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Mondo

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Algeria

la forza delle mobilitazioni,
le trappole del regime

Il movimento di protesta che sta invadendo le strade di Algeri e delle altre città del paese ha costretto Bouteflika a ritirare la propria candidatura per un quinto mandato presidenziale. La moltitudinaria manifestazione di venerdì 8 marzo, preceduta da settimane di mobilitazioni crescenti, ha così ottenuto un primo risultato; la (relativa) marcia indietro del presidente è una espressione della forza del movimento, ma la partita con il regime è ancora tutta da giocare.

Gli uomini che controllano le leve del potere hanno preso atto del crescente rifiuto popolare nei loro confronti ma non sono intenzionati ad uscire di scena. La rinuncia alla candidatura è stata annunciata contestualmente alla sostituzione del capo del governo con il suo ministro degli Interni e, soprattutto, al rinvio delle elezioni.

È un gioco di prestigio, un imbroglio, solo formalmente differente da quanto già respinto dai manifestanti: prolungare il quarto mandato presidenziale (misura peraltro incostituzionale) non è qualitativamente meglio di un quinto mandato contro cui milioni di persone sono scese in piazza.

Il tentativo di inganno non è riuscito: l’esultanza e i festeggiamenti sono durati ben poco mentre si moltiplicano gli appelli a proseguire la mobilitazione.

Sono giorni delicati. Il regime è in difficoltà; manovra e prende tempo, punta a confondere e a dividere, sempre riservandosi la carta della repressione aperta.

Siamo al fianco della gente comune che ha dato vita alle proteste, con i giovani e le donne che ne sono state l’anima, sosteniamo la loro lotta per la libertà che è appena cominciata.

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Al fianco della popolazione algerina

Ieri, 8 marzo, centinaia di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Algeri, di Orano, di Costantina. Nella capitale i mezzi di trasporto sono fermi e chi è partito dai quartieri periferici ha dovuto camminare a lungo per unirsi ai manifestanti che, sfidando la paura della repressione cantano: “Il popolo non vuole né Bouteflika né suo fratello Said”, “Dignità”, “Libertà”, “No al quinto mandato presidenziale”. È un’onda potente e commovente che sembra raccogliere il testimone delle rivoluzioni del 2011 in Egitto e Siria nonostante tutta la violenza e la guerra con cui queste sono state soffocate.

A lungo il popolo algerino è rimasto in silenzio: non solo gli esempi più recenti delle sconfitte nei paesi vicini, ma soprattutto le ferite che hanno insanguinato il paese negli anni Novanta – la terribile guerra civile – hanno svolto il ruolo di monito e di ricatto con cui il regime ha allontanato ogni cambiamento per rimanere aggrappato al potere.

Ora sta succedendo qualcosa di nuovo e le foto di ieri sono eloquenti: giovani, anziani, tantissime donne. Uno striscione recita: “Non si può liberare il paese se non si libera la donna”. Intervistate, persone comuni ci offrono gemme di speranza: “Non mi sono mai sentito libero come oggi”, “Siamo la storia in cammino”. C’è anche Djamila Bouhired, eroina della battaglia di Algeri che la Francia condannò a morte all’epoca della guerra di liberazione. La sua presenza in piazza sancisce la perdita di autorità morale di un regime che si vuole erede e continuatore di quella stagione.

Le opposizioni ufficiali sono divise e spiazzate dagli avvenimenti; il regime tergiversa ma è pericolosamente avvezzo alla più dura repressione. I pericoli sono tanti, incluso internazionali, poiché i partner del regime (Francia e Italia in testa) sono interessati a mantenere la stabilità a tutti i costi. Ogni sviluppo è possibile.

Siamo al fianco della gente comune che ha cominciato a mobilitarsi in Algeria, cui esprimiamo tutta la nostra solidarietà. Ci impegniamo a conoscere e a far conoscere la loro lotta, a sostenerla, a trarne lezioni e a diffonderle.

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Alluvione in Kerala

Una tragedia e le sue cause

370 morti e 800.000 persone sfollate è il tragico bilancio delle vittime e dei danni provocati dalle piogge monsoniche che hanno colpito il Kerala, stato dell’India meridionale. Queste cifre, fornite dalle autorità, sono purtroppo destinate a salire, visto anche il protrarsi del monsone. Interi villaggi sono stati sommersi dalle acque, centinaia di migliaia di persone attendono soccorsi e sono rimaste senza tetto, acqua e cibo. Esprimiamo la nostra solidarietà alle popolazioni colpite e ai tanti immigrati del Kerala che si trovano all’estero, spesso lavorando in condizioni neoschiavistiche, come avviene per molti in Arabia Saudita e nelle monarchie del Golfo. Siamo a fianco e sosteniamo le molteplici iniziative di solidarietà che in diverse parti del mondo si stanno sviluppando. Nello stesso tempo è necessario fare chiarezza sull’origine non solo naturale di questa tragedia. Il monsone colpisce ogni anno regolarmente - da maggio a ottobre - l’India e il subcontinente indiano e quest’anno le piogge monsoniche che hanno interessato il Kerala sono le più intense da un secolo a questa parte. Ma è altrettanto vero che, con altrettanta tragica regolarità, tante persone perdono la vita e centinaia di migliaia sono sfollate a causa sia delle prevedibili conseguenze di queste piogge che delle condizioni in cui sono costrette a vivere. Per esempio, l’anno scorso tra India, Nepal e Bangladesh si sono contate 1200 vittime e 41 milioni di persone danneggiate. E ciò non avviene per caso. In India più del 40% della popolazione vive sotto la cosiddetta “soglia di povertà”: una cinica statistica che per centinaia di milioni di persone significa subire permanenti ingiustizie e violenze ma anche essere del tutto indifesi di fronte a qualunque fenomeno naturale pericoloso. Questa è la realtà della tanto decantata “India shining” (India scintillate) del primo ministro Narendra Modi e del suo BJP (Bharatiya Janata Party), un partito ultra nazionalista indù e ferocemente patriarcale al potere dal 2014. La natura talvolta può essere pericolosa, stati e politica lo sono sempre.

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con il coraggio di Parisa

parisa foto

La fotografa iraniana Parisa Pourtaheiran riprende dai tetti le immagini delle partite del campionato nazionale di football. Così dà corso alla sua vocazione artistica e alla sua passione calcistica, sfidando uno dei tanti divieti che il regime impone alle donne: si impedisce loro l’ingresso negli stadi. Il suo gesto è un’altra espressione del coraggio femminile nella ricerca di libertà. L’ispirazione è forte. Non a caso la foto di Parisa ha fatto il giro del mondo fino a diventare notizia. Guardandola ci vengono subito in mente altre donne iraniane: le migliaia che negli ultimi anni hanno scelto di togliersi il velo nei luoghi pubblici in segno di protesta contro quello che considerano “il simbolo più visibile dell’oppressione femminile”.

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Barcellona un anno dopo

Contro terrorismo e complicità istituzionali

Un anno fa un terribile attentato a Barcellona e Cambrils provocò la morte di 16 persone e centinaia di feriti. La reazione della gente si manifestó attraverso migliaia di gesti di solidarietà. Così come furono molti i tentativi di lenire le ferite contrapponendosi al razzismo e ai possibili richiami all'odio. Non possiamo però dimenticare le complicità dei vari settori dello Stato centrale e delle istituzioni della Catalogna. Prima dell'attentato infatti vennero ignorate le più elementari norme di sicurezza e prevenzione. Dopo, quasi all’unisono, cercarono di negare ogni responsabilità sull'accaduto. In primo luogo bisognava tornare alla normalità della Barcellona turistica e dei suoi interessi di facciata. Però la minaccia da parte dei neo-nazisti dell’ ISIS era tragicamente concreta come tanti indizi facevano presagire. Aveva seminato morte e distruzione in Siria contro la rivoluzione e in seguito in tante altre città. La stessa reazione di tanta gente in buona fede al grido "non ho paura" non aiutò a pensare più profondamente le radici del pericolo con cui ci si stava misurando delegando ancora una volta la propria sicurezza allo Stato. Per oggi 17 di agosto è stato convocato dal Comune di Barcellona un atto istituzionale con la partecipazione del Re. Non ci saranno discorsi. Una decisione in qualche modo coerente perché le stesse istituzioni non hanno molto da dire sulle ragioni più di fondo di questa tragedia. Purtroppo però neanche le manifestazioni alternative, ora come un anno fa, offrono elementi di riflessione utili, soffermandosi solo sulla critica della presenza della Monarchia e dei rappresentanti dello Stato centrale nell'atto ufficiale o attribuendo la responsabilità dell'attentato solo alle guerre del'imperialismo. Ancora una volta viene meno una denuncia chiara del terrorismo e delle complicità statali. Nel frattempo si cominciano a sentire le voci di protesta dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti all'attentato che dichiarano sempre più apertamente di essersi sentite abbandonate nonostante le promesse. Le riecheggiamo per esprimere ancora una volta la nostra solidarietà.

 

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