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“Colpevoli” di voler essere libere

Nella sola giornata di mercoledì 3 agosto due donne sono state uccise, colpite dall’odio di coloro da cui invece si sarebbero aspettate affetto, cura, comprensione e rispetto. Una contabilità quotidiana di donne assassinate che purtroppo non è una novità, visto che nei primi sette mesi del 2016 le vittime ammontano già a 76.
Vania, 46 anni, abitava a Lucca ed è stata uccisa dall’uomo che aveva scelto di lasciare e che l’ha cosparsa di benzina e dato fuoco.
Rosaria, 59 anni, invece abitava a Caserta e la sua “colpa” è stata quella di aver rifiutato di dormire all’aperto e di aver voltato le spalle al suo compagno che, trasformatosi nel suo aguzzino, l’ha colpita con 12 coltellate.
Storie differenti di donne diverse ma accomunate dallo stesso desiderio di essere più libere scegliendo di rompere un rapporto considerato non più soddisfacente o anche solo decidendo in autonomia singoli aspetti dell’esistenza: anche di queste espressioni minute è fatta la ricerca di emersione delle donne che investe in modo differenziato il pianeta e che tanto suscita la reazione rabbiosa, violenta e omicida di maschi frustrati, impauriti di perdere il dominio su di esse.
Il patriarcato in crisi che, nella sua brutale efferatezza, si sente legittimato dal diffondersi più generale delle logiche belliche e mortifere non può trovare un argine effettivo negli Stati e nelle sue emanazioni perché questi ne sono profondamente intrisi, al di là delle lacrime di coccodrillo di figure istituzionale che puntualmente – ed anche in questo caso – intervengono per riprovare questi omicidi. Ne è una prova il fatto che molte donne sono state uccise dopo aver ripetutamente denunciato il comportamento violento del proprio aggressore, lasciato dalle forze dell’ordine libero di continuare le sue molestie; oppure il tono di biasimo o di commiserazione che esponenti di queste stesse forze riservano a quelle donne che non hanno avuto modo di segnalare tali comportamenti, considerate troppo deboli, impaurite e in fin dei conti quasi responsabili della propria uccisione.
Quindi più che affidarla agli Stati, la difesa della vita delle donne va riposta in una più attenta e attiva reciprocità, in un più profondo senso di vicinanza, in una più seria considerazione del valore unico della vita di ciascuna, da parte delle donne stesse e di quegli uomini che anche in questo modo vogliano cambiare e dare un senso positivo alla propria esistenza.

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