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a proposito della manifestazione del 12 aprile

minoritudini ben amplificate

La manifestazione nazionale di sabato 12 aprile a Roma convocata da "movimenti sociali, anticapitalisti e sindacati conflittuali", una galassia di forze di opposizione al governo, ha avuto, a fronte di una partecipazione poco significativa, un ampio risalto mediatico anche e soprattutto per gli scontri di piazza. Esprimiamo solidarietà alle persone colpite dalla repressione poliziesca; allo stesso tempo, valutiamo severamente forme e contenuti della manifestazione.


Il grande spazio dedicato dai media agli scontri è una parte integrante, preparata e preannunciata della manifestazione come evidenziano sia la mobilitazione delle forze repressive statali che il manifesto di convocazione che affermava: "i diritti si conquistano a spinta". La "conquista" si concentrava sull’"assedio al governo Renzi" e sulla volontà di "ribaltare il job act", più genericamente sull’assedio ai palazzi del potere. Un violentismo prennunciato nei giorni precedenti da una serie di atti di vandalismo alle sedi del Partito democratico. Questa è una logica che ripropone il mito negativo della spallata sociale in grado di forzare un cambiamento o, più concretamente, un modo per cercare visibilità da parte dei velleitari soggetti in campo, sempre più marginali. Mito negativo soprattutto per i metodi e per i contenuti che essi incarnano. L’idea del conflitto che connota questa concezione del cambiamento è ormai sublimata. Compaiono allora i blu-block, così chiamati per la tenuta volutamente simile a quella delle forze di polizia di cui evidentemente si sentono l’alter-ego.
Gli scontri sono ormai riprodotti ed amplificati dai social-media, una componente della vita virtuale di questa pretesa ipotesi di cambiamento: a tutti gli effetti una opposizione compatibile e accettata di buon grado dalla democrazia sistemica, utile persino a fornire a quest’ultima l’occasione di una riverniciata di tolleranza. Non a caso, i giudizi ammiccanti alla rivolta sociale da parte della grande stampa – che invece esprime cinismo oscurando grandi tragedie umane come l’emergenza del popolo siriano e la sua rivoluzione – sono una prova evidente di un gioco politico ipocrita.
Una novità negativa risiede nella attiva partecipazione agli scontri di settori di immigrati; uno di loro ha perso una mano mentre tirava un petardo. L’indispensabile solidarietà verso le drammatiche condizioni di vita dei nostri fratelli e sorelle immigrati, così come verso le vittime della repressione poliziesca nella manifestazione, non può farci tacere sul giudizio negativo verso la compartecipazione a queste logiche negative, diverse nel modo di reagire dalle rivolte di Rosarno e di Castelvolturno che, al di là dei loro limiti, non erano parte di una strumentalizzazione politica minoritaria.
La manifestazione si proponeva come "corteo meticcio", riprendendo cioè un termine che ha una genesi negativa, oppressiva e patriarcale, che accetta implicitamente la definizione di razze diverse e che soprattutto guarda all’incontro fra le persone come mera espressione di fattualità biologica o al massimo sociale – spesso coatta soprattutto per le donne – piuttosto che come ricerca di autoemancipazione umana, comune nelle differenze. D’altra parte ciò rimanda a quel minimalismo qualunquista dei promotori che era sintetizzato nel manifesto di convocazione: "una sola grande opera: casa, reddito, e dignità per tutti". Un minimalismo espressione della decadenza sociale e culturale in cui si inscrivono queste vicende. 

per approfondire: Dialogo sull’indignazione e la liberazione, di Dario Renzi, Prospettiva edizioni, 2012.

 

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