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A proposito di "Ferite a morte",
progetto teatrale di Serena Dandini

Si è tenuta al Teatro Regio di Torino il 12 aprile, ospite della rassegna Biennale Democrazia, l’ultima tappa del tour del progetto teatrale di "Ferite a morte", scritto e diretto da Serena Dandini, spettacolo interessante e documentato ma soprattutto concentrato sulla denuncia della violenza.

“Ci pensavo da tanto, a farmi decidere è stata la morte di Carmela Petrucci, la ragazza palermitana accoltellata per difendere la sorella dalla furia dell’ex fidanzato. Questo lavoro è dedicato a lei”: così ha raccontato la Dandini prima di andare in scena. Infatti tutta la narrazione è basata su storie vere, tutte vicende tratte dalla cronaca non solo italiana. Sul palco si susseguono tante attrici, cantanti o giornaliste, da Lella Costa a Chiara Saraceno, che interpretano le vittime alle quali viene data la possibilità di parlare, di raccontarsi ma anche di interrogarsi sul perché abbiano dovuto subire una tale violenza da parte dei loro compagni, fidanzati, padri o “ex”. Particolarmente toccante la narrazione di una poetessa di Ciudad Juárez in Messico interpretata da Giovanna Zucconi o la storia delle spose bambine in Iran o la vicenda di Amina la ragazza pachistana che cercava la libertà interpretata da Paola Turci.
Tante donne diverse vengono rappresentate, dalla donna che ha fatto carriera ma capisce che non era sinonimo di emancipazione, alla donna immigrata che svolge il lavoro di badante costretta a subire soprusi e violenze quotidiane fino all’atto estremo della negazione della vita.
Fanno commuovere e indignare le storie di "Ferite a morte", uno spettacolo drammatico ma giocato su un’espressione contrastante di un linguaggio che assume toni ironici e a volte grotteschi.
L’intento di questo progetto è smuovere l’ indifferenza e sostenere la convenzione internazionale “NO More!” , contro la violenza maschile sulle donne, firmata sì, ma mai ratificata in Italia, quindi è uno spettacolo essenzialmente di denuncia che cerca di smuovere le istituzioni e i governi per una politica più attenta a questo problema. Invece noi vogliamo interpretare un maggior protagonismo delle donne, non solo vittime, donne che non vogliono più essere ferite a morte ma unirsi per ricercare le strade di una vita migliore e di liberazione.

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