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AdessoLaStoria



Mondo

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bomba a Kabul

la normalità fa strage, eccezionale è difendere la vita

Un camion-bomba è esploso questa mattina a Kabul nel quartiere delle ambasciate e del palazzo presidenziale, una delle zone ritenute più sicure della capitale afgana. Le vittime sono almeno 80, i feriti oltre 350. Anche l’ospedale di Emergency è rimasto danneggiato. L’attentato è avvenuto nell’ora di punta e ha colpito tante persone comuni. A loro, ai loro cari, alla popolazione di un paese lacerato dalle violenze di bande assassine locali e degli eserciti di una poderosa coalizione internazionale che lo occupa militarmente da quasi vent’anni va il nostro pensiero addolorato e solidale.

Questa efferata violenza non è una novità che squarcia la vita quotidiana, ma la sostanza di una normalità – non solo in Afghanistan – alla quale si vorrebbe fossimo tutti assuefatti. Una normalità che trasuda disprezzo per la vita umana perfino nei confronti dei più piccoli, come purtroppo dimostrano la recente strage al concerto di Manchester o quelle al centro commerciale di Baghdad (luglio 2016) e nel parco di Lahore (Pasqua 2016) in cui sono stati colpiti particolarmente giovani e giovanissimi, che sono anche un costante bersaglio nelle guerre incrociate che devastano l’amata Siria.

Al contrario di quanto ossessivamente ripetuto da politici e commentatori all’indomani degli attacchi – “non gliela daremo vinta, non cambieremo le nostre abitudini, la vita deve continuare a scorrere normalmente” – la vita a molti è stata recisa e per tutti è già cambiata. Non è possibile ignorare l’uccidibilità dilagante che dai fronti di guerra tracima nei mercatini natalizi. La scelta da compiere è piuttosto quella tra subire una normalità sempre più imbarbarita o intraprendere l’eccezionalità di un impegno per difendere la vita e, possibilmente, migliorarla assieme.

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Con la gente di Aleppo

Contro Assad e i nazijihadisti

La gente in Siria continua a soffrire una situazione drammatica, ormai da anni, da quando prima il dittatore macellaio Assad, poi anche i nazijihadisti di tutte le risme, con in testa l’Isis e Al-Nusra, si scatenarono contro la gente comune protagonista di una rivoluzione umana, pacifica ed estranea alla politica e alla guerra, per la libertà, la giustizia, la pacificazione tra le genti. Hanno soffocato quella rivoluzione, dopo solo un anno di vita, nella spirale della violenza bellica e da allora - con la complicità o l’intervento diretto di diversi stati e potenze regionali e internazionali - la gente siriana vive in condizioni terribili, al punto che metà della popolazione è profuga in patria o all’estero, più di 250mila sono i morti nella guerra civile. L’assedio di Aleppo è il simbolo di questa tragedia. Quasi due milioni di persone in questa antichissima città sono nei fatti ostaggi nello scontro tra due fronti militari che si combattono, uccidendo e martoriando in primo luogo i civili. Centinaia di migliaia di persone patiscono la mancanza di acqua, elettricità, cibo e medicine; i nove ospedali della città sono stati tutti rasi al suolo dall’aviazione russa e da quella di Assad, che ha continuato ad usare armi chimiche, secondo la denuncia di Amnesty International. La gente comune fa così le spese delle mire di potere di forze locali, regionali e internazionali che intendono spartirsi le spoglie della Siria, anche al prezzo di annientare gran parte della popolazione. I due fronti che si combattono ad Aleppo sono mostri gemelli, nemici ieri della rivoluzione e da sempre della gente comune: da una parte il macellaio Assad, sostenuto da milizie sciite filoiraniane dell’Iraq e da Hezbollah libanese e, soprattutto, dall’aviazione russa; dall’altra un fronte composito in cui sono ormai purtroppo prevalenti forze nazijihadiste tra cui spicca Al- Nusra (fino a ieri filiale siriana di Al Qaeda). Con i primi sono schierati, in una alleanza sciagurata e criminale, le principali forze curdo-siriane, mentre diverse forze nazijihadiste si avvalgono di finanziamenti di Arabia Saudita e Qatar. Intanto l’ONU, come ha fatto sempre di fronte alle principali tragedie degli ultimi 30 anni, sta a guardare, tra impotenza e complicità.
Denunciamo ancora una volta i mostri gemelli e gli stati coinvolti, responsabili dell’assedio e del martirio di Aleppo. Sosteniamo le forze organizzate che resistono contro Assad rimanendo indipendenti dalla galassia nazijihadista. Stiamo dalla parte delle gente comune di Aleppo e della Siria che soffre e cerca scampo, con chi difende la vita propria e altrui, con i tanti eroi ed eroine anonime, i tanti volontari, medici e gente solidale che, pur in mezzo alla guerra, aiutano. Chiamiamo all’accoglienza nel nostro paese come forma di solidarietà con chi ne ha più bisogno, di schieramento con la vita contro l’uccidibilità.

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Como, Ventimiglia, Milano e oltre

Accoglienza umana e libera circolazione

Chi sono le persone bloccate a Ventimiglia, accampate a Como o a Milano? Sono donne e bambini, anziani e giovani che cercano scampo da guerre, terrorismo, miseria. Vista la terribile guerra in Siria, la situazione in Irak e Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, Nigeria e in tanti altri paesi siamo di fronte ad una tendenza storica inarrestabile che chiama ognuno di noi e tutti/e a decidere come rapportarci verso tante persone bisognose di aiuto e a scegliere come vivere insieme. Su questo è in gioco l’umanità di tutti.
In Italia le persone che giungono – profughi e immigrati – sono un numero pressoché costante negli ultimi anni, anche durante il 2016. Come sappiamo, nella marcia vero l’Europa in tanti perdono la vita, spesso in mare e già alcune migliaia hanno sofferto questa sorte durante gli ultimi mesi, una vera strage degli innocenti. Purtroppo, oltre i motivi gravi all’origine del loro viaggio, a rendere la situazione ancor più drammatica ci sono la politica e le misure assunte dai vari stati europei. Muri, confini sbarrati e presidiati, barriere legali, accordi con governi come quello turco che usa i profughi come merce di scambio: il risultato è che si nega a persone che scappano da guerre e miseria di poter raggiungere la propria meta, il paese ove vogliono stabilirsi, li si costringe a condizioni disumane e a diventare “clandestini”, incentivando la xenofobia, il razzismo, le mafie. Il governo italiano, seppure su questo piano meno peggio di altri, è parte del sistema e degli accordi che hanno creato questa situazione e la stanno aggravando.
Tutte le persone che cercano rifugio per vivere in pace, per avere una vita migliore e dignitosa, per ricongiungersi con loro parenti o cari hanno diritto di poter circolare liberamente, perché la terra è di tutti, nessuno è straniero. Sono le barriere e le frontiere a creare illegalità e clandestinità, a negare un diritto elementare: la libera circolazione delle persone. Per questo, per alleviare una grave situazione, richiediamo che sia concesso a tutti/e i profughi e immigrati un permesso di soggiorno umanitario che permetta di poter circolare nei paesi europei.
L’accoglienza umana conviene a tutti ed è il primo passo per poter riconcepire e migliorare il nostro modo di vivere insieme, perché sia all’insegna della convivenza, della pacificazione, della tolleranza reciproca, della comunanza umana. E’ proprio di fronte ai nuovi pericoli del terrorismo che questo è vero: è insieme a chi fugge dai terroristi nazijihadisti in diversi paesi, accogliendo e alleandoci con chi conosce questi nemici dell’umanità potremo meglio identificare e mettere in condizione di non nuocere la feccia dell’Isis e i suoi complici e simpatizzanti. E’ proprio in nome della sicurezza di tutti/e che l’accoglienza, la conoscenza reciproca, la solidarietà in nome del bene comune che possiamo meglio identificare i malintenzionati, di qualunque etnia, credo o cultura essi siano, indigeni o immigrati.
Siamo partecipi e solidali con tutte le persone di buona volontà, i volontari e le associazioni oneste che stanno in queste settimane aiutando e assistendo tanti profughi e immigrati. E’ questa unità solidale e il protagonismo diretto e autodefinito di immigrati e profughi che può davvero aiutare e non certo azioni violentiste e minoritarie da parte di settori estremisti che vanno contro gli interessi e le esigenze innanzitutto dei profughi e degli immigrati.

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Attacco terrorista in Pakistan

Nazijihadisti vigliacchi e assassini

Lunedì 8 agosto i terroristi nazijihaidisti hanno di nuovo colpito: un attacco suicida nel cortile di un ospedale a Quetta, nel sudovest del Pakistan, ha fatto 70 morti e oltre 100 feriti, in gran parte avvocati che accompagnavano il presidente della loro associazione, colpito a morte dai terroristi poche ore prima. L’attacco è stato rivendicato addirittura da due gruppi, entrambi parte della galassia di formazioni che s’ispirano all’Isis o lo affiancano, richiamandosi ai tratti più reazionari e bellicisti dell’Islam e che colpiscono vigliaccamente gente inerme, in gran parte musulmani. E’ evidente che l’Isis e le canaglie sue affini stanno cercando di allargare al subcontinente indiano il teatro delle operazioni, visti i colpi che stanno ricevendo in Medio Oriente. Infatti questo attentato viene poco dopo quello recente a Dacca in Bangladesh, a Kabul in Afghanistan il 23 luglio contro una manifestazione dell’etnia hazara e a Lahore, sempre in Pakistan, nel marzo scorso. Altrettanto evidente è che stati, governi e apparati repressivi di questi paesi – al di là delle ipocrite condanne e impegni - non hanno né la volontà né la capacità di combattere un terrorismo che è nato e cresciuto come un loro mostro gemello, alimentandosi di complicità e appoggi sia espliciti che occulti.

Lo scarso rilievo che ha avuto questo attentato nei notiziari e nella stampa nostrana è un ennesimo esempio di ipocrisia e disumanità di cui tanta parte dell’informazione sta dando prova: lo spazio che si concede a questi tragici avvenimenti dipende dalla geografia (il Pakistan è “lontano”) e dal fatto che non sono coinvolti occidentali o italiani tra le vittime.
La nostra solidarietà va alle vittime e ai loro cari, a tutte le genti colpite dal terrorismo; il nostro schieramento è con chi combatte l’Isis e la peste nazijihaidista, siamo dalla parte di tutti/e i musulmani che vogliono pacificazione e convivenza. Infine e ancora una volta: di fronte ai potenziali pericoli che incombono anche in Italia, non bisogna fidarsi dell’irresponsabile invito dei governanti a “continuare a vivere normalmente”, facciamo piuttosto attenzione ai nuovi pericoli, rinnoviamo i nostri criteri per prevenire le minacce, contiamo sulle capacità di autodifesa tra le persone che si conoscono, distinguendo tra le persone ben disposte, solidali e quelle violente e i potenziali assassini, a qualunque etnia, credo religioso, cultura essi appartengano, in borghese o in divisa.

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La strana battaglia di Sirte

Sono iniziati i bombardamenti in Libia sulla città di Sirte per strapparla all’Isis. Formalmente l’intervento è stato richiesto dal governo di unità nazionale di Tripoli riconosciuto dall’ONU. Lo Stato italiano partecipa con i servizi di intelligence e dando la disponibilità all’utilizzo della base di Sigonella in Sicilia.
Sirte è collocata in una delle principali regioni petrolifere del mondo, nel 2009 contava 135.451 abitanti, mentre attualmente, secondo fonti ufficiali, sono presenti circa 1.000 miliziani del califfato con la svastica e circa 7.000 civili presi in ostaggio.
Da quanto dichiarato sarà impiegata un quantità enorme di forze militari con mezzi navali e aerei di diverso tipo, compresi addirittura aerei anti-sommergibili(!?).
Si prospetta un’operazione militare della durata di 30 giorni con un volume di bombardamenti finalizzato a radere al suolo una città quasi deserta, a fronte delle esigue presenze dei neonazisti del califfato in un’area in gran parte disabitata. Queste movenze, a nostro parere, disvelano i motivi prevalenti dell’azione bellica che sopravanzano quelli ufficiali, ovvero ridefinire gli assetti di dominio in quell’area del mondo e spingere più in avanti la spartizione in atto della Libia ormai nel caos più totale. Di questa logica spartitoria fa pienamente parte il satrapo russo Putin, che mentre denuncia ipocritamente l’illegalità dell’operazione in Libia, continua a sostenere in Siria il massacratore Assad.
L’attacco iniziato, più che un’accelerazione della lotta all’Isis, conferma il fatto che gli stati e le potenze internazionali non sono concentrati nello sconfiggerlo laddove è più presente, cioè in Iraq e in Siria mentre in Libia ha solo delle propaggini (comunque da schiacciare). Insomma, pensano anzitutto al bottino da spartirsi e non a schiacciare Daesh, cosa che prima avviene e meglio è.
Il nostro schieramento invece è innanzitutto a fianco delle resistenze popolari di Siria e Iraq, che con tutti i loro limiti sono state le prime artefici degli arretramenti sul campo dei nazijihadisti dell’Isis.

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