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Siria: il coraggio dei rivoluzionari, la ferocia degli oppressori

Dalla Siria le notizie giungono frammentarie ed eloquenti. La rivolta in corso da 6 mesi si trasforma in rivoluzione mentre deve fronteggiare quella che ormai è una vera e propria guerra controrivoluzionaria scatenata dal regime baath. Hama è diventata il nuovo epicentro dell'ascesa, che si approfondisce e radica ulteriormente a Homs e Dera'a, Deri Zor e Latakie, Kamishli e Damasco, e a un elenco sempre più lungo di centri abitati, piccoli, intermedi o grandi, ad est ed ovest, nord e sud. Ieri 31 luglio questi centri ed in particolare Hama hanno subito una vera e propria operazione militare, con carri armati e colpi di mortaio, che hanno provocato centinaia di morti ed un numero infinito di feriti.
Nelle strade e nei luoghi di culto di questi centri vanno oggi in scena i frutti di 6 mesi di mobilitazioni straordinarie per il coraggio e la determinazione delle loro protagoniste e dei loro protagonisti, per la consapevolezza che dimostrano del minimo che ormai possono accettare, per la tenace continuità dell'impegno per ottenerlo ma anche per la qualità di tale impegno, vista la loro capacità di conquistare il consenso e di coinvolgere settori sempre più ampli e variegati di società. Una capacità spiegabile solo con una scelta convinta e convincente, che esprime esigenze e aspirazioni comuni a donne e uomini da moltissimo tempo divisi da contraddizioni storiche e da un regime che da decenni le manipola facendo di ciò uno dei fondamentali pilastri del proprio potere, insieme alla repressione sempre puntuale e feroce di qualsiasi istanza di libertà e vita dignitosa, che in queste settimane ha compiuto un salto di qualità.
Il regime di Damasco ha a lungo avuto una solida base sociale che ora  si sta manifestamente erodendo, spingendolo a  ricorrere ad aerei e carri armati, non riuscendo finora ad impedire la crescita del processo.
Sei mesi dopo l'inizio della rivolta a Dera'a, mentre comincia il ramadan, si è ormai giunti oltre il punto di non ritorno; l'alternativa è tra la caduta del regime che tenacemente chiedono centinaia di migliaia di donne e uomini o il pieno dispiegarsi di una orribile e sanguinosa guerra controrivoluzionaria già in corso. E che avrebbe già mietuto molto più delle circa 2000 vittime censite finora non fosse per la decisa scelta delle protagoniste e dei protagonisti dell'ascesa a non scendere sul piano di chi li tratta da nemici - quello bellico -, per quella che sembra essere una consapevole opzione pacifista combinata alla capacità di organizzare l'autodifesa, ispirandosi in questo a Piazza Tahrir e al tempo stesso andando oltre, anche in considerazione del mostro da fronteggiare.  
Tutto ciò è in profondo contrasto con il clamoroso e vergognoso isolamento di cui soffrono e di cui sanno, al punto di avere dedicato le mobilitazioni di venerdì scorso al tema “Il vostro silenzio ci uccide!”, rivolgendosi al mondo intero e denunciando le complicità aperte o ipocrite di cui gode il regime di Assad a Teheran e Washington, Pechino e Bruxelles, Tel Aviv e Riad, ma anche da parte di Hezbollah nonché di diversi settori ed ambiti che si dichiarano antagonisti al sistema.
Di fronte a quanto sta succedendo emerge con forza la cinica convergenza di tutti gli oppressori e urge il nostro schieramento solidale ed attivo con i protagonisti e le vittime siriane. Questo è quanto abbiamo scelto di suscitare e promuovere lanciando un appello in questo senso e impegnandoci per realizzarlo, con l'emozione e la determinazione che ci ispirano le nostre sorelle e i nostri fratelli siriani e di tutta quell'area che da sette mesi hanno riaperto e stanno allargando gli orizzonti della nostra comune storia.

1 agosto h.18

 


Solidarietà con la rivoluzione siriana!
Basta repressione!
Via subito il regime di Assad!

 

 

 

 

1 agosto 2011 h.18

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Norvegia, più di 90 i morti per il duplice attentato

solidarietà con le vittime

no al terrorismo assassino

Due attentati gravissimi hanno sconvolto ieri il paese scandinavo. Una violenta esplosione ha causato almeno 7 vittime in pieno centro, nelle vicinanze dell’ufficio del primo ministro. Poco dopo, un campeggio di giovani laburisti è stato assaltato (sembrerebbe da un uomo solo). Sparando all’impazzata, ha provocato una carneficina: la polizia dichiara che i morti, in giovanissima età, sono almeno 84.
Esprimiamo la nostra più profonda solidarietà e vicinanza alle vittime innocenti e ai loro cari, denunciamo fermamente questa orribile strage.

La polizia ha arrestato un uomo di nazionalità norvegese, appartenente alla destra xenofoba; la dinamica ed i retroscena sono però ancora oscuri. Non sappiamo molto di chi e perché ha strappato la vita a così tanti esseri umani; non lo sappiamo anche perché il terrorismo, nella sua violenza omicida, si somiglia tutto sempre di più, a prescindere dalle sue motivazioni ideologiche che sceglie. Esso si scaglia contro la vita e contro l’intento dei popoli e delle persone di difenderla e preservarla, contro il protagonismo diffuso e la ricerca di miglioramento in prima persona.

È possibile vincere il terrorismo, ma non è possibile farlo affidandosi alla tutela statale. Entrambi condividono una stessa logica, di cui le guerre e gli attentati sono le espressioni più atroci; quella logica di sacrificabilità di vite umane per i propri scopi, quell’uccidibilità che pervade tutti i poteri oppressivi nella loro sanguinosa decadenza.
Per battere il terrorismo occorre sviluppare il protagonismo indipendente e la lotta solidale, facendosi ispirare dal coraggio e dall’iniziativa di milioni di persone che in questi mesi hanno cominciato a cambiare la propria vita: quell’ondata rivoluzionaria nel mondo arabo tutt’ora in corso  (ancora ieri in Siria vi sono state mobilitazioni moltitudinarie e criminale repressione) che segna un punto di svolta e di speranza per l’umanità intera.

23/7/2011 h. 10.25

 

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la rivolta in Siria continua a crescere

la Siria chiama solidarietà

In Siria da mesi la coraggiosa rivolta di donne ed uomini ed adolescenti sfida uno dei più odiosi regimi - quello di Bashar Al Assad - lottando per la dignità e la libertà.
La rivolta in Siria è nata dentro l’ondata della rivoluzione araba che comincia, prima in Tunisia, poi con caratteristiche qualitative in Egitto, e in numerosi altri paesi.
Città dopo città, in Siria le popolazioni insorgono; venerdì 15 luglio e nei giorni successivi si sono svolte le più grosse mobilitazioni dall'inizio della rivolta.
In 4 mesi sono andati crescendo il numero di centri urbani e di paesi coinvolti, la loro consapevolezza e la loro determinazione, nonostante una repressione feroce ed indiscriminata, con armi da guerra e torture.
I paesi democratici, l’intero sistema politico democratico, tace o balbetta parole ipocrite, perché teme più di ogni cosa l’autodeterminazione delle popolazioni. Se anche il regime siriano cade per volontà popolare le conseguenze per i potenti della terra saranno evidenti.
Sappiamo poco delle caratteristiche più intime del processo siriano ma sono già numerose e chiare le espressioni e prove della determinazione, della crescente coesione ed unità dei suoi protagonisti. La gente comune sceglie, con grande coraggio, una via pacifica e pacificatrice pagandolo a caro prezzo. La rivolta, malgrado le manovre del regime, unisce etnie e popolazioni siriane diverse, credi religiosi di varia natura, collega città ed esperienze di autodeterminazione. In questa rivolta le donne, i giovani e persino i bimbi svolgono un ruolo cruciale cosa che dimostra che la posta in gioco è la vivibilità. Un salto di qualità c'è già stato e avrà sviluppi rilevanti. Difficilmente si tornerà indietro.
Da mesi siamo impegnati a fianco dei popoli arabi. Oggi più che mai pensiamo che sia necessario sollecitare la popolazione in Italia, la gente solidale, le persone variamente impegnate per il cambiamento affinché abbandonino la distrazione e la passività verso gli avvenimenti siriani che hanno adottato tutte le forze politiche.
La rivoluzione araba ha già avuto conseguenze importanti per il mondo. I destini della rivolta siriana sono una sfida di dignità e libertà. Sono una possibilità di far crescere anche per noi il senso e quindi il protagonismo per una vita migliore.

Fermiamo il massacro!
Via Assad ed il suo regime criminale!
Libertà per il popolo siriano!

 

 

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dopo 4 mesi e malgrado una repressione feroce

la rivolta cresce ancora in Siria

Sta succedendo qualcosa di importante in Siria. Ieri venerdì 15 luglio si sono svolte le più grosse mobilitazioni dall'inizio della rivolta. Ancora una volta erano più di centomila a Hama, nuovo epicentro della rivolta dopo Dera'a dove iniziò e continua, ma erano diverse migliaia anche a Damasco, di nuovo e ormai stabilmente, nel cuore stesso del regime baathista.
In 4 mesi sono andati crescendo il numero di centri urbani e di paesi coinvolti e sopratutto di protagoniste e di protagonisti, la loro consapevolezza e la loro determinazione, nonostante una repressione feroce ed indiscriminata, che ha provocato la morte di oltre 1600 persone, di cui molti bimbi e bimbe, oltre 15 mila arresti, decine di migliaia di feriti e di profughi, in particolare verso il Libano e la Turchia.
Sappiamo poco delle caratteristiche più intime del processo siriano ma sono già numerose e chiare le espressioni e prove della determinazione, della crescente coesione ed unità dei suoi protagonisti, al di là delle loro differenze di religione e di confessione, di nazionalità e di lingua – in un'area ed un paese dove hanno sempre avuto un peso determinante – della loro capacità di trasmettere coraggio e di suscitare il coinvolgimento di sempre più siriane e siriani, in aree sempre più vaste del paese.
Anche nei giorni più caldi ed esaltanti di Piazza Tahrir la Siria era la realtà dove meno era facile prevedere una diffusione dell'ondata rivoluzionaria, per tanti motivi, su cui spiccano la natura del regime baathista al potere a Damasco da oltre 4 decenni,  la sua solidità non solo apparente e senza paragoni nel resto del mondo arabo, lo spessore granitico del terrore che esercitava sull'intera società. Pochi regimi dell'area, forse nessuno a parte quelli iraniano e turco, avrebbero retto da soli di fronte a quanto sta succedendo da 4 mesi in Siria. Non è ancora detto che il regime di Assad cadrà, come chiedono con forza gli eroi di Dera'a, Hama, Homs e di un'infinità di luoghi ormai, comprese Damasco e Aleppo. Ma un salto di qualità c'è già stato e avrà sviluppi rilevanti; tutto ciò si iscrive nell'ambito dell'ondata rivoluzionaria e la sostanzia ulteriormente, avendo al tempo stesso dei tratti speciali da seguire ed interpretare. Le prossime settimane ci daranno altri rilevanti motivi di schieramento e di iniziativa a fianco delle nostre sorelle e dei nostri fratelli siriani. Grazie a loro qualcosa è cambiato e sta irreversibilmente cambiando, e ci riguarda tanto.  
 

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 Egitto, Siria

 “la nostra rivoluzione continua”

Egitto. Un avviso al mondo, più che una sfida: la scritta campeggiava su uno striscione aperto ieri in una piazza Tahrir di nuovo gremita: centinaia di migliaia di persone hanno manifestato al Cairo, ma anche a Suez e Alessandria, esprimendo così la vitalità dell’ondata rivoluzionaria. La caduta di Mubarak non basta, milioni di egiziani riflettono e si mobilitano per un cambiamento autentico e profondo che per ora è cominciato soprattutto nei loro cuori, nella capacità di superare la paura e di nutrire, unendosi, i propri desideri di una vita migliore. Dieci giorni fa era scesa per le strade un’avanguardia, costretta dalla repressione ad una battaglia di sedici ore che ha causato un migliaio di feriti. Ieri sono tornati in tanti, qualcuno anche allestendo un piccolo accampamento di tende, denunciando la continuità del regime, tuttora nelle mani dei vertici militari e dell’attuale capo di stato provvisorio Tantawi. Denuncia più che motivata: da febbraio quasi 10 mila protagonisti delle giornate rivoluzionarie sono stati incarcerati o in attesa di essere giudicati da un tribunale militare (per la legge d’emergenza in vigore da trent’anni) mentre poliziotti e ufficiali responsabili delle centinaia di uccisioni di manifestanti compiute tra gennaio e febbraio vengono scarcerati; finora un solo militare è stato condannato a morte (in contumacia) per i più di 800 morti provocati dalla repressione.
Siria. Ieri è stato il diciassettesimo venerdì di mobilitazione, il venerdì del “no al dialogo con il regime di Bashar Assad”: non si dialoga con i carri armati per le strade, con i cecchini e le forze repressive che anche in questa giornata hanno mietuto vittime, almeno una quindicina nel paese. Un rifiuto sottolineato da manifestazioni grandi e partecipate, centinaia di migliaia di persone ad Homs, Hama, Dara’a, una volontà espressa chiaramente negli slogan “il popolo vuole che il regime cada”. Segnali chiari di indisponibilità a imbrogli e cambiamenti di facciata. Le strade di Hama, già teatro di una repressione ferocissima trent’anni fa, sono presidiate dai carri armati, nella città manca l’acqua e l’energia elettrica. In questo contesto risalta la determinazione e la radicalità dei tanti che sono scesi di nuovo in piazza.

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