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il coraggio di Rosa Luxemburg

Nei vari articoli e saggi apparsi per i cent’anni dall’assassinio della nostra Rosa Luxemburg non mancano sollecitazioni positive oltre alle letture socio-politiche, come sempre riduttive e/o superficiali. I motivi di assonanza e le sollecitazioni più utili rintracciabili accennano, magari lasciandolo implicito, al coraggio di Rosa nell’interpretare la vita, l’impegno e l’opera che la rende una figura gigantesca del socialismo rivoluzionario. Riflessione sviluppata da diversi decenni da noi1 e alla quale, contrariamente rispetto a un certo costume invalso a sinistra, si fa riferimento in diversi testi.
Il coraggio di Rosa nasce dal suo amore intenso e non di rado bruciante per la vita nelle sue molteplici espressioni e dalla sua idealità esplicita e votata al riscatto degli ultimi e di tutta l'umanità. Rosa dava importanza alle grandi come alle piccole questioni della vita. Era capace di indignarsi e immedesimarsi per la crudeltà di un soldato verso un bufalo ed era capace di soccorrere uno scarafaggio assalito dalle formiche. Era dedita alle sue amicizie e ai suoi amori, totalmente come si consacrava alla causa del socialismo per cui ha dato la vita nel 1919 rimanendo vittima della repressione da parte della controrivoluzione tedesca. Si infiammava per le vicende di lotta di classe e per la rivoluzione, di cui esagerava la valenza ma che per lei era la vita, la capacità degli ultimi di riscattarla e di autoemanciparla. Sapeva condannare i “proletari”, come i socialisti chiamavano gli oppressi, per essersi fatti trascinare nella barbarie della guerra del 1914-'18 dall’“amor patrio” che altro non è che l’inimicizia tra le genti al servizio della spietata e immorale borghesia imperialistica. Così come, pur rappresentando solo un embrione d’alternativa, sferzava i rivoluzionari russi come Lenin e Trotsky che nel 1917 pensavano di imporre il socialismo dall’alto, ponendo il partito al posto del più ampio protagonismo della gente capace di rigenerarsi materialmente e moralmente.
Il crollo delle sinistre e il degrado ideale che accresce rende difficile da interpretare2 l’eredità di Rosa Luxemburg. Ma la sua è “un’eredità difficile” anche perché ella visse una contraddizione fondamentale tra il proprio umanesimo, implicito, e il socialismo scientifico del suo adorato maestro Karl Marx3, di cui si considerava l’allieva più fedele e trasgressiva. Marx però aveva espulso dal suo pensiero e dalla sua idea della storia umana, anche se non definitivamente, i sentimenti e l’idealità come forze motrici fondamentali affidandole in modo determinante a impersonali forze produttive e all’economia. Per questo Rosa non riuscì a teorizzare e dunque a sviluppare il proprio amore per la vita e la sua idealità. Così il suo lascito propone sollecitazioni folgoranti ma anche vuoti clamorosi che hanno contribuito a spingerci, direttamente e indirettamente e ormai da diversi decenni, verso una fondazione umanista socialista d’assieme. Per essere degni del coraggio di questa nostra maestra nella ricerca per essere interamente se stessa, in una vita degna di essere vissuta.

1. Dario Renzi-Anna Bisceglie, Rosa Luxemburg, Prospettiva edizioni, Roma, 2006

2. Sergio Dalmasso, La donna chiamata rivoluzione, Redpress, Roma, 2018

3. Dario Renzi, Irrisolvibili del socialismo scientifico, in Dario Renzi-Anna Bisceglie, op.cit,

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