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Autodeterminazione per il popolo libico

Via subito Gheddafi

Basta con l’intervento NATO

Sembra ormai prossima la fine del regime di Gheddafi. Tripoli è in gran parte in mano alle forze dell’opposizione, buona parte delle truppe si sono arrese senza combattere mentre si sono moltiplicate le defezioni nelle fila del regime e tanta gente è scesa in piazza a festeggiare. Sono possibili colpi di coda sanguinosi ma la caduta del raìs sembrerebbe inevitabile. È la fine di un regime tremendamente oppressivo nei confronti della popolazione libica, responsabile di numerose stragi di oppositori, impastato di terrore e tortura e al tempo stesso, al di là di momenti di retorica antiimperialista e di frizioni del passato, saldamente alleato con il sistema democratico e con lo Stato italiano in particolare. Lo si è visto in decenni di affari miliardari che hanno coinvolto diversi governi italiani e tanta parte dei gruppi imprenditoriali nostrani così come negli accordi contro l’immigrazione. La polizia di Gheddafi, con le persecuzioni, le violenze e gli stupri, ha fatto lo “sporco lavoro” contro le donne e gli uomini provenienti dall’Africa nera che il governo Berlusconi (e prima quello Prodi) le ha appaltato.
Cade un dittatore sanguinario ma la popolazione libica ha di fronte a sé pericoli molto grandi e prospettive complicate.
L’inizio dell’ondata rivoluzionaria con la caduta di Ben Alì inTunisia e di Mubarak in Egitto aveva dato fiducia a un parte del popolo libico che a febbraio ha cominciato una rivolta. Questa iniziale autoattività popolare conteneva una speranza di liberazione ma è stata prima pesantemente condizionata e poi soffocata dal convergere di diverse forze oppressive. La repressione del regime è stata da subito spietata e assassina ma altri esempi, come quello di Piazza Tahrir in Egitto o come quello attuale della rivoluzione siriana, ci dicono che la spirale della guerra civile non era inevitabile. La ribellione militare di settori dell’esercito, soprattutto in Cirenaica, e il passaggio di uomini del regime dalla parte dei ribelli hanno indebolito il potere di Gheddafi ma hanno anche favorito che s’imponesse il terreno bellico, per sua natura propizio agli oppressori e nefasto per i popoli. Su questo ha fatto leva l’intervento armato delle potenze occidentali. Il suo senso è stato quello di cercare di riaffermare il proprio dominio verso milioni di donne e uomini che hanno appena dato il via a un’ondata rivoluzionaria straordinaria per diffusione e simultaneità. Stanno cercando di puntellare assetti oppressivi, di cui i Mubarak e i Gheddafi erano tasselli importanti e che sono squassati dall’insorgere per la dignità e la libertà di una parte significativa dell’umanità che vive nel Nord Africa e nel Medio Oriente.
Sono intervenuti per ricacciare indietro quel processo di autodeterminazione che ha preso le mosse da diversi mesi e che ha iniziato a cambiare la situazione planetaria. Hanno iniziato una strana guerra (fatta pure di pause, di trattative e patteggiamenti segreti) contro il loro ex-alleato anche perché questo non era più in grado di “mantenere l’ordine”. Sostengono il Consiglio Nazionale di Transizione di Benghasi, diretto da ex-uomini di Gheddafi che si sono riciclati con l’opposizione, perché ha dato garanzie di assumersi i compiti che prima erano del raìs nell’oppressione dei popoli, nella caccia agli immigrati, nello sfruttamento delle risorse energetiche.
La libertà, la pace, il miglioramento delle condizioni di vita per chi vive in Libia possono affermarsi se riprende un percorso di autodeterminazione autentica, dal basso, che ha di fronte come nemici non solo i residui del regime di Gheddafi, ma anche le potenze occidentali che, assieme ai leader di Benghasi, vogliono avere il controllo della situazione. Il ritiro immediato delle truppe Nato è una condizione elementare per l’autodeterminazione della popolazione libica. Bisogna ridare forza e voce alla solidarietà con chi lotta per la libertà così come all’accoglienza per chi fugge dalla guerra e dalla miseria. È importante per chi spera in un cambiamento positivo a Tripoli, ancor di più per chi sta dando vita a una rivoluzione coraggiosa in Siria. È fondamentale qua per alimentare un’alternativa benefica fuori dagli inganni della politica.
 
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Solidarietà ad Emergency  per l’ immediata liberazione di Francesco Azzarà 

Francesco Azzarà, un operatore di Emergency è stato rapito da uomini armati il 14 agosto a Nyala, in Darfour (Sudan), laddove prestava la sua coraggiosa opera di cura alla gente di questa terra sofferente, nell’ospedale pediatrico locale dell’associazione  umanitaria . Non sono chiare, a tutt’ora le motivazioni del rapimento e secondo quanto affermato da Rossella Miccio coordinatrice dell’ufficio umanitario dell’associazione, i rapitori non hanno preso nessun contatto diretto con loro. Esprimiamo la nostra piena solidarietà a Francesco Azzarà, ai suoi cari e ad Emergency affinché Francesco venga liberato immediatamente. Purtroppo la solidarietà umana  di questi tempi è sempre più attaccata, in questo caso da un gruppo non ancora identificato, più spesso da bande paramilitari o statali come dimostra la tragica vicenda di Freedom Flotilla dell’anno scorso. Perciò ci auguriamo che si sviluppi la maggior solidarietà possibile per la liberazione di Francesco Azzarà che veda il protagonismo di tutte le associazioni solidali, di volontariato, religiose, politiche e sindacali. Da questo punto di vista non condividiamo il silenzio stampa richiesto da Emergency e l’esclusivo affidarsi a canali istituzionali e statali che sono - direttamente o indirettamente - i primi responsabili della guerra e delle miserie che attraversano il mondo e che cercano di sottomettere ed irreggimentare  le più autentiche spinte umane alla solidarietà. 
 
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Solidarietà con il popolo siriano
Via il regime dittatoriale di Assad

 
In Siria milioni di donne e uomini stanno coraggiosamente lottando per la libertà e la dignità contro la sanguinaria dittatura del regime di Bashar Al Assad. L’insorgenza del popolo siriano è parte dell’ondata rivoluzionaria che sta attraversando il mondo arabo dalla Tunisia all’Egitto fino allo Yemen. Siamo solidali con i popoli in lotta per la libertà contro le dittature e le complicità del sistema degli Stati. Siamo solidali con il popolo siriano e denunciamo la feroce repressione perpetrata dal regime di Assad che ha già causato migliaia di vittime innocenti. Perciò rivolgiamo un forte appello a tutte le comunità, le associazioni solidali, le forze e le realtà per costruire una iniziativa di mobilitazione solidale a fianco del popolo siriano.    
تضامن مع ألشعب السوري
فليسقط نظام ألأسد ألديكتاتوري
في سوريا اليوم هنالك الملاين من النساء والرجال الذين يقاتلون بشجاعة من أجل ألحرية وألكرامة ضد نظام بشار ألأسد الدموي.
انتفاضة الشعب ألسوري هي أمتداد لموجة الثورات ألتي تمر في ألعالم ألعربي من تونس وحتى مصر واليمن.نحن متضامنون مع
ألشعوب في نضالها ضد الديكتاتورية ونظام الحكومات. نحن متضامنون مع ألشعب ألسوري,ونستنكر بشدة ألأعتداء ألسافر
من قبل نظام ألأسد الذي أودى في حياة ألاف ألأبرياء .لهذا نوجة دعوى عامة لجميع ألموئسسات وألجمعيات وألقوة ألمتضامنة
لتنظيم مبادرة تضامنية مع ألشعب ألسوري    
 
adesioni:
Socialismo rivoluzionario - Associazione “3 febbraio” - Alex Zanotelli (missionario comboniano) - Hassan Dgaim (attivista Comunità siriana di Milano) - Unicobas - Socialismo Libertario - Lega abitanti della città di Idlib (Siria) in Lombardia - Danova Mohamad dir. Casa della cultura islamica via Padova (Milano) - Sabrina Grilli Telereporter (Mi) - Comunità marocchina e araba di Centocelle (Roma) - Coalizione nazionale per il sostegno alla rivolta siriana / Italia - Associazione amicizia Iraq / Italia
(seguono altre firme)
 
 
 

 

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ancora sulla Gran Bretagna

Cameron sceglie la repressione

Ieri il premier britannico Cameron ha tenuto un discorso estremamente violento a proposito delle vicende degli ultimi giorni. Ha dichiarato che si tratta di pura e semplice criminalità, che il governo è intenzionato a riportare l’ordine e che intende punire severamente i teppisti. Subito, con un enorme dispiegamento di polizia (sedicimila uomini!) e di mezzi blindati la

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Londra, verità e giustizia per Mark Duggan

No alla repressione poliziesca

Si al protagonismo popolare
senza violentismo distruttivo

Da giorni interi quartieri di Londra, ed ora anche di altre città inglesi come Birmingham, Manchester e Liverpool, sono teatro di una ribellione semi-spontanea che si sviluppa soprattutto nelle ore notturne coinvolgendo alcune migliaia di persone, in maggioranza giovani. Si contano centinaia di arresti, devastazioni ed incendi, alcuni feriti. Si tratta di una ribellione alimentata da una condivisibile rabbia contro le tante ingiustizie della società e dello Stato britannico. Tuttavia i contenuti e le modalità sono prevalentemente distruttivi, dunque inefficaci quando non direttamente negativi. È del tutto sbagliato (anche se a volte espresso strumentalmente dai media) riferirsi a tali avvenimenti richiamando la rivoluzione, facendo erronei parallelismi con l’ondata rivoluzionaria di questi mesi e con la rivoluzione siriana in corso.

La scintilla che ha scatenato la ribellione è stata l’omicidio di Mark Duggan nel quartiere londinese di Tottenham da parte della polizia, quasi certamente a freddo e non nel corso di un conflitto a fuoco come inizialmente dichiarato da Scotland Yard. I primi scontri sono scoppiati tra la polizia e un assembramento di persone indignate che pretendeva chiarezza e giustizia per la morte dell’uomo, scontri che poi si sono rapidamente estesi ad altri quartieri della capitale.

Denunciamo la dura repressione statale, le sue responsabilità puntuali in questo omicidio come le mille ingiustizie e vessazioni quotidiane con cui opprime le maggioranze. Istituzioni in crisi, recentemente travolte dagli scandali – il mese scorso i vertici della polizia sono stati costretti alle dimissioni per la corruzione nel caso del gruppo “News International” di Rupert Murdoch – intendono rovesciare sulla popolazione il loro fallimento non solo economico ma d’assieme.

La rabbia nei confronti dell’oppressione statale è comprensibile e condivisibile: ingiustizia e impunità per i potenti, grave peggioramento delle condizioni materiali, crescita della violenza razzista, mentre continua l’impegno bellico britannico contro la vita e la libertà di altri popoli.

Tuttavia saccheggi di negozi e incendi di abitazioni e di auto mettono a repentaglio in primo luogo le persone comuni; sono di ostacolo allo sviluppo coscienziale, all’estensione ed alla radicalizzazione della protesta. La repressione statale ne approfitta per inasprire la repressione, nascondere le proprie responsabilità e offuscare le ragioni di un giusto e diffuso malcontento.
A Londra come a Roma o Milano, per impegnarsi e lottare efficacemente nel miglioramento della propria esistenza, arginando e respingendo la crescente violenza statale, occorre sottrarsi alle sue logiche distruttive e mortifere (alla radice: belliche) affermando e costruendo un’alternativa di vivibilità fuori dal sistema.

9 agosto 2011 h.8
 

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