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Egitto, l’esercito spara su una manifestazione di copti

basta massacri, no agli odii confessionali

L’esercito ha sparato ieri nella capitale, causando una carneficina. Un corteo di persone della comunità copta è stato prima attaccato da provocatori e successivamente disperso dall’esercito che ha compiuto un massacro. Più di 30 i morti, centinaia i feriti. È il bilancio più grave dalla caduta di Mubarak in febbraio.
Oggi in Egitto c’è chi agisce lucidamente con l’obiettivo di rinfocolare antichi odii confessionali per ricacciare indietro il bene più prezioso delle giornate rivoluzionarie, quella volontà cosciente di unirsi per cambiare insieme la vita così presente in piazza Tahrir nelle giornate di gennaio e febbraio. Proprio a difesa della vita e dell’esperienza rivoluzionaria, rispondendo ai gravissimi sviluppi delle ore precedenti, nella notte alcune migliaia di persone si sono raccolte nella grande piazza scandendo slogan sull’unità tra musulmani e copti.
La giunta militare al potere, cui ingenuamente fu consegnata la fiducia in una possibile transizione, sta contrastando attivamente il cambiamento d’assieme cui le maggioranze anelano, ciò per cui si sono mobilitate con coraggio. In questi mesi i tribunali militari hanno processato oltre 10 mila civili, una pratica contro cui si sviluppano manifestazioni e proteste quasi quotidiane, e mantenuto lo stato d’emergenza che è anzi prorogato al giugno 2012.
In questo contesto difficile, la repressione violenta si combina con le manovre politiche in vista di elezioni previste per novembre (salvo rinvii), un appuntamento cui i partiti  che ai tempi di Mubarak erano all’opposizione (a partire dai Fratelli musulmani) guardano con molto più interesse che non alle lezioni umane radicali che la straordinaria esperienza di piazza Tahrir suggerisce.

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