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AdessoLaStoria


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A fianco delle popolazioni del Pakistan
colpite dalle alluvioni

Le conseguenze delle alluvioni in Pakistan sono tremende, ben al di là di quanto lascino capire le scarsissime informazioni date dai mass media “nostrani”. Oltre 1500 persone sono morte, milioni hanno perso ogni avere e si calcolano in venti milioni gli sfollati, tra cui moltissimi bimbi. Circa un quinto del territorio del paese è sconvolto dalle alluvioni, migliaia di villaggi sono stati spazzati via assieme a gran parte delle infrastrutture. La situazione può aggravarsi ulteriormente, dato che in alcune regioni l’acqua non ha ancora raggiunto il livello più alto e la stagioni dei monsoni non è ancora al suo apice. Manca l’acqua potabile e il rischio di epidemie è altissimo (sono stati segnalati i primi casi di colera). Come quasi sempre avviene di fronte a tragedie grandi e piccole, com’è successo recentemente ad Haiti, ma anche in Russia di fronte agli incendi, com’è successo a L’Aquila, c’è un contrasto stridente, ma non casuale, tra l’impegno per vivere e salvare i propri cari e vicini da parte di tante donne e tanti uomini, in questo caso spesso già vittime di tragedie anteriori perché profughi a causa dei conflitti in Afghanistan e nelle zone occidentali del Pakistan, e le movenze degli Stati. Lo stato pakistano ha la bomba atomica, ha un esercito e dei servizi segreti potentissimi e super armati, investe sulla propria forza militare per poter giocare un ruolo di potenza regionale in una zona da decenni dilaniata da guerre, occupazioni militari e terrorismo, ma non ha fatto niente per “mettere in sicurezza il territorio”. Migliaia di persone, vittime delle alluvioni, già stanno protestando, con dei blocchi stradali, per la mancanza di aiuti; denunciano che “vengono portati solo se ci sono televisioni nei paraggi” e “gettano i pacchi di cibo dagli elicotteri, spingendo le persone a lottare tra loro per prenderli”. I volontari di alcune ONG, impegnate nel prestare assistenza medica, come Medici Senza Frontiere, svelano che i primi aiuti sono arrivati dopo che le piogge, che hanno scatenato le alluvioni, erano iniziate da settimane. Dal canto loro gli USA,  presenti con centinaia di migliaia di soldati nella regione, in modo non diverso da come fecero dopo lo tsunami del dicembre 2004 nel sud-est asiatico, pensano all’opportunità di “migliorare la propria immagine e guadagnare consensi” in un’area cruciale per la propria guerra contro Al Qaeda. Cioè anch’essi pensano alla distruzione, mentre le persone colpite, tanti volontari e anche turisti coinvolti, cercano di difendere la vita, d’iniziare a ricostruire. Questo cinismo riguarda anche il sistema dell’informazione, in Italia ma non solo, per il quale le notizie acquisiscono maggiore o minore importanza a seconda della nazionalità delle vittime. Viene anche istillato fatalismo e senso d’impotenza, come se tutto dipendesse dalle forze cieche della natura. E’ una distorsione velenosa della realtà. Si tratta di avvenimenti di origine naturale di grande portata, ma non c’è una natura assassina, le loro conseguenze distruttive e mortifere sono legate in ampissima misura alle condizioni d’esistenza tremende a cui sono costretti tantissimi nostri simili: c’è un’incuria criminale della vita, di cui sono responsabili i poteri oppressivi di ogni tipo e che è già costata dei prezzi altissimi all’umanità.

All’impegno per vivere di tante persone, abitanti del luogo, volontari, turisti, va la nostra vicinanza e solidarietà. C’è bisogno di solidarietà umana, libera dalle cappe statali, dalle discriminazioni razziste e al di là delle frontiere nazionali, per tutelare la vita, per salvarsi e iniziare a ricostruire. Per la gente in Pakistan, ad Haiti, in Russia, per tutti.

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