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AdessoLaStoria



intervista a Dario Renzi a cura di Sara Morace
(pubblicata su Utopia Socialista n.21, marzo-giugno 2010)

 

Sara Morace: Tu rivolgi quest’opera a molte persone. In un contesto culturale a dir poco difficile, fino a che punto pensi che la teoria generale possa davvero toccare e appassionare molte persone e quali?

Dario Renzi: Rivolgere o dedicare questa ricerca a molte persone, a quella “gente comune” che anela a una vita migliore, dipende strettamente dal fatto che questa ricerca comincia da loro, dall’osservarla, dall’ascoltarla, dal cercare di comprenderla. Mi riferisco al pensiero e ai bisogni più profondi, non ai semplici comportamenti; mi riferisco alla fisiologia e alla filosofia di vita che le persone scelgono, prima ancora che al loro atteggiamento sociale. Con questo approccio si può conoscere davvero qualcosa dell’umano e delle sue potenzialità e fare delle scoperte notevoli al proposito, naturalmente anche contraddittorie. Per esempio, ci si rende conto del perché le persone sentono e riflettono sul valore dell’altruismo ma al tempo stesso si e ti spiegano il prevalere dell’egoismo. Quindi non c’è soltanto un percepimento né una restituzione passiva della stasi e del disfacimento culturale ma ce n’è un’interpretazione, che può essere reattiva anche in senso positivo. Ci si accorge che le persone sono diverse perché fanno scelte diverse anche in contesti molto simili e anche quando su di loro, come su tutti noi, grava una cappa culturale così pesante e nefasta come quella che da decenni stiamo vivendo e che si è venuta accentuando. Insomma, si tratta di una ricerca che verte sul dialogo, sulla comprensione attiva e possibilmente comune, certamente sulla scoperta che insorge nelle relazioni, nell’ascolto, nel recepito e non soltanto nel detto. Non è una ricerca basata – come invece avviene di solito – sull’inchiesta e sulla classificazione. Ora, questa è una prima approssimazione alla contrarietà che si evidenziava nella tua domanda. Io credo ci siano molte persone, anche non ancora impegnate – nel senso tradizionale del termine, quanto meno – che possano essere interessate o addirittura sentirsi coinvolte in una riflessione di questo tipo se la sentono in qualche misura come propria e la cominciano a scegliere, se la interpretano in prima persona. Questo, se vogliamo, è il nodo più interessante della sfida: riuscire a condividere fin dall’inizio questo percorso e le possibilità che offre. Ed è uno degli aspetti che mi preme maggiormente, assieme alla speranza che tante persone invece già impegnate ma evidentemente allo sbando, a causa dei canoni dell’impegno tradizionale, soprattutto di quello politico, possano provare a fare i conti con un approccio radicalmente diverso da quello a cui sono abituate. È in questo caso che paradossalmente pesa di più il contesto culturale a cui facevi riferimento. Dico paradossalmente perché si tratta di persone che essendo, come si dice con linguaggio corrente, avvertite dei fatti dovrebbero avere maggiore capacità di svincolarsi dal contesto culturale e invece non è così. Per loro è un sedimento profondo, è un’abitudine reiterata, è un meccanismo consolidato, non soltanto o fondamentalmente una patina superficiale anche se ingannevole, accecante, come invece a mio avviso avviene per tante persone comuni. Con queste è più facile, può essere più facile scalfire il contesto culturale che condiziona, determina, indirizza passivamente ma che, se c’è reattività, se c’è volizione, può essere infranto.
Rispetto agli interlocutori possibili non voglio dare per scontati i primi protagonisti, che in questo caso sono anche i primi ispiratori: i miei compagni e le mie compagne, la mia gente che mi ha permesso di andare alle radici di una scelta a cui probabilmente questo libro invita a pensare meglio. Quello che mi hanno insegnato, quello che mi hanno consegnato con suggerimenti e ispirazioni ritorna in maniera più compiuta sotto forma di risposte o di domande alla mia gente. Naturalmente la possibilità di toccare e di coinvolgere, addirittura di appassionare molte persone potrà essere misurata soltanto nel tempo: è una misura propria del carattere di questa ricerca e della sua stessa divulgazione, che è tutt’uno col suo sviluppo, con la sua fondazione.

Sara Morace: Nel tuo lavoro ho trovato un coraggio sfrontato unito a una prudenza pacata. Come è nata questa alchimia?

Dario Renzi: Prendo quello che dici come un augurio. Certamente questa alchimia non è stata cercata in laboratorio. Il coraggio è maturato a lungo e non deve smettere di maturare, deve continuare a maturare come un sentimento intero ed interno a questa ricerca per quello che significa e anche come una misura decisiva alla sua sperimentazione. Ed è maturato attraverso tentativi, approssimazioni, dubbi, incertezze, ripensamenti, errori poi corretti – certamente tanti altri non lo sono stati ancora –¬, avanzamenti e arretramenti, grandi slanci e momenti di crisi, entusiasmi e abbattimenti. Ci vuole coraggio per operare una scelta fondativa nuova, inedita, ma ce ne vuole altrettanto per superare antichi e apparentemente incrollabili punti di riferimento, come quelli costituti dal dogma del socialismo scientifico. Superare il marxismo senza abbandonare o dimenticare le marxiste e i marxisti per quello che ci continuano a dire, per quello che continuano a insegnarci: è questo quello che stiamo provando. Ma, in effetti, l’aspetto cruciale è il primo, è quello positivamente fondativo. Per dirla in maniera sintetica: io sono partito da un anelito umanista e socialista non da una qualche ansia iconoclasta, anzi. Poi, la messa in discussione di antiche certezze è stata una conseguenza della comprensione e della validità di nuove ipotesi. Quindi è l’aspetto affermativo e positivo che primeggia: il sentire e comprendere il bisogno e il significato universale di nuovi e più autentici fondamenti, categorie, criteri, valori, etici innanzitutto, che possono motivare l’impegno e inseparabilmente, primariamente, la ricerca di una vita migliore. È un coraggio che si verifica nella sperimentazione della vita quotidiana, nelle grandi cose non meno che nelle piccole, nei gesti, nei singoli passaggi della relazionalità, della comunanza che si vive e che si sceglie ed è inseparabilmente un coraggio che si nutre dell’umiltà. Quella che può sembrare sfrontatezza è la consapevolezza del chiedersi costantemente quale può essere la via più giusta, quindi quali possono essere nuovi fondamenti, categorie, criteri, programmi, pratiche nella ricerca del bene in chiave universale. Ma chiedersi quale può essere la via più giusta vuol dire sempre chiedersi dell’altro, chiedersi nell’altro, chiedersi per l’altro e per gli altri. Ed il coraggio è anche quello di sbagliare – perché si sbaglia, e si sbaglia anche maggiormente facendo scelte nuove – e di saper riconoscere gli errori e i limiti che li motivano, provando a correggerli insieme. La comprensione dell’errore non è mai e non può essere mai un fatto solipsistico non solo perché comprendi l’errore grazie agli altri, certe volte lo leggi nei loro occhi, anche a posteriori, ma soprattutto perché puoi correggere gli errori, puoi superare i tuoi limiti grazie agli altri e per gli altri. Sto pensando ai problemi che ci e mi pone la vita prima ancora che l’impegno, alla capacità di pensare il bene, il bene che tutti gli esseri umani cercano e che cercano insieme, in un mondo in cui la prevalenza, la reiterazione ossessiva, battente, del male rende più facile pensare ad esso e più difficile pensare, ragionare, teorizzare sul bene. Il coraggio di vivere diversamente è il presupposto per un altro tipo di impegno. Quando parliamo di coraggio parliamo del coraggio di vivere diversamente.
A proposito della prudenza pacata, questa evocativa tautologia che utilizzi, non so quanto sia vera dal punto di vista delle intenzioni, certamente lo è e deve esserlo dal punto di vista della sperimentazione: le tante prove o quanto meno gli indizi positivi che viviamo, che sperimentiamo, che godiamo con la nostra gente meritano costantemente conferme e consolidamenti perché, come dicevo, il bene non funziona e non procede meccanicamente, il bene non vive di rendita, implica scelte e scelte ulteriori, ulteriormente più complesse – ma le scelte più complesse sono in realtà poi anche le più semplici. Viceversa, le contraddizioni, le prove e gli indizi negativi, le contrarietà – che pure sono numerose, basti pensare alle tragedie della nostra gente che dobbiamo affrontare e che sono anche nostre – meritano di essere meditate e apprese, mai date per scontate: vanno capite nelle loro scaturigini e va sempre capito dove sbagliamo noi se lasciamo troppo spazio alla tragedia e non riusciamo a fronteggiarla sufficientemente. Per tutto questo ci vuole prudenza nel non sottovalutare il male e innanzitutto nel non dare mai per scontato il bene che si conquista, su cui si sta procedendo e che si sta godendo insieme agli altri.

Sara Morace: Altre teorie generali sopravvivono a se stesse, nonostante innumerevoli prove le abbiano invalidate. Tu parli di forza di inerzia…

Dario Renzi: Evidentemente se queste teorie sopravvivono, queste prove non sono state sufficienti! Ma, al di là della battuta, io credo che di nuovo il miglior punto di vista sia sempre quello della nostra gente, inteso in senso non populista né banalizzante: provare a chiedersi della credibilità e dell’utilità ideale e pratica che hanno le teorie generali per le persone comuni. I grandi edifici religiosi in questo senso mantengono una vitalità e una capacità di attrazione e mobilitazione notevole, anche se intimamente contraddittoria nei messaggi che suscitano. Come è evidente, in nome di questo o quel credo o dell’Aldilà si fa tutto e il contrario di tutto. È sintomatico come la rigidità dei dogmi religiosi, avendo comunque un carattere molto generale e fatalmente misterioso sia nelle premesse che nei possibili sviluppi, conceda interpretazioni concrete estremamente diverse a seconda delle diverse correnti che si richiamano a quel dogma o addirittura a seconda dei singoli interpreti. E questo è vero per tante fazioni del cristianesimo come per quelle dell’islam, per esempio.
Se guardiamo invece alle teorie della liberazione terrena, ci sono tre grandi considerazioni. La prima riguarda il lungo disfarsi o l’abdicare da parte delle filosofie a un compito di teorizzazione generale che avrebbe potuto dare un grande contributo. In effetti era stato ed è tuttora così per alcune scuole classiche, per quanto ci riguarda soprattutto l’epicureismo e in particolare gli sviluppi che ha vissuto in Asia Minore con Diogene di Enoanda. È successo che, salvo rare e preziose eccezioni – su tutti Hume e Feuerbach, Gianbattista Vico per tanti aspetti e Shaftesbury, che vanno studiati da questo punto di vista – c’è stato uno scadimento della filosofia in politica, largamente coincidente e culminante con l’Illuminismo francese e la rivoluzione borghese che ad esso si è ispirata. Peraltro questo scadimento è stato ulteriormente teorizzato successivamente con l’idealismo tedesco. La filosofia è venuta abbandonando l’orizzonte etico universale a favore di un approdo politico borghese che è diventato giustificazione della politica esistente, dello Stato, il cui cantore più efferato è stato Hegel, quindi non solo lasciando un vuoto terribile ma creando disastri tremendi. Sia detto per inciso, c’è qualche irregolare che sopravvive e che si riallaccia al meglio della tradizione anglosassone, soprattutto scozzese, penso a William Godwin e al suo moralismo inteso nel senso migliore del termine, che va studiato e approfondito.
La seconda considerazione concerne le teorie socialiste cosiddette utopistiche o filantropiche, che sono state risucchiate dai vortici novecenteschi e risultano non avere più seguaci. Eppure avevano un’originalità di approccio e di spirito che avrebbe potuto risultare comunque feconda. Penso a quello intorno a cui stiamo ragionando con le compagne che tengono il corso di socialismo alla Scuola internazionale di Utopia socialista, Francesca Fabeni e Valentina Giusti, e alla discussione permanente con il mio compagno ed amico Vincenzo Sommella sul fatto che bisogna lavorare per conoscere e recuperare queste correnti per i contributi migliori e per quelli meno buoni criticarle; da Saint-Simon a Fourier, da Owen a William Morris c’è tanto da ricercare prendendo atto e cercando di capire perché queste correnti che erano fortemente ispirate da un’impostazione teorico generale – peraltro assai discutibile nel merito – si sono perse nei gorghi degli ultimi secoli e in special modo del secolo passato.
La terza considerazione, che normalmente viene data per scontata e a cui tu facevi più direttamente riferimento, inerisce la penosa decadenza delle teorie che hanno prevalso all’interno del movimento operaio e popolare seppur sotto diverse forme: il socialismo scientifico statalista da un lato, quello anarchico dall’altro. Non sono per nulla identici ma hanno forti similitudini di impostazione che non possono essere sottovalutate. L’anarchismo va sicuramente studiato maggiormente, il marxismo lo abbiamo studiato molto, il che non significa smettere di studiarlo, anche se credo vadano posti dei punti fermi: personalmente sono convinto che il marxismo, o socialismo scientifico originario storico, sia finito. È finito letteralmente, nel senso che l’obbedienza a quello statuto fondativo è terminata con Trotsky, con Victor Serge, forse con C.R.L. James. Dopo di loro è iniziato qualcosa di diverso, una diaspora marxeologica di tutt’altro tipo.
Tornando agli elementi di similitudine tra queste correnti socialiste che sono andate per la maggiore, e innanzitutto soffermandoci sul socialismo scientifico, penso al lemma del materialismo storico o più precisamente del determinismo economico che ha fornito una traccia e una tragica semplificazione dal punto di vista analitico ed ideologico che ha segnato molte generazioni. Si è ritenuto di avere la formuletta per spiegare tutto, per esempio “l’esperienza determina la coscienza”: no, nella vita non funziona precisamente così. Più in profondità, penso a una visione fortemente improntata all’evoluzionismo che contribuisce ad un’antropologia meccanica, dove tutto dipende dal contesto. Contrariamente a quello che è stato detto, è un’antropologia in ultima analisi pessimistica o quanto meno fatalista.
La forza inerziale a cui faccio riferimento dipende da una concordanza tra queste idee e l’esacerbarsi della modernità; che apparentemente dà una chance formidabile a queste correnti. Sembrava che fosse possibile rispondere al mostruoso incedere del capitalismo in modo uguale e contrario. Ovvero che si potesse forzare il corso degli avvenimenti piuttosto che ispirare diversamente le protagoniste e i protagonisti. Da ciò, tra l’altro, deriva una totale sottovalutazione della dimensione etica, ulteriore se possibile, che invece per noi è un fattore centrale. L’illusione che sia possibile cambiare il mondo senza che innanzitutto le donne e gli uomini, le persone che dovrebbero essere protagoniste di questo cambiamento, si autotrasformino sopravvive o risorge a fiammate faute de mieux, ma non regge a un’analisi onesta dell’accaduto e del vissuto, del sentito e del pensato.

Sara Morace: Il primo libro presenta svariati snodi contenutistici; a tuo avviso quali sono quelli fondamentali?

Dario Renzi: In fondo questo libro è un invito a guardare con maggiore profondità ed ottimismo alle radici e all’orizzonte della nostra specie, orientando lo sguardo in modo adeguato al nostro argomento – e adeguato vuol dire dall’intimo, facendolo scaturire dal più profondo di noi, cioè uno sguardo affermativo e innanzitutto positivo e solo conseguentemente critico e negativo – e provando a scoprire le immense risorse che possediamo ma dobbiamo apprendere ad indirizzare per il meglio. Dev’essere uno sguardo audace e al tempo stesso umile, perché la nostra natura rivela un’armonia affascinante, piena di sorprese ma anche di trappole, e quindi anche incontenibile, ineffabile, mai definitivamente spiegabile. Pensiamo alla coscienza e al suo mistero: la coscienza è una sorta di fantastica presenza “a scomparsa”, c’è e non c’è, non è acchiappabile, non è quantificabile, non è allocabile, permea tutti noi stessi, eppure la sua presenza è assolutamente determinante della vita, del senso che ne abbiamo, delle prospettive che gli diamo. Questa logica dello sguardo a cui cerco di approssimarmi attraverso gli snodi fondamentali del libro ha un incipit e una perenne scansione sentimentale che lungi dall’essere banale o risolutiva è un universale sensazionale, in fondo facilmente riscontrabile in ogni rappresentazione, in ogni movenza della nostra mente, del nostro pensare e del nostro agire – pensare e agire che innanzitutto appunto è sentire. Eppure, questa priorità è costantemente negata e certamente non è facile da gestire. Allora, incipit sentimentale che merita di essere studiato ed interpretato correttamente.
Finalmente, possiamo scegliere di concentrare il nostro sguardo verso e per gli altri intorno a ciò da cui scaturisce il bene che cerchiamo in chiave universale. Anche in questo senso parlo in un capitolo della centralità etica.

Sara Morace: Come prepararsi allo studio della tua opera? Un po’ di consigli a lettrici e lettori…

Dario Renzi: In effetti sono io che mi aspetto dei consigli dalle lettrici e dai lettori... Il principale consiglio che mi sento di suggerire è, conseguentemente a quanto dicevo, di rivolgersi a se stessi, di provare a scoprirsi leggendo. Si può cercare di interpretare i fondamenti che presento in questo volume cominciando da ciascun io che rappresenta immediatamente molti tu e riguarda dei noi che si vengono conformando e di cui siamo protagonisti e protagoniste, spesso inconsapevoli, altre volte più chiaramente coscienti. Volutamente uso il termine “ciascun io” e non “ciascun sé”, che mi sembrerebbe più generico e più riduttivo. Proporsi una lettura individuale significa immediatamente proporsi una lettura anche relazionale, cioè ciascuno può leggere pensando al proprio io ma pensando ad altri io che sono costitutivi della propria personalità, ed è inseparabilmente una lettura collettiva, cioè una lettura in cui ciascuno può pensare a come dei concetti possono essere accettati o rifiutati, condivisi o contestati dalle comunanze di cui è parte costituente. Questo tipo di lettura è tutt’altra cosa da una lettura meramente individualistica o, al contrario, genericamente collettiva quindi anonima, dissolvente. Ognuno può rintracciare, oppure no, se stesso per e con gli altri in determinati concetti ed idee, in determinate analisi e proposte, in alcuni suggerimenti o ipotesi. La questione non è solo trovare degli esempi che eventualmente confermino o correggano o smentiscano le proposte che io sviluppo, ma provare a farle proprie, a svilupparle così da arricchirle con la propria riflessione. Cioè svelare, mettere all’opera la propria teoresi per ampliare, approfondire oppure stravolgere il pensiero che propongo, per inverarlo o per sbugiardarlo. Affrontare così la lettura può evitare, tra l’altro, lo spavento per la lunghezza o la complessità della trattazione.

Sara Morace: Il tuo corso di teoria generale prevede tre libri, il tuo piano di lavoro è già stabilito: che cosa ci vuoi anticipare?

Dario Renzi: È stabilito e, come tu ben sai per la profonda e intensa collaborazione che mi hai fornito, la struttura di questa ricerca non è stata una facile architettura, è venuta cambiando, si è precisata nel tempo. Credo che finalmente abbia acquisito, attraverso ripensamenti, problematizzazioni, traversie, una struttura stabile, solida e spero di riuscire a rispettarla nella trattazione, che peraltro – il titolo stesso lo dice – ha già avuto una sua sperimentazione attraverso un corso che ho tenuto alla Scuola internazionale di Utopia Socialista.
Questo primo libro è dedicato ai fondamenti e il termine merita una spiegazione: per definizione sono già costitutivi, sono le basi costitutive della teoria, la cominciano a svolgere, ma sono anche “mobili”, ovvero per statuto della ricerca che conduciamo essi stessi sono in discussione, non sono inamovibili, non sono statici. Il valore che hanno sarà misurabile nello svolgimento del corso stesso. Il secondo libro riguarderà le categorie di un umanesimo socialista, laddove proverò a definire le caratteristiche più essenziali di quelli che mi sembrano alcuni verbi fondamentali dell’umano in un’ottica autoemancipatoria. Vi si spiega, tra l’altro, perché cominciare dall’essere e inseparabilmente dal rappresentare e dall’agire, che contraddistinguono ciascun essere concreto, e non invece dall’esistere che pure è un verbo importante ma che ne consegue esattamente perché acquista il suo pieno significato soltanto se illuminato dalla coscienza, dalla rappresentazione dell’essere stesso. Sarà quindi un lungo viaggio nelle categorie, specialmente inerente quelle che io chiamo – c’è stata una lunga peregrinazione per arrivare a questo concetto, usufruendo anche di grandi lezioni di antiche saggezze – le tensioni connaturate a noi stessi, cioè quelle caratteristiche più universali e più intime che insorgono in ciascuna donna e in ciascun uomo, in ciascun essere umano, e che contraddistinguono, attraverso il farsi molto diversificato dell’esperienza, la vicenda e in qualche modo significano le potenzialità di liberazione per ciascuno di noi e per noi assieme come specie umana.
Di questi verbi uno appare specialmente problematico ed importante, anche se subordinato all’essere, rappresentare, agire e ad altri verbi, però è un tramite fondamentale: è il potere. Alla sua genesi e genealogia sarà dedicato il terzo libro, provando ad avere un approccio radicalmente differente da tante teorizzazioni tradizionali. Peraltro è un approccio che ritorna su un argomento che passa trasversalmente all’interno di tutta l’opera, e voglio citarlo a maggior ragione perché tu che mi stai intervistando ne sei e ne sei stata un’ispiratrice ed una scopritrice fondamentale: mi sto riferendo al significato che in tutta questa teoresi ha il concetto di genere primo riferito al genere femminile. Un significato polivalente fondamentale da un punto di vista ideologico, per l’idea stessa che si ha, non vaga, non dissolvente, della specie umana. Noi tendiamo a declinare: una specie, due generi. Quindi un significato ideale, prima ancora che analitico e, come vedremo, un significato etico decisivo, perché riguarda non solo la funzione effettiva ma quella potenziale – ancorché contenuta, negata, repressa, dalla sistematica reazione patriarcale e maschilista contro il genere femminile – del genere femminile; riguarda la potenzialità liberatoria autoemancipatoria, quella potenziale superiorità del genere femminile che, al contrario di qualunque perversione dialettica, non implica inferiorità da parte dell’altro genere ma può permettere una crescita molto più armoniosa, benefica, pacifica, giusta, veritiera, dell’insieme della specie, cominciando dai suoi più piccoli e più piccole rappresentanti. Ecco, la questione del genere primo sarà il fulcro su cui fa leva tutta la riflessione sul potere, questo mi sento di anticiparlo anche perché – come si vedrà fin da questo primo libro – è una questione chiave, per ragioni tra l’altro costitutive di questa ricerca. È stato Origine donna*, inteso non solo come il titolo del tuo libro ma come concetto a cui rimanda, un punto di non ritorno in questa ricerca per capire quanto andasse basata antropologicamente o antroposoficamente – come, usando un neologismo, amo dire sperando che con pazienza le mie interlocutrici e i miei interlocutori mi comprendano –: un concetto di svolta in cui appunto la visione antropologica non poteva più essere concepita nello stile ancient régime, con la solita pedante, pesante ripetizione, “gli uomini”, che comunque non è mai casuale. Dire “le donne e gli uomini”, cominciare così la storia e pensarne così i suoi possibili sviluppi cambia completamente scenario. Come si potrà vedere, da questi fondamenti e poi passando per le categorie, arriviamo alla riflessione genetica e genealogica sul potere, su alcune caratteristiche essenziali della specie stessa così come si ripropongono nella vita, nella straordinaria, anche se purtroppo tante volte drammatica, vicenda di ogni bimba e di ogni bimbo che prende posto in questa Terra. Per inciso, e finalmente, avrebbe potuto esserci un quarto libro riguardante l’etica, ma la centralità che acquista questo argomento – la quale peraltro attraversa tutta l’opera – ha una sua peculiarità che mi ha fatto preferire riservargli una trattazione autonoma. Quindi, sempre se ci riuscirò, naturalmente, ci sarà un ulteriore volume con una propria autonomia anche se si baserà molto fortemente sul sentiero già percorso attraverso questi libri.

* Cfr. Sara Morace, Origine donna, Prospettiva Edizioni, Roma 1997.
 


   libro I - Fondamenti di un umanesimo socialista di Dario Renzi

novità marzo 2010

euro 40, pp. 592
ISBN 978888022151

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