trentina di vittime tra i volontari e le volontarie e un centinaio sono i feriti.
Queste persone, curde per la maggioranza, si apprestavano a passare il confine per raggiungere e aiutare le popolazioni di Kobane che stanno eroicamente resistendo e combattendo l’Isis, il più grande pericolo attuale per l’umanità: uno stato teocratico neonazista che sta cercando di espandere il proprio potere, di sottomissione, stupri, assassinii. L’attentato – al momento ancora non rivendicato, ma riconducibile all’Isis o suoi emuli – è il primo di questo tipo in Turchia. Lo Stato democratico turco ha finora ostacolato o impedito ai tanti profughi curdo-siriani di poter raggiungere le proprie genti per sostenerle nella resistenza al Califfato nero e al contempo ha lasciato agire indisturbato il mostro neonazista con cui è molto probabile abbia collaborazioni e complicità nascoste, come attestano diverse fonti informative.
Denunciamo con forza la gravità di questo attentato che si somma ai numerosissimi altri attuati in questi mesi in diverse parti del mondo. Ma questa volta – sia direttamente che simbolicamente – si vuole colpire chi resiste contro un mostro in azione e la solidarietà alla resistenza.
Solidarizziamo con i volontari e le giovani avanguardie curde colpite a Suruc, con le popolazioni che in Siria e in Iraq stanno cercando di respingere la minaccia più grave per noi tutti, con le popolazioni curde impegnate in questo schieramento. Solidarizziamo con le comunità curde anche qui in Italia. Con loro ci siamo ritrovati uniti nella lotta contro l’Isis in numerose occasioni, tra le quali la manifestazione nazionale a Firenze del 10 maggio scorso.
Attivamente schierati contro l’Isis, per la libertà di Kobane, per la liberazione di tutte le terre occupate dalle truppe assassine di Al Baghdadi, noi esprimiamo vicinanza e gratitudine ai combattenti curdi per l’opera di difesa della vita non solo delle popolazioni della loro terra, ma di noi tutti. Rinnoviamo un forte appello a tutte le persone e le realtà di solidarietà, a tutte le persone di ogni credo che vogliono la pace, a rafforzare lo schieramento e a far sentire una voce unitaria e forte contro l’Isis, i suoi emuli, che agiscono pressoché impuniti nell’inanità e/o la complicità internazionali di tutti gli Stati.

Martedì 21 luglio 2015 ore 12

 

 

 

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