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Gerusalemme

Trump dà fuoco alle polveri

Con un discorso di forte impatto simbolico, il presidente Trump ha preannunciato il trasferimento dell’ambasciata degli Stati uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, allineandosi alla linea storica di Israele che definisce quest’ultima capitale dello Stato sionista. Se per l’attuazione di tali intenzioni potrà passare del tempo, il gesto ha già immediate e drammatiche conseguenze. Le sue dichiarazioni sono state accolte con giubilo dal governo Netanyahu, con disappunto dalle Nazioni unite e da quasi ogni altro governo nel mondo, con rabbia e frustrazione dalle direzioni politiche palestinesi. Perfino la società israeliana è attraversata dalla preoccupazione per la gravità della posizione assunta dalla Casa Bianca, mentre quella palestinese scende ancora una volta nelle piazze, scontrandosi con una feroce repressione da parte dello Stato di Israele. Dopo i primi giorni di proteste - a cui si associano quelle di tanti profughi palestinesi della diaspora in giro per il mondo - si parla di oltre 1600 feriti fra la popolazione e almeno due palestinesi uccisi.
Il presidente degli Stati uniti sancisce così, anche formalmente, quanto accade ogni giorno in politica e nei rapporti tra Stati cioè che la brutalità e la forza militare sono il fondamento di ogni diritto. Infatti, Gerusalemme è territorio occupato: sin dalla fondazione di Israele per quanto riguarda i suoi quartieri occidentali e dal 1967 nel caso di Gerusalemme est, come perfino l’Onu riconosce in decine di risoluzioni.
Dal Palazzo di vetro all’Eliseo viene rispolverato il logoro discorso sul “processo di pace” – vecchio ormai un quarto di secolo – e l’improbabile formula di “due popoli, due Stati”. Proprio come Trump (che infatti dichiara paradossalmente di voler proseguire l’impegno americano “per la pace”) costoro nascondono una verità duramente appresa dal popolo palestinese sulla propria pelle: non sarà una formula politica a sanare l’ingiustizia storica da esso subita, né a garantire la pace per le popolazioni di diversi credo, cultura e provenienza che vivono in Terra santa. Urge perlustrare nuove strade, per quanto impervie esse possano essere; urgono soluzioni umane di pacificazione tra le persone e tra le comunità. Purtroppo, la mossa di Trump va nella direzione opposta.

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