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sorellanza2019


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Solidarietà con i No Tav della Val di Susa!!
No ai cantieri! No alle minacce di repressione!


Questa notte un primo tentativo di iniziare i cantieri per il Tav alla Maddalena di Chiomonte in Val di Susa è stato vanificato dalla resistenza di centinaia di attivisti No Tav presenti sul posto per difendere la valle dalla devastazione incombente. Come già altre volte in passato, numerosi mezzi delle forze dell’Ordine hanno “scortato” i camion diretti nella zona, minacciando di caricare i manifestanti. La militarizzazione della valle e l’uso della forza bruta sono le uniche risorse rimaste ai Sì Tav guidati da Virano e Saitta, che con arroganza e vigliaccheria non vogliono rassegnarsi al verdetto che vent’anni di lotta hanno espresso in modo inequivocabile: decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza della gente in Val di Susa, non vuole l’alta velocità! Non vuole il progetto originario, nè quello modificato, né l’ultima versione “pezzo” per “pezzo”. Non la vuole punto e basta perché è un’opera inutile, dannosa e costosissima che avrebbe un impatto devastante per la vita delle persone e per l’ambiente.
Sabato scorso queste sacrosante ragioni sono state ribadite in una grande e partecipata manifestazione da Rivoli a Rivalta, a dimostrazione della perdurante capacità di mobilitazione diffusa dei NO Tav della Val di Susa. Alla loro lotta per la vita e per la vivibilità, per l’autodeterminazione e il protagonismo della gente comune contro la logica distruttiva del progresso, l’arroganza delle lobby politico-economiche e le minacce di repressione va tutto il nostro appoggio e la nostra solidarietà attiva.
24/05/11
 

                  
 

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a 63 anni dalla Nakba

Israele, un’altra criminale strage di palestinesi

Le numerose e diverse manifestazioni in ricorrenza della Nakba – la pulizia etnica alla base della nascita di Israele nel 1948 – sono terminate con il  tragico bilancio di una quindicina di morti e centinaia di feriti. Gli eserciti israeliano e libanese hanno aperto il fuoco contro migliaia di manifestanti palestinesi che intendevano varcare le linee di confine con Libano e Siria – esprimendo così il loro inalienabile diritto al ritorno – o che manifestavano in diverse località della Cisgiordania.
È l’ennesima criminale strage di palestinesi: la storia di Israele ne è costellata. Esso si è fondato negando l’esistenza stessa del popolo palestinese in una logica di sterminio avviata con la pulizia etnica del 1948. Pur nei suoi tratti peculiari, Israele è parte del sistema democratico degli Stati: proprio lo stesso giorno Napolitano era a Gerusalemme a ribadire il diritto di Israele di “difendersi”.
Le manifestazioni di quest’anno risentono degli straordinari cambiamenti in corso. Milioni di persone comuni hanno sfidato la paura e cominciato a dar vita ad un’ondata rivoluzionaria che scuote Nord Africa e Medio Oriente, che suscita speranze di cambiamento nei popoli e proprio perciò preoccupa i poteri oppressivi di tutto il mondo, da Washington a Roma, da Gerusalemme a Damasco e Teheran. Questa preoccupazione svela una volta di più il carattere strumentale e velenoso dell’appoggio espresso nel tempo alla loro causa da parte di regimi sanguinari come quello di Damasco, in queste settimane protagonista di una feroce repressione contro le istanze di libertà del popolo siriano.
Le vicende rivoluzionarie hanno un carattere epocale e si riflettono non linearmente sulla lotta per la vita del popolo palestinese; se ne avverte una iniziale eco nella spinta popolare di queste settimane a superare le divisioni fratricide.
La violenza con cui le manifestazioni al confine sono state represse, indica il timore crescente del governo israeliano; esso non abbandonerà la logica di sterminio del popolo palestinese che lo caratterizza sin dalle origini, né potrà mai garantire pace e sicurezza dei suoi cittadini, poiché si fonda su una ingiustizia originaria che a sua volta ne riproduce di ulteriori ogni giorno. Una vita degna per tutti coloro che vivono e che sceglieranno di vivere in quelle terre – a partire dai palestinesi e da coloro tra essi che ne sono stati espulsi col terrore – non sorgerà dalle manovre politiche di presunti “processi di pace”. Essa potrà emergere solo da un lungo processo di ridefinizione e di rigenerazione umana che – assumendo l’ingiustizia originaria per sanarla – sappia costituire una aggregazione comunitaria liberamente scelta dai diretti protagonisti.
 

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Stati e terroristi continuano a uccidere

ma non si ferma l’impegno per la vita
dei popoli arabi

Egitto. Una grande manifestazione si è tenuta ieri in piazza Tahrir nel segno di uno degli aspetti più significativi delle giornate rivoluzionarie, l’unione e la fratellanza tra le persone di diversi credo religiosi, in risposta alle violenze e ai morti dei recenti scontri tra musulmani e cristiani. In piazza c’erano anche molte bandiere palestinesi, espressione di vicinanza con questo popolo in occasione del 63° anniversario della Nakba (catastrofe), la pulizia etnica su cui poggia la nascita dello Stato di Israele.
Continua l’ondata rivoluzionaria di cui l’agorà di piazza Tahrir è stata avanguardia ed epicentro, complicandosi nonostante la feroce reazione delle dinastie al potere. Nella Siria isolata dalla censura, le mobilitazioni popolari non si fermano e anzi celebrano il “venerdì della libertà” mentre il regime invia carri armati a bombardare una ad una le città, facendo strage di civili inermi senza riuscire a soffocare la rivolta. In Yemen, fallito il tentativo di corrompere le radicali aspirazioni di cambiamento attraverso una operazione politica e alcuni cambi di facciata, il regime ha ripreso a sparare: mercoledì 11 a Sanaa un corteo di giovani è stato preso a fucilate, le vittime sono state una decina.

Un gravissimo attentato a Shabqadar, in Pakistan, ha causato la morte di  87 persone ed il ferimento di oltre un centinaio, in maggioranza cadetti della polizia di frontiera in attesa alla fermata dell’autobus ma anche civili. L’ennesima strage, pianificata nel dettaglio per causare il più alto numero di vittime, è stata rivendicata da Tehrik-e-Taliban come vendetta per l’esecuzione di Bin Laden. Politicamente, l’accaduto si inscrive nei rapporti sempre più tesi tra alleati reciprocamente diffidenti (USA e Pakistan); umanamente, è l’espressione della crescente uccidibilità di poteri negativi concorrenti tra loro e convergenti contro la vita quali sono tutti gli Stati e tutti i terrorismi.
 

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la guerra della NATO contro i profughi

Un’inchiesta del quotidiano britannico the Guardian ha svelato la tragica vicenda e le infami responsabilità per la sorte di 72 profughi (in maggioranza provenienti dal Corno d’Africa), salpati su un’imbarcazione da Tripoli lo scorso 25 marzo: avvistati da mezzi militari della NATO, sono stati lasciati andare alla deriva nelle acque del Mediterraneo per 16 giorni. Tra loro, 63 hanno perso la vita, comprese donne, bambini e neonati. Due tra le vittime sono morte nelle galere di Gheddafi, dopo che il barcone si è arenato sulle coste libiche.
L’allarme era stato lanciato in tempo; i pochi sopravvissuti hanno testimoniato sia di un elicottero militare – che li ha riforniti di acqua e biscotti comunicando loro di attendere – che di una nave da guerra che li ha abbandonati al loro destino.
È ora in corso un ignobile rimpallo di responsabilità tra le guardie costiere e le navi da guerra dei diversi paesi, impegnati in una guerra che secondo la vulgata demo-ipocrita avrebbe come obbiettivo quello di proteggere le vite dei civili. Niente di più lontano dalle priorità di morte che caratterizzano tanto la coalizione quanto le truppe del raìs asserragliato a Tripoli.
Di fronte ad una tale tragedia ed al cinismo che l’ha resa possibile, merita evidenziare quanto accaduto al contrario a Lampedusa nella notte tra sabato 7 e domenica 8 maggio. 528 vite umane (tra cui 24 donne incinte e numerosi bambini) sono state tratte in salvo da un battello incagliato sugli scogli a poca distanza dal porto grazie alla pronta reazione di tante persone comuni. Volontari di associazioni umanitarie e residenti, giornalisti e guardie si sono dati da fare lanciando cime e tuffandosi in mare, portando cibo e approntando un primo soccorso: hanno messo al centro la difesa della vita di altri esseri umani, hanno dimostrato cosa può la solidarietà umana.
Epiloghi opposti per due vicende analoghe: da un lato istituzioni statali che rappresentano un pericolo crescente per l’umanità e la vita, in guerra e nella quotidianità; dall’altro un gesto di generosità che ci ricorda la possibilità per ciascuno di scegliere di difendere e migliorare insieme l’esistenza, di coltivare la solidarietà e l’accoglienza.
 

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sciopero della CGIL del 6 maggio

rilanciare il protagonismo diretto

L’adesione allo sciopero secondo le fonti Cgil è stata del 58%; 130 le piazze dove si sono organizzate le manifestazioni. Dagli interventi dei leader della Cgil – la Camusso a Napoli e Landini a Reggio Emilia - si evince la soddisfazione dei vertici sindacali per la partecipazione alla giornata “di lotta”, combinata all’appello a continuare “la battaglia per il lavoro, i diritti, la democrazia”. In realtà uno degli obiettivi della Cgil era finalizzare lo sciopero al sostegno dei candidati di sinistra alle elezioni amministrative e infatti non è mancato il richiamo a questo appuntamento come ha fatto la Camusso a Napoli: “da queste elezioni amministrative deve giungere un segnale che cambiare si può: questo governo non ce lo meritiamo, ci considera sudditi…”. Naturalmente, non sono mancati gli attacchi allo sciopero da parte del governo: Sacconi ha parlato di fallimento, mentre Brunetta ha parlato di sciopero allunga week-end, mentre Cisl e Uil hanno parlato di “sciopero con scarsissima adesione che indebolisce il ruolo del sindacato”.

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