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Egitto e mondo arabo

chi ha paura della rivoluzione?

La rivoluzione araba è appena cominciata. Vincendo la paura di fronte a regimi spietati, milioni di persone stanno trasformando la propria vita: hanno messo in campo un potere del tutto diverso da quello opprimente degli apparati polizieschi che schiacciano e immiseriscono, umiliano e sfruttano. Hanno cominciato a scoprire il potere di cambiare insieme, rivoluzionando i tempi e le relazioni, la realtà delle cose ed il pensiero di sé. È una energia poderosa che mette paura non solo ai vecchi rais, ma anche alla numerosa corte dei complici e dei servi. Perciò mentre l’ondata si propaga, la controrivoluzione è all’opera con la politica e con le armi: dalla Libia – dove Gheddafi (ed i suoi ex partner di tutto il mondo) sono riusciti ad imporre il confronto sul loro terreno, quello della guerra, della politica e della diplomazia – alle manifestazioni di poche avanguardie duramente represse in Arabia Saudita fino ai tentativi di autoriforma della corona in Marocco.
Dall’Egitto, la realtà più avanzata del processo rivoluzionario, giungono in questi giorni notizie gravi, la situazione è molto delicata. Prima l’aggressione ad un gruppo di donne che manifestavano in occasione dell’8 marzo nella piazza al-Tahrir; poi i sanguinosi scontri interreligiosi tra musulmani e copti in cui sono morte 13 persone; infine l’assalto e la devastazione dell’accampamento di tende animato da manifestanti che ancora presidiano piazza al-Tahrir per vigilare sugli sviluppi degli avvenimenti. Aggressioni omicide, che non a caso si scagliano contro i simboli e le conquiste più preziose della rivoluzione, in cui la gente comune è cominciata a cambiare: contro le donne, protagoniste di primo piano delle mobilitazioni, contro l’affratellamento e la fiducia tra persone di diversi credo, contro la capacità di unirsi e decidere tutti insieme, senza delegare la propria speranza di migliorare l’esistenza.
La rivoluzione non è un colpo di spugna con cui si possano cancellare in un momento le brutture del passato: è un processo umano vivo e palpitante di cambiamento, di protagonismo. È autoattività di milioni di persone che si organizzano, che cambiano le relazioni tra loro, che cominciano a pensarsi e a scegliere diversamente, che iniziano uno straordinario e creativo processo di autosuperamento.
Questo è ciò che più temono i poteri oppressivi, è ciò che combattono con maggior determinazione. Non è difficile ipotizzare che di fronte alle aggressioni di questi giorni vi sia la mano di uomini dei vecchi apparati repressivi. Essi mobilitano i vecchi aguzzini ancora in libertà, che a questo mestiere sono allenati: proprio in questi giorni sono filtrate rivelazioni secondo le quali il vecchio regime e lo stesso Mubarak sono direttamente implicati in alcuni sanguinosi attentati, da quello a Sharm el Sheikh nel 2005 fino alla strage nella chiesa copta di Alessandria pochi mesi fa.
Allo stesso tempo i seminatori di odio fanno leva sulle caratteristiche più arretrate, sui peggiori pregiudizi presenti nella popolazione da secoli, che certo non spariscono in un momento, per quanto concentrato, di rivoluzione. Quest’ultima ha bisogno di crescere e di consolidarsi, per affrontare al meglio le minacce ma soprattutto per dispiegare la sua forza benefica imparando a riconoscerla, allo stesso tempo imparando a riconoscere i pericoli che incombono ed i nemici che la minacciano. Non vanno in questa direzione le denunce generiche contro il vecchio regime che allo stesso tempo invitano a raccogliersi intorno all’esercito, così come espresso ad esempio dal leader dei Fratelli musulmani. L’esercito non è un tutto indistinto. Sono centinaia di migliaia di giovani di leva, parte del popolo, che con il popolo hanno solidarizzato: ciascuno aveva una sorella o un fratello in piazza al-Tahrir. Altra cosa sono i generali che con Mubarak hanno condiviso il potere, quella elite militare che ha espresso tutti i rais egiziani sin dalla fine della monarchia nel 1952.
Le gravi notizie di questi giorni motivano ancor più il nostro schieramento al fianco della rivoluzione della gente comune: in Egitto si è solo cominciato ad infrangere regole secolari di sottomissione e violenza. Sosteniamo questo inizio facendo conoscere e suscitando lo schieramento attivo per appoggiare e sviluppare i suoi tratti più significativi di protagonismo, autorganizzazione e iniziale autotrasformazione, prospettando e battendoci per una aggregazione comunitaria nuova, libera ed autodefinita, perciò fuori dalle catene statali.

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