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Ferguson un anno dopo

A un anno dalla morte di Michael Brown le mobilitazioni di Ferguson e le uccisioni di altri afroamericani da parte di poliziotti (solo negli ultimi giorni sono stati uccisi Andrew Green, 15 anni, a Indianapolis e Christian Taylor, 19 anni, ad Arlington) mostrano cose che non sono cambiate se non in peggio ma anche risorse umane positive che s’intravedono.
Ogni nove giorni un agente di polizia uccide un afroamericano, quasi sempre disarmato e inoffensivo e quasi mai i colpevoli vengono incriminati. Malgrado le mobilitazioni che si sono susseguite, il clamore mediatico, le prese di posizione ufficiali della Casa Bianca e le telecamere indossate obbligatoriamente dagli agenti, i vari corpi di polizia hanno continuato a picchiare e uccidere.  A conferma del razzismo intrinseco delle istituzioni repressive e della logica di uccidibilità su cui si basano (le due cose si alimentano reciprocamente), ulteriore repressione se non direttamente lo stato d’assedio sono stati la risposta normale alle proteste da parte delle comunità afroamericane e di tanti antirazzisti di ogni etnia assieme a loro.
Al tempo stesso le centinaia di migliaia di persone che si stanno mobilitando da una anno a questa parte, nella stragrande maggioranza dei casi in modo pacifico, esprimono un nuovo protagonismo: lo si è visto nei quartieri a maggioranza nera ma anche nei campus, nelle comunità religiose storicamente impegnate contro il razzismo e nella gioventù multietnica che aveva creduto al Yes we can di Obama. Questi protagonisti indicano, per lo più implicitamente, l’esigenza di ridefinire la convivenza umana: perché “le vite dei neri sono importanti”, perché la vita e la dignità di ogni essere umano hanno valore ma sono minacciate costantemente. Perciò vanno affermate e difese in prima persona e assieme per migliorare la vita di tutti e ciascuno senza nessuna delega alle istituzioni oppressive. Negli States, in Italia, ovunque.

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al 2 dicembre 2019


 

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