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sanguinaria provocazione saudita:
a chi giova?

L’Arabia Saudita ha giustiziato 47 persone accusate di terrorismo, tra cui l’imam sciita Nimr al Nimr, una delle principali personalità di riferimento della minoranza sciita che conta due milioni di fedeli, circa il 10% della popolazione totale, concentrati soprattutto nelle province orientali. L’accusa di terrorismo è un pretesto: l’imam è stato punto di riferimento della minoranza sciita le cui proteste – contro la repressione e le discriminazioni a cui è soggetta da parte del regime – nel 2011 e 2012 hanno infiammato le province orientali in parallelo e in collegamento con le rivoluzioni arabe. La dittatura dei Saud – totalitaria e fascistoide, teocratica di fede wahabita (una variante ultrareazionaria e iperpatriarcale dell’Islam sunnita) – si è voluta così liberare di un oppositore specialmente scomodo, ancor più pericoloso in quanto molto popolare tra i giovani e perché le sue posizioni tendevano a travalicare i confini della mera divisione settaria tra sciiti e sunniti. Lo testimonia lo schieramento di al Nimr nel 2012 sia contro la dinastia sunnita Saud che contro il sanguinario dittatore siriano Assad, di fede sciita.

Ma le esecuzioni non rispondono solo a fini interni: sono soprattutto un messaggio e una provocazione internazionali. Infatti, il regime vuole così – col sangue – ribadire il proprio ruolo nella zona ergendosi a campione del mondo sunnita contro la potenza emergente dell’Iran, paese a maggioranza sciita. La provocazione è una sfida contro l’Iran e contro le popolazioni sciite. Fermo restando il carattere reazionario del regime di Teheran, è proprio l’Iran il principale e quasi unico Stato della zona realmente impegnato sul campo contro l’Isis, seppure sappiamo che il ruolo decisivo è stato sinora giocato dalle milizie e dalle resistenze curde e popolari. Così facendo, Riad per fini puramente politici, economici e di potenza regionale soffia cinicamente e ipocritamente sul fuoco della Fitna – la divisione tra sunniti e sciiti, così lacerante nella zona mediorientale – di cui l’Isis tanto approfitta. Il regime saudita sinora ha già fornito sottobanco appoggio all’Isis e a formazioni jihadiste reazionarie in chiave antisciita e antiraniana, oggi il suo ruolo acquista connotati sempre più nefasti: proprio mentre l’Isis viene sconfitta a Ramadi e attaccata su più versanti, l’Arabia Saudita lancia la sua provocazione il cui effetto sarà quello di fomentare la Fitna, favorire l’Isis e ostacolare la lotta contro il mostro neonazista di al Baghdadi.

Le potenze democratiche che hanno sinora accolto nei salotti buoni i dittatori sauditi, associati persino nelle “alleanze antiterroriste”, oggi “scoprono” alcune loro malefatte. Malcelano l’imbarazzo e palesano la crisi e l’impotenza politica. Su tutti vale l’esempio della Casa Bianca che da 70 anni ha nei sauditi i propri alleati nella zona: di fronte alle esecuzioni il Dipartimento di Stato non ha saputo far altro che chiamare il regime di Riad a “rispettare e proteggere i diritti umani” (sic!).

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