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alluvione nello spezzino

disastri e tragedie sull'altare del profitto

Purtroppo lo spezzino e la parte settentrionale della Toscana è stata ripetutamente colpita in questi ultimi anni da fenomeni alluvionali e franosi. Il bilancio dell'ondata di maltempo abbattutasi sulla zona quarantott'ore fa è drammatico: è salito a nove morti il bilancio ancora provvisorio: alle 6 vittime di  Borghetto Vara e alle 2 ad Aulla, si aggiunge una settima persona trovata questa mattina senza vita a Monterosso, nelle Cinque Terre.
Ci uniamo al cordoglio dei parenti e amici delle vittime, siamo anche vicini a chi si sta adoperando per riportare la zona ad una vivibilità quotidiana che ora appare lontana.
È sempre più evidente che l'opera di sfruttamento dell'ambiente e la scarsa conoscenza della natura prima perpetuata dall'uomo, mettono a rischio o uccidono sempre più persone.
Le immagini terribili che i media ci propongono con frequenza crescente, testimoniano la profonda imperizia non disgiunta da una totale inadeguatezza, al limite del nichilismo, di una classe dirigente che pretende di gestire, in questo caso la "società Italia", permettendo annualmente un'impermealizzazione di una superficie di territorio pari a tre volte la superficie occupata da Milano. Tant'è vero che sono già in corso esposti verso lo Stato per disastro colposo. L' "homo economicus" continua imperterrito nell'attività che porta alla devastazione del territorio, in totale spregio dell'ambiente e degli ecosistemi che in esso si sviluppano.
La gente comune che si organizza per prestare soccorso o per iniziare a ripristinare la vivibilità di un luogo colpito da un disastro simile, deve prender maggiormente consapevolezza della grandissima opera di cui è protagonista e rilanciarla ancora più in avanti ed in prospettiva. Ciò comporta attività di conoscenza, monitoraggio, salvaguardia e manutenzione del territorio, nel massimo rispetto della natura prima. Un'opera che può esser messa al centro nella costruzione di comitati che si autorganizzino localmente per non demandare alla gestione statale la salvaguardia della vita che non è assolutamente in grado di assolvere mentre sempre più spesso la minaccia.

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Siamo impegnati nella solidarietà e nell’accoglienza di fratelli e sorelle giunti negli ultimi mesi alla ricerca di un miglioramento dell’esistenza ed in fuga dalla guerra in Libia. Per coloro che sono riusciti a giungere in questo paese nonostante i pericoli del viaggio, lo Stato italiano ha riservato un presente miserevole e un futuro incerto. Riaffermando la propria dignità di esseri umani, in diverse località molti di loro hanno cominciato a lottare per conquistare diritti elementari.

Riceviamo dalla Associazione 3 Febbraio, impegnata a sostenere queste lotte, il seguente comunicato che volentieri pubblichiamo.

la redazione

 

COMUNICATO STAMPA

Giovedì 20 ottobre gli immigrati di nazionalità africane differenti provenienti dalla Libia in attesa dello status di rifugiato, ospiti nei centri di accoglienza di Settimo Torinese (alcune centinaia di persone) hanno improvvisato una manifestazione di protesta all’esterno del centro gestito dalla Croce Rossa Italiana denominato “T. Fenoglio”.
L’ultima di una serie di pacifiche e colorate manifestazioni aperta dallo striscione “we need money and bus ticket and peace in here”. Richiedendo una minima diaria, i biglietti dell’autobus per non incorrere nelle multe quando si spostano con i mezzi pubblici ed un po’ di serenità nel centro.
La diaria minima è un diritto degli ospiti del centro, che da quello che ci raccontano i rifugiati, gli operatori della Croce Rossa che gestiscono il centro, distribuiscono a loro discrezione!
A seguito di questa protesta pacifica quattro degli immigrati protagonisti sono stati arrestati, trattenuti in carcere per tre giorni e denunciati di resistenza ed aggressione a pubblico ufficiale, ma in realtà per quello che ci risulta, non c’è stato nessun episodio violento a cose e persone da parte degli immigrati.
Il fatto è stato pretesto per notificare una revoca delle misure di accoglienza da parte del prefetto e quindi espellerli dal centro di accoglienza, lasciandoli in mezzo alla strada la notte del 22 ottobre, una volta usciti dal carcere.
Denunciamo con forza sia la logica repressiva delle forze dell’ordine e delle istituzioni, a fronte di persone lasciate a se stesse che chiedono pacificamente condizioni minime di vita migliore, sia la logica ricattatoria e arbitraria di enti come la Croce Rossa che nel gestire quelli che dovrebbero essere luoghi di ascolto e di accoglienza si preoccupano di isolare chi può “dare fastidio” solo perché avanza delle richieste e non subisce questa condizione di isolamento e di abbandono.
Siamo pienamente solidali con i tanti immigrati che cercano rifugio nel nostro paese fuggendo da situazioni di guerra e miseria.
Sosteniamo le lotte dei fratelli, che a Lampedusa, Pieve Emanuele, Settimo Torinese, Consuma…ecc… chiedono condizioni di vita migliori e che vengano rispettati i diritti elementari riconosciuti da questo Stato.
Per questo chiediamo l’immediato riavvio delle misure di accoglienza per i quattro fratelli espulsi dal centro e il permesso di soggiorno umanitario per tutti i richiedenti asilo.
Facciamo appello alle associazioni solidali e di volontariato, alle persone di buona volontà perché ci si mobiliti nel sostenere queste richieste. Ci impegniamo perché si accresca nella società uno spirito di solidarietà, di vicinanza e di sostegno contro ogni razzismo e discriminazione, perché il miglioramento della vita degli “ultimi” è garanzia di miglioramento per tutti.
Diamo appuntamento a tutti per mercoledì 26 ottobre 2011 a Settimo (in luogo ancora da definire) alle ore 16.00

 

per info: 3394877653  a3ftorino@hotmail.com

Torino, 23 ottobre 2011 ore 18.00

 

Associazione Antirazzista e Interetnica 3 Febbraio

 

 

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annunciata la morte di Gheddafi

È morto un tiranno. Il pensiero va a coloro, libici e non, che hanno sofferto nel sanguinoso regno di Gheddafi durato oltre 40 anni. È morto nel corso di una guerra preventiva sotto l’egida della NATO, scatenata per impedire che anche in Libia, come nei paesi vicini, si potesse sviluppare una rivolta popolare. Per questo motivo la sua fine non coincide con la pace e soprattutto con una prospettiva di miglioramento dell’esistenza per il popolo libico. Essa non è parte delle vicende rivoluzionarie  di questi mesi, piuttosto il frutto di un tentativo di negarle cercando di imporre il piano bellico per sottrarre l’iniziativa alla gente comune in rivoluzione.
Il fatto che Gheddafi sia morto appena catturato non è casuale e toglie dall’imbarazzo chi ne poteva temere ulteriori rivelazioni: dai suoi complici diretti, ora imbarcatisi nel CNT, ai governi e agli uomini d’affari di tutto il mondo che ne hanno puntellato il potere in tutto questo tempo. È significativo come il sistema democratico in decadenza utilizzi la morte a proprio vessillo: si sbandiera l’uccisione di Saddam Hussein, Osama bin Laden, Gheddafi (casomai occultandone i cadaveri) come macabri trofei della democrazia. Allo stesso tempo si cerca di far dimenticare che tutti costoro sono stati a lungo alleati di Washington e Parigi, Londra e Roma, tasselli fondamentali di un ordine sistemico che oggi sta saltando per l’iniziativa diretta dei popoli.
Per il popolo libico la strada della libertà e della pace, di un miglioramento d’assieme e durevole dell’esistenza, è ancora lunga. Ad esso va la nostra solidarietà e allo stesso tempo la denuncia delle responsabilità dello Stato italiano per le sue sofferenze, prima con il sostegno al criminale regime di Gheddafi, poi per essere tornato a fare la guerra sul suolo libico, a cento anni esatti dalla prima invasione coloniale.
La nostra solidarietà va anche alle decine di migliaia di fratelli e sorelle giunti in Italia in fuga dalla guerra, in condizioni enormemente aggravate dalle leggi razziste, verso i quali rinnoviamo l'impegno per una accoglienza fraterna ed incondizionata.

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Libertà di manifestare per i lavoratori della Fiat!
No al divieto dei cortei a Roma!

 

Il sindaco di Roma e la Questura hanno vietato il corteo di venerdì 21 ottobre dei lavoratori di Fiat e Fincantieri per difendere le proprie condizioni di vita convocato dalla Fiom.
Sfruttando abilmente l’operato reazionario della frangia di rivoltosi nichilisti che hanno operato devastazioni sabato scorso 15 ottobre a Roma nel corteo degli indignati, le forze del centro-destra  impediscono la possibilità di esprimersi adeguatamente a migliaia di persone – i lavoratori ed i loro cari – che stanno vivendo un grave rischio per il proprio lavoro, il salario e le prospettive di una vita decente, messe in discussione dai piani di Marchionne e dal governo. Il padronato ed il governo ringraziano.
Vediamo quindi come un’ulteriore conseguenza drammatica dell’operato, sabato scorso e non solo, di questi settori di “arrabbiati” è stata quella di danneggiare le esigenze e le lotte dei lavoratori.
Denunciamo la proibizione attuata dal sindaco Alemanno di svolgere cortei nel centro di Roma per un mese, come una strumentale misura di limitazione della libertà di manifestare ed esprimersi, che fa il paio con le minacce ventilate del ministro degli interni Maroni – in convergenza con uno dei leader dell’opposizione di centro sinistra e dell’Idv, Antonio Di Pietro – di nuove leggi repressive particolarmente mirate alla libertà di manifestare. Esprimiamo solidarietà ai lavoratori della Fiat e della Fincantieri, ed alle loro lotte. Inoltre deve far riflettere i lavoratori l’atteggiamento strumentale che la stessa Fiom ha avuto verso aspetti ambigui della manifestazione del 15 ottobre, in primo luogo i contenuti del corteo, tutti interni a quella bancarotta statale e padronale che provoca i problemi alla condizione di vita dei lavoratori, ma anche la partecipazione acritica ad un’ammucchiata tra indignazione superficiale e degrado che quella manifestazione ha per molti versi rappresentato, al di là delle successive prese di distanza.
I lavoratori possono riprendere il protagonismo che gli vogliono espropriare, cominciando in ogni luogo di lavoro a riprendere l’iniziativa per difendere le proprie condizioni di vita, a realizzare assemblee, ad unirsi ed organizzarsi dalla base, a mettere al centro la solidarietà e l’unione delle persone che lavorano,  cominciando dai più deboli.

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Egitto, l’esercito spara su una manifestazione di copti

basta massacri, no agli odii confessionali

L’esercito ha sparato ieri nella capitale, causando una carneficina. Un corteo di persone della comunità copta è stato prima attaccato da provocatori e successivamente disperso dall’esercito che ha compiuto un massacro. Più di 30 i morti, centinaia i feriti. È il bilancio più grave dalla caduta di Mubarak in febbraio.
Oggi in Egitto c’è chi agisce lucidamente con l’obiettivo di rinfocolare antichi odii confessionali per ricacciare indietro il bene più prezioso delle giornate rivoluzionarie, quella volontà cosciente di unirsi per cambiare insieme la vita così presente in piazza Tahrir nelle giornate di gennaio e febbraio. Proprio a difesa della vita e dell’esperienza rivoluzionaria, rispondendo ai gravissimi sviluppi delle ore precedenti, nella notte alcune migliaia di persone si sono raccolte nella grande piazza scandendo slogan sull’unità tra musulmani e copti.
La giunta militare al potere, cui ingenuamente fu consegnata la fiducia in una possibile transizione, sta contrastando attivamente il cambiamento d’assieme cui le maggioranze anelano, ciò per cui si sono mobilitate con coraggio. In questi mesi i tribunali militari hanno processato oltre 10 mila civili, una pratica contro cui si sviluppano manifestazioni e proteste quasi quotidiane, e mantenuto lo stato d’emergenza che è anzi prorogato al giugno 2012.
In questo contesto difficile, la repressione violenta si combina con le manovre politiche in vista di elezioni previste per novembre (salvo rinvii), un appuntamento cui i partiti  che ai tempi di Mubarak erano all’opposizione (a partire dai Fratelli musulmani) guardano con molto più interesse che non alle lezioni umane radicali che la straordinaria esperienza di piazza Tahrir suggerisce.

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