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sorellanza2019


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Stati e terroristi continuano a uccidere

ma non si ferma l’impegno per la vita
dei popoli arabi

Egitto. Una grande manifestazione si è tenuta ieri in piazza Tahrir nel segno di uno degli aspetti più significativi delle giornate rivoluzionarie, l’unione e la fratellanza tra le persone di diversi credo religiosi, in risposta alle violenze e ai morti dei recenti scontri tra musulmani e cristiani. In piazza c’erano anche molte bandiere palestinesi, espressione di vicinanza con questo popolo in occasione del 63° anniversario della Nakba (catastrofe), la pulizia etnica su cui poggia la nascita dello Stato di Israele.
Continua l’ondata rivoluzionaria di cui l’agorà di piazza Tahrir è stata avanguardia ed epicentro, complicandosi nonostante la feroce reazione delle dinastie al potere. Nella Siria isolata dalla censura, le mobilitazioni popolari non si fermano e anzi celebrano il “venerdì della libertà” mentre il regime invia carri armati a bombardare una ad una le città, facendo strage di civili inermi senza riuscire a soffocare la rivolta. In Yemen, fallito il tentativo di corrompere le radicali aspirazioni di cambiamento attraverso una operazione politica e alcuni cambi di facciata, il regime ha ripreso a sparare: mercoledì 11 a Sanaa un corteo di giovani è stato preso a fucilate, le vittime sono state una decina.

Un gravissimo attentato a Shabqadar, in Pakistan, ha causato la morte di  87 persone ed il ferimento di oltre un centinaio, in maggioranza cadetti della polizia di frontiera in attesa alla fermata dell’autobus ma anche civili. L’ennesima strage, pianificata nel dettaglio per causare il più alto numero di vittime, è stata rivendicata da Tehrik-e-Taliban come vendetta per l’esecuzione di Bin Laden. Politicamente, l’accaduto si inscrive nei rapporti sempre più tesi tra alleati reciprocamente diffidenti (USA e Pakistan); umanamente, è l’espressione della crescente uccidibilità di poteri negativi concorrenti tra loro e convergenti contro la vita quali sono tutti gli Stati e tutti i terrorismi.
 

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la guerra della NATO contro i profughi

Un’inchiesta del quotidiano britannico the Guardian ha svelato la tragica vicenda e le infami responsabilità per la sorte di 72 profughi (in maggioranza provenienti dal Corno d’Africa), salpati su un’imbarcazione da Tripoli lo scorso 25 marzo: avvistati da mezzi militari della NATO, sono stati lasciati andare alla deriva nelle acque del Mediterraneo per 16 giorni. Tra loro, 63 hanno perso la vita, comprese donne, bambini e neonati. Due tra le vittime sono morte nelle galere di Gheddafi, dopo che il barcone si è arenato sulle coste libiche.
L’allarme era stato lanciato in tempo; i pochi sopravvissuti hanno testimoniato sia di un elicottero militare – che li ha riforniti di acqua e biscotti comunicando loro di attendere – che di una nave da guerra che li ha abbandonati al loro destino.
È ora in corso un ignobile rimpallo di responsabilità tra le guardie costiere e le navi da guerra dei diversi paesi, impegnati in una guerra che secondo la vulgata demo-ipocrita avrebbe come obbiettivo quello di proteggere le vite dei civili. Niente di più lontano dalle priorità di morte che caratterizzano tanto la coalizione quanto le truppe del raìs asserragliato a Tripoli.
Di fronte ad una tale tragedia ed al cinismo che l’ha resa possibile, merita evidenziare quanto accaduto al contrario a Lampedusa nella notte tra sabato 7 e domenica 8 maggio. 528 vite umane (tra cui 24 donne incinte e numerosi bambini) sono state tratte in salvo da un battello incagliato sugli scogli a poca distanza dal porto grazie alla pronta reazione di tante persone comuni. Volontari di associazioni umanitarie e residenti, giornalisti e guardie si sono dati da fare lanciando cime e tuffandosi in mare, portando cibo e approntando un primo soccorso: hanno messo al centro la difesa della vita di altri esseri umani, hanno dimostrato cosa può la solidarietà umana.
Epiloghi opposti per due vicende analoghe: da un lato istituzioni statali che rappresentano un pericolo crescente per l’umanità e la vita, in guerra e nella quotidianità; dall’altro un gesto di generosità che ci ricorda la possibilità per ciascuno di scegliere di difendere e migliorare insieme l’esistenza, di coltivare la solidarietà e l’accoglienza.
 

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sciopero della CGIL del 6 maggio

rilanciare il protagonismo diretto

L’adesione allo sciopero secondo le fonti Cgil è stata del 58%; 130 le piazze dove si sono organizzate le manifestazioni. Dagli interventi dei leader della Cgil – la Camusso a Napoli e Landini a Reggio Emilia - si evince la soddisfazione dei vertici sindacali per la partecipazione alla giornata “di lotta”, combinata all’appello a continuare “la battaglia per il lavoro, i diritti, la democrazia”. In realtà uno degli obiettivi della Cgil era finalizzare lo sciopero al sostegno dei candidati di sinistra alle elezioni amministrative e infatti non è mancato il richiamo a questo appuntamento come ha fatto la Camusso a Napoli: “da queste elezioni amministrative deve giungere un segnale che cambiare si può: questo governo non ce lo meritiamo, ci considera sudditi…”. Naturalmente, non sono mancati gli attacchi allo sciopero da parte del governo: Sacconi ha parlato di fallimento, mentre Brunetta ha parlato di sciopero allunga week-end, mentre Cisl e Uil hanno parlato di “sciopero con scarsissima adesione che indebolisce il ruolo del sindacato”.

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continua l’ondata rivoluzionaria

con i popoli, per la vita
contro gli Stati e il terrorismo

Ieri è stato un altro venerdì di mobilitazioni in oltre 50 località della Siria. Dalle città curde dell’interno a quelle druse del sud, ovunque la popolazione manifesta con coraggio al fianco dei giovani di Dera’a, da dove tutto è partito. Da una settimana questa città è posta sotto assedio: l’esercito ne controlla ogni accesso isolandola dal resto del Paese. La frattura tra la popolazione ed il regime si va approfondendo; tanto le concessioni tardive che la feroce repressione – i morti ormai si contano a centinaia, anche ieri l’esercito ha sparato tra la folla – non placano la ricerca di libertà e l’afflato unitario così significativo. Più contenute che altrove, ma significative, vi sono state manifestazioni anche a Damasco, dove il regime e le forze repressive sono più forti.

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 Tornado nel sud degli USA, centinaia di vittime

Eventi naturali ed esposizione umana, anche nel cuore del sistema

 
Una devastante serie di tornado investe in questi giorni gli USA. Sono oggi già più di trecento le vittime, migliaia i dispersi, nella tragedia che colpisce persone e comunità residenti in ventuno Stati centro-meridionali, dall’Alabama, il più colpito, fino ad Oklahoma, Georgia, Virginia. La più colpita è la cittadina di Tuscaloosa, in Alabama, in cui la strada centrale ed alcuni quartieri sono stati spazzati via.

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