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manifestazioni popolari in tutto l’Egitto

periferie del sistema in rivolta

Il Cairo, Alessandria, Assuan, Assiut, Ismaylia: manifestazioni spontanee si sono svolte ieri in molte città dell’Egitto, come non si vedeva da decine di anni. Sfidando la repressione, più di diecimila persone, forse il doppio, sono scese nelle strade a Il Cairo lanciando slogan contro il faraone Mubarak (al potere da trent’anni), scontrandosi duramente con le forze dell’ordine, richiamandosi apertamente alla rivolta tunisina. Al termine della giornata, il bilancio complessivo sembra essere di quattro morti e decine di feriti.
La manifestazione era stata proposta – con un appello su internet sottoscritto da oltre 90 mila persone – da alcuni attivisti; questi avevano indicato il 25 gennaio, festa della polizia, per denunciare i metodi  brutali in seguito ai quali un giovane agli arresti era morto. La mobilitazione è stata cautamente salutata dall’opposizione laica e da quella religiosa, ma ha avuto evidenti tratti di spontaneità, ed ha espresso una forte carica di cambiamento contro un potere corrotto e violento, che sembra eterno, e contro il peggioramento delle condizioni materiali di vita per i più.

In Egitto il potere è nelle mani dell’esercito ininterrottamente dalla caduta della monarchia nel 1952. È un paese chiave nel mondo arabo, con una popolazione di oltre 80 milioni di persone, un alleato prezioso dell’Occidente, un vicino affidabile per Israele (dopo gli accordi di Camp David del 1978) con cui condivide la responsabilità del blocco che soffoca un milione e mezzo di palestinesi a Gaza. È un punto di riferimento decisivo dell’Islam sunnita, sia dal punto di vista dottrinale che dell’associazionismo sociale e politico: qui nacquero nel 1928 i Fratelli musulmani, poi diramatisi in altri paesi con peculiarità nazionali.
Non sappiamo quali saranno gli sviluppi, ma dopo la giornata di ieri mondo arabo e Medio Oriente guardano con trepidazione all’Egitto: speranza per i popoli, preoccupazione per i Palazzi.

Dalla Tunisia allo Yemen, dall’Algeria fino all’Albania, ora l’Egitto: tratti comuni, pur nelle grandi differenze qualitative e di grado. Cominciano a saltare le periferie del sistema democratico totalitario al suo tramonto. Soprattutto è un risveglio, contraddittorio e incerto, di popoli che non tollerano più oppressione, corruzione e miseria, persone che osano sognare di ridefinire in prima persona il proprio futuro.
Il profondo smarrimento coscienziale e le sofferenze materiali e morali non sono ostacoli che possono essere superati di slancio, ma le rivolte della gente comune sono prime espressioni di un mondo nuovo che comincia mentre il vecchio finisce nel sangue delle guerre e negli imbrogli democratici.

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