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AdessoLaStoria



StopRazzismo

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta che dal Centro culturale di via Targioni Tozzetti a Firenze, fatto oggetto di una pesante campagna razzista sulla stampa e non solo, è stata indirizzata agli abitanti del quartiere fiorentino di San Jacopino

lettera aperta

Siamo persone di tanti paesi del mondo, siamo qui da tanti anni o da poco tempo e molti di noi vivono nel quartiere di San Jacopino.
Abbiamo deciso di scrivere questa lettera per dire chi siamo, perché da settimane giornali e radio locali, nonché alcune persone nel quartiere, parlano di noi in modo falso, cercando di alimentare tra la gente il pregiudizio razzista e diffondendo la menzogna che l’immigrazione sia fonte di illegalità e degrado per la vita del quartiere.
Abbiamo aperto un centro culturale vicino a via Maragliano per ragioni semplici e comprensibili a tutti: abbiamo bisogno di incontrarci, parlare, stare insieme, coltivare il nostro credo religioso, dare ai bambini un nuovo spazio per giocare, studiare la lingua italiana e le nostre lingue di provenienza. È falso che l’ingresso nel nostro centro sia vietato ai non musulmani, come è stato scritto sui giornali. Le nostre porte sono aperte alle persone di tutte le fedi che nel rispetto reciproco vogliano conoscerci e farsi conoscere.
Vogliamo un quartiere in cui nessuno si senta straniero ed ognuno si senta più sicuro.
Questa zona della città, come altre, è già multietnica e sempre più lo sarà: guardiamo ad esempio le scuole, le bimbe e i bimbi di ogni provenienza stanno già crescendo insieme. Non è meglio conoscerci e unirci per rendere il quartiere più vivibile per tutti piuttosto che chiudersi nella diffidenza e nel sospetto?
Abbiamo tutti paura per quello che succede nel mondo e per questo siamo contro i terrorismi e le guerre: siamo brava gente, siamo qui per vivere in pace e per cercare una vita migliore.
Ci rivolgiamo a tutte le persone di buon senso del quartiere e della città per conoscerci, per superare pregiudizi e paure, perché crediamo che se impariamo a vivere insieme e a essere solidali gli uni con gli altri, la vita migliorerà per tutti.
Chiediamo anche alle comunità immigrate, ai cristiani e ai fedeli di ogni credo, alle comunità religiose, alle associazioni, a tutte le realtà della solidarietà e dell’antirazzismo di venirci a conoscere, di sostenerci per affrontare insieme il clima di razzismo che cresce e danneggia l’esistenza di ognuno.


Centro culturale
di via Targioni Tozzetti

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comincia lo sgombero della “giungla” di Calais

la risposta che preferiscono

Come ampiamente preannunciato, è cominciato oggi per mano della polizia francese lo sgombero della “giungla” di Calais, l'insediamento costruito e abitato da migliaia di immigrati – ai quali va la nostra solidarietà – che cercano di raggiungere il Regno Unito. È un'azione di forza che vede protagonisti centinaia di uomini delle forza dell'ordine con lacrimogeni e manganelli a cui ha risposto, scontrandovisi, un settore di immigrati che difendevano le loro abitazioni di fortuna e tutte gli altri servizi di cui si erano dotati, dai ristoranti ai barbieri, dai luoghi di culto ai bazar.
Nonostante una mobilitazione internazionale che ha visto anche protagonisti di prestigio, il governo e la magistratura francesi hanno dato mano libera ai loro apparati repressivi dimostrando una volta di più che la chiusura delle frontiere, il respingimento, la violenza e l'intolleranza sono al fondo le uniche risposte che gli Stati possono dare al desiderio di vita migliore che anima chi immigra in questo continente.
Un atteggiamento miope, quello degli Stati europei ma non solo, che va, invano, contro la storia e che non può, per la manifesta incapacità di governo di un sistema decadente, tenere conto delle grandi trasformazioni in atto provando a fermarle nel modo che conosce meglio: la violenza.
Ma non si può arrestare la storia, nemmeno a Calais. 

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contro lo squadrismo neofascista

unità e solidarietà

Da tempo, militanti di Blocco studentesco (organizzazione giovanile di CasaPound) sfruttando il clima di intolleranza, razzismo e violenza insinuatosi nella società tentano di ottenere visibilità mediante provocazioni e aggressioni, con l'intento evidente di alimentare una logica di paura e di scontro, anticamera della violenza su cui questi figuri basano il loro impegno e la loro crescita. Così, dopo l'aggressione a novembre contro una ragazza in via Caldieri (Vomero), ieri hanno dato vita ad uno scontro davanti al liceo Vittorini in via Fontana, due giorni dopo la Giornata della memoria che commemora le vittime della barbarie nazi-fascista. Alla provocazione è seguito un altro scontro nei pressi della metropolitana di Rione Alto che ha causato il ricovero di 2 persone. Denunciamo i neofascisti e la logica di violenza che li ispira ed esprimiamo solidarietà alle loro vittime; nel contempo, a tutela di coloro che maggiormente vengono colpiti da queste canaglie – immigrati, senza tetto, omosessuali, attivisti di sinistra – chiamiamo alla unità e all’autodifesa contro le aggressioni squadriste, rifiutando però qualsiasi trappola che voglia instaurare un clima di faide e di contrapposizioni violente, utili unicamente ai neofascisti che da questa logica di scontro machista e criminale trae alimento. Il modo migliore per sconfiggere questa teppaglia è sviluppare solidarietà, unione e pacificazione tra la gente.

La Comune – Napoli
30 gennaio 2016

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Ferguson un anno dopo

A un anno dalla morte di Michael Brown le mobilitazioni di Ferguson e le uccisioni di altri afroamericani da parte di poliziotti (solo negli ultimi giorni sono stati uccisi Andrew Green, 15 anni, a Indianapolis e Christian Taylor, 19 anni, ad Arlington) mostrano cose che non sono cambiate se non in peggio ma anche risorse umane positive che s’intravedono.
Ogni nove giorni un agente di polizia uccide un afroamericano, quasi sempre disarmato e inoffensivo e quasi mai i colpevoli vengono incriminati. Malgrado le mobilitazioni che si sono susseguite, il clamore mediatico, le prese di posizione ufficiali della Casa Bianca e le telecamere indossate obbligatoriamente dagli agenti, i vari corpi di polizia hanno continuato a picchiare e uccidere.  A conferma del razzismo intrinseco delle istituzioni repressive e della logica di uccidibilità su cui si basano (le due cose si alimentano reciprocamente), ulteriore repressione se non direttamente lo stato d’assedio sono stati la risposta normale alle proteste da parte delle comunità afroamericane e di tanti antirazzisti di ogni etnia assieme a loro.
Al tempo stesso le centinaia di migliaia di persone che si stanno mobilitando da una anno a questa parte, nella stragrande maggioranza dei casi in modo pacifico, esprimono un nuovo protagonismo: lo si è visto nei quartieri a maggioranza nera ma anche nei campus, nelle comunità religiose storicamente impegnate contro il razzismo e nella gioventù multietnica che aveva creduto al Yes we can di Obama. Questi protagonisti indicano, per lo più implicitamente, l’esigenza di ridefinire la convivenza umana: perché “le vite dei neri sono importanti”, perché la vita e la dignità di ogni essere umano hanno valore ma sono minacciate costantemente. Perciò vanno affermate e difese in prima persona e assieme per migliorare la vita di tutti e ciascuno senza nessuna delega alle istituzioni oppressive. Negli States, in Italia, ovunque.
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strage razzista a Charleston

tutto questo ci riguarda

Davvero non ci fa pensare nulla ciò che è avvenuto a Charleston, South Carolina, quando, intorno alle 21 del 17 giugno un uomo bianco armato è entrato in una chiesa simbolo della lotta antischiavista e antisegregazionista e ha premeditatamente fatto fuoco e ucciso 6 donne e 3 uomini, fra cui il pastore, anche senatore democratico dello Stato e tra le anime della veglia per Walter Scott, l’ennesimo giovane nero disarmato ucciso da un agente bianco lo scorso aprile?
Davvero la solidarietà umana con le vittime innocenti, con i loro cari, con un’intera comunità e il senso di rabbia e di perdita per un altro eccidio razzista non ci porta a riflettere sull’odio assassino che si arma materialmente di strumenti per uccidere e ideologicamente di nuovi nazismi volti a liquidare la vita di chiunque non sia conforme o sia considerato pericolosamente diverso? Davvero pensiamo che questo non abbia nulla a che vedere con la guerra che gli Stati stanno conducendo contro profughi e immigrati in Europa e con l’odio meschino e pauroso che essa rinfocola nella pancia delle società in disgregazione?
Certo le differenze sono molte, il che fa dire al presidente Obama che solo negli Stati uniti avvengono eccidi del genere. Ma è vero che da tempo non ne avvenivano di queste proporzioni e che questo è il segno di un’escalation razzista che cresce in seno al disfarsi della società democratica, e questo non riguarda solo gli Usa. Certo, la comunità afroamericana è parte strutturale della società e non da oggi, perciò appare tanto più delirante quel “dovete andarvene perchè stuprate le nostre donne e state conquistando l’America” che Dylann Roof, l’assassino – ancora presunto – catturato nelle ore successive, ha pronunciato compiendo la strage. Il giovane “ariano” è un fanatico dell’apartheid, ritratto con i simboli del movimento per la supremazia bianca. Al fondo non è così diverso da un miliziano dell’Isis – è solo un altro fondamentalismo per cui alcuni sono degni di vivere, altri no – e ha un’altra divisa, ma non altre basi ideologiche rispetto a quella di poliziotti bianchi che ogni giorno uccidono in strada neri disarmati, contro cui si è levata l’America antirazzista nelle proteste dei mesi scorsi.
Se identifichiamo i carnefici è anzitutto perché scegliamo di identificarci bene con le vittime, delle quali sappiamo una cosa essenziale: che sono esseri umani come noi. Sappiamo che erano di pelle nera. Sappiamo che perciò sono stati uccisi. 
Sappiamo con dolore, e ancor più dopo Charleston, che il razzismo è una piaga che sta crescendo e che disumanizza fino ad indurre a fare strage di propri simili, perciò dobbiamo combatterlo qui e ovunque. Pensiamoci, adesso che sentiamo gli statisti europei parlare del “problema” degli immigrati o dei profughi, da risolvere con chiusure di frontiere, cariche di polizia e bombardamenti di barconi. Questa cultura nutre la crescita di altri Dylann Roof. 
We Shall Overcome è più che un tributo alle vittime innocenti di Charleston. È la speranza che potremo superare tutto questo: ma perciò bisogna schierarsi oggi.

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