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19 ottobre a Roma

perché non ci saremo

Vogliono una “sollevazione generale” per “il reddito e la casa”. Vogliono “costruire l’assedio alla precarietà”. “Non sarà una passeggiata” perché vogliono “assediare i ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture e la Cassa depositi e prestiti” e non vogliono “tornare a casa senza passaggi tangibili”. Questo sarà la manifestazione nazionale del 19 ottobre a Roma: una gazzarra attorno ai palazzi del potere politico ed economico per ottenere da loro udienza. Promossa da una parte dei “movimenti per la casa” di Roma, rilanciata quest’estate dall’assemblea del campeggio No TAV di Venaus e con la partecipazione di settori di centri sociali e della sinistra extraparlamentare “per forza”, sarà una nuova espressione di quella logica estremista qualunquista che già diversi danni ha fatto in questo paese alle speranze di cambiamento e alle possibilità di un protagonismo positivo dal basso.
Per questo prendiamo chiaramente le distanze da questa manifestazione e invitiamo a non  prendervi parte: per chi vuole affermare i bisogni comuni, per chi cerca un cambiamento autentico le strade possibili sono altre, radicalmente differenti da tali ammucchiate.
Questo giudizio radicalmente negativo, ripetutamente comprovato dalle vicende di questi anni, non può essere messo in ombra dall’indispensabile condanna della repressione statale e della  criminalizzazione che colpisce tanti attivisti, come ad esempio tra i No TAV.
Dopo la farsa violentista del 14 dicembre 2010 con i collettivi studenteschi e i centri sociali che giocavano a guardie e ladri sotto Montecitorio e facevano il tifo affinché il centrosinistra e i finiani sfiduciassero Berlusconi; dopo il grottesco corteo del 15 ottobre 2011, fallito prima di partire e naufragato negli scontri di piazza S. Giovanni; dopo tutto questo cercano di ripetere (più in piccolo) lo stesso andazzo. Privi di contenuti positivi e minimalisti nelle rivendicazioni, puntano tutto, tramite azioni estremiste e anche violentiste, sulla visibilità mediatica e sul trovare una sponda nelle
istituzioni statali.
L’ossessione del conflitto ostacola lo sviluppo di lotte utili e favorisce chi il conflitto lo comanda,  cioè lo Stato, le forze repressive e i padroni. Le lotte vere, come quella condotta in questi anni da migliaia di profughi, immigrati e antirazzisti per l’accoglienza per tutti, si sviluppano in ragione di valori positivi, come la solidarietà, e decidendo assieme e autorganizzandosi liberamente.
Perciò rifiutano il violentismo, utile ad andare in televisione ma dannoso per i bisogni e le coscienze delle persone.

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