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Maryam, la nave della solidarietà delle donne libanesi alle donne di Gaza

 

La 'Maryam' è una nave tutta al femminile di aiuti di solidarietà con la popolazione di Gaza organizzata in Libano e ormeggiata nel porto di Tripoli. Si prepara a salpare per Gaza nei prossimi giorni. La nave, che mira a rompere l'assedio di Israele imbarcherà circa 50 operatori umanitari la maggioranza di loro donne e soprattutto medici ed infermieri ma anche alcune suore statunitensi e porterà aiuti soprattutto alle donne e ai bambini di Gaza, farmaci per i malati di cancro e presidi per le

donne e l’infanzia. Dopo l'attacco israeliano alla Mavi Marmara, Samar Hajj attivista libanese cristiana si è riunita con altre amiche e attiviste per protestare contro l’ennesima violenza israeliana: «Siamo rimaste sgomente per le immagini violente che abbiamo visto in tv e abbiamo voluto prendere provvedimenti».
«Dopo l'incidente alla Mavi Marmara, una delle donne ha salutato Maria durante il nostro incontro settimanale e così abbiamo deciso di chiamare la nostra nave Maryam. Il nome è perfetto per una nave che comprende solo le donne» racconta Samar Hajj.
La rotta della Maryam prevede uno scalo in un porto amico prima di dirigersi verso Israele. «Siamo consapevoli dell’obbligo di transitare per un porto straniero per evitare che il nostro viaggio sia considerato un atto di guerra da Israele» dice Hajj. La Maryam imbarcherà solo 50 donne, libanesi arabe, europee e americane, ma non verranno imbarcate donne palestinesi per il rischio di arresti e violenze da parte israeliana.
«Tutte le donne che viaggiano a bordo della nave hanno assunto il nome di Maryam e sono distinguibili solo da un numero poiché preferiamo mantenere le nostre identità segrete per evitare pressioni dalle rispettive ambasciate» aggiunge Hajj. La data della partenza della Maryam e  di un’altra nave di aiuti -  la Naji al-Ali - non è ancora stata annunciata anche se l’autorevole quotidiano libanese al-Hayyat documenta strani e sospetti ritardi da parte delle autorità portuali libanesi dopo le minacciose dichiarazioni  israeliane che considerano un “atto di guerra” la partenza di navi di aiuti dai porti libanesi.  

 

 

 

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