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annunciata la morte di Gheddafi

È morto un tiranno. Il pensiero va a coloro, libici e non, che hanno sofferto nel sanguinoso regno di Gheddafi durato oltre 40 anni. È morto nel corso di una guerra preventiva sotto l’egida della NATO, scatenata per impedire che anche in Libia, come nei paesi vicini, si potesse sviluppare una rivolta popolare. Per questo motivo la sua fine non coincide con la pace e soprattutto con una prospettiva di miglioramento dell’esistenza per il popolo libico. Essa non è parte delle vicende rivoluzionarie  di questi mesi, piuttosto il frutto di un tentativo di negarle cercando di imporre il piano bellico per sottrarre l’iniziativa alla gente comune in rivoluzione.
Il fatto che Gheddafi sia morto appena catturato non è casuale e toglie dall’imbarazzo chi ne poteva temere ulteriori rivelazioni: dai suoi complici diretti, ora imbarcatisi nel CNT, ai governi e agli uomini d’affari di tutto il mondo che ne hanno puntellato il potere in tutto questo tempo. È significativo come il sistema democratico in decadenza utilizzi la morte a proprio vessillo: si sbandiera l’uccisione di Saddam Hussein, Osama bin Laden, Gheddafi (casomai occultandone i cadaveri) come macabri trofei della democrazia. Allo stesso tempo si cerca di far dimenticare che tutti costoro sono stati a lungo alleati di Washington e Parigi, Londra e Roma, tasselli fondamentali di un ordine sistemico che oggi sta saltando per l’iniziativa diretta dei popoli.
Per il popolo libico la strada della libertà e della pace, di un miglioramento d’assieme e durevole dell’esistenza, è ancora lunga. Ad esso va la nostra solidarietà e allo stesso tempo la denuncia delle responsabilità dello Stato italiano per le sue sofferenze, prima con il sostegno al criminale regime di Gheddafi, poi per essere tornato a fare la guerra sul suolo libico, a cento anni esatti dalla prima invasione coloniale.
La nostra solidarietà va anche alle decine di migliaia di fratelli e sorelle giunti in Italia in fuga dalla guerra, in condizioni enormemente aggravate dalle leggi razziste, verso i quali rinnoviamo l'impegno per una accoglienza fraterna ed incondizionata.

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