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sorellanza2019


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la rivolta in Siria continua a crescere

la Siria chiama solidarietà

In Siria da mesi la coraggiosa rivolta di donne ed uomini ed adolescenti sfida uno dei più odiosi regimi - quello di Bashar Al Assad - lottando per la dignità e la libertà.
La rivolta in Siria è nata dentro l’ondata della rivoluzione araba che comincia, prima in Tunisia, poi con caratteristiche qualitative in Egitto, e in numerosi altri paesi.
Città dopo città, in Siria le popolazioni insorgono; venerdì 15 luglio e nei giorni successivi si sono svolte le più grosse mobilitazioni dall'inizio della rivolta.
In 4 mesi sono andati crescendo il numero di centri urbani e di paesi coinvolti, la loro consapevolezza e la loro determinazione, nonostante una repressione feroce ed indiscriminata, con armi da guerra e torture.
I paesi democratici, l’intero sistema politico democratico, tace o balbetta parole ipocrite, perché teme più di ogni cosa l’autodeterminazione delle popolazioni. Se anche il regime siriano cade per volontà popolare le conseguenze per i potenti della terra saranno evidenti.
Sappiamo poco delle caratteristiche più intime del processo siriano ma sono già numerose e chiare le espressioni e prove della determinazione, della crescente coesione ed unità dei suoi protagonisti. La gente comune sceglie, con grande coraggio, una via pacifica e pacificatrice pagandolo a caro prezzo. La rivolta, malgrado le manovre del regime, unisce etnie e popolazioni siriane diverse, credi religiosi di varia natura, collega città ed esperienze di autodeterminazione. In questa rivolta le donne, i giovani e persino i bimbi svolgono un ruolo cruciale cosa che dimostra che la posta in gioco è la vivibilità. Un salto di qualità c'è già stato e avrà sviluppi rilevanti. Difficilmente si tornerà indietro.
Da mesi siamo impegnati a fianco dei popoli arabi. Oggi più che mai pensiamo che sia necessario sollecitare la popolazione in Italia, la gente solidale, le persone variamente impegnate per il cambiamento affinché abbandonino la distrazione e la passività verso gli avvenimenti siriani che hanno adottato tutte le forze politiche.
La rivoluzione araba ha già avuto conseguenze importanti per il mondo. I destini della rivolta siriana sono una sfida di dignità e libertà. Sono una possibilità di far crescere anche per noi il senso e quindi il protagonismo per una vita migliore.

Fermiamo il massacro!
Via Assad ed il suo regime criminale!
Libertà per il popolo siriano!

 

 

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dopo 4 mesi e malgrado una repressione feroce

la rivolta cresce ancora in Siria

Sta succedendo qualcosa di importante in Siria. Ieri venerdì 15 luglio si sono svolte le più grosse mobilitazioni dall'inizio della rivolta. Ancora una volta erano più di centomila a Hama, nuovo epicentro della rivolta dopo Dera'a dove iniziò e continua, ma erano diverse migliaia anche a Damasco, di nuovo e ormai stabilmente, nel cuore stesso del regime baathista.
In 4 mesi sono andati crescendo il numero di centri urbani e di paesi coinvolti e sopratutto di protagoniste e di protagonisti, la loro consapevolezza e la loro determinazione, nonostante una repressione feroce ed indiscriminata, che ha provocato la morte di oltre 1600 persone, di cui molti bimbi e bimbe, oltre 15 mila arresti, decine di migliaia di feriti e di profughi, in particolare verso il Libano e la Turchia.
Sappiamo poco delle caratteristiche più intime del processo siriano ma sono già numerose e chiare le espressioni e prove della determinazione, della crescente coesione ed unità dei suoi protagonisti, al di là delle loro differenze di religione e di confessione, di nazionalità e di lingua – in un'area ed un paese dove hanno sempre avuto un peso determinante – della loro capacità di trasmettere coraggio e di suscitare il coinvolgimento di sempre più siriane e siriani, in aree sempre più vaste del paese.
Anche nei giorni più caldi ed esaltanti di Piazza Tahrir la Siria era la realtà dove meno era facile prevedere una diffusione dell'ondata rivoluzionaria, per tanti motivi, su cui spiccano la natura del regime baathista al potere a Damasco da oltre 4 decenni,  la sua solidità non solo apparente e senza paragoni nel resto del mondo arabo, lo spessore granitico del terrore che esercitava sull'intera società. Pochi regimi dell'area, forse nessuno a parte quelli iraniano e turco, avrebbero retto da soli di fronte a quanto sta succedendo da 4 mesi in Siria. Non è ancora detto che il regime di Assad cadrà, come chiedono con forza gli eroi di Dera'a, Hama, Homs e di un'infinità di luoghi ormai, comprese Damasco e Aleppo. Ma un salto di qualità c'è già stato e avrà sviluppi rilevanti; tutto ciò si iscrive nell'ambito dell'ondata rivoluzionaria e la sostanzia ulteriormente, avendo al tempo stesso dei tratti speciali da seguire ed interpretare. Le prossime settimane ci daranno altri rilevanti motivi di schieramento e di iniziativa a fianco delle nostre sorelle e dei nostri fratelli siriani. Grazie a loro qualcosa è cambiato e sta irreversibilmente cambiando, e ci riguarda tanto.  
 

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 Egitto, Siria

 “la nostra rivoluzione continua”

Egitto. Un avviso al mondo, più che una sfida: la scritta campeggiava su uno striscione aperto ieri in una piazza Tahrir di nuovo gremita: centinaia di migliaia di persone hanno manifestato al Cairo, ma anche a Suez e Alessandria, esprimendo così la vitalità dell’ondata rivoluzionaria. La caduta di Mubarak non basta, milioni di egiziani riflettono e si mobilitano per un cambiamento autentico e profondo che per ora è cominciato soprattutto nei loro cuori, nella capacità di superare la paura e di nutrire, unendosi, i propri desideri di una vita migliore. Dieci giorni fa era scesa per le strade un’avanguardia, costretta dalla repressione ad una battaglia di sedici ore che ha causato un migliaio di feriti. Ieri sono tornati in tanti, qualcuno anche allestendo un piccolo accampamento di tende, denunciando la continuità del regime, tuttora nelle mani dei vertici militari e dell’attuale capo di stato provvisorio Tantawi. Denuncia più che motivata: da febbraio quasi 10 mila protagonisti delle giornate rivoluzionarie sono stati incarcerati o in attesa di essere giudicati da un tribunale militare (per la legge d’emergenza in vigore da trent’anni) mentre poliziotti e ufficiali responsabili delle centinaia di uccisioni di manifestanti compiute tra gennaio e febbraio vengono scarcerati; finora un solo militare è stato condannato a morte (in contumacia) per i più di 800 morti provocati dalla repressione.
Siria. Ieri è stato il diciassettesimo venerdì di mobilitazione, il venerdì del “no al dialogo con il regime di Bashar Assad”: non si dialoga con i carri armati per le strade, con i cecchini e le forze repressive che anche in questa giornata hanno mietuto vittime, almeno una quindicina nel paese. Un rifiuto sottolineato da manifestazioni grandi e partecipate, centinaia di migliaia di persone ad Homs, Hama, Dara’a, una volontà espressa chiaramente negli slogan “il popolo vuole che il regime cada”. Segnali chiari di indisponibilità a imbrogli e cambiamenti di facciata. Le strade di Hama, già teatro di una repressione ferocissima trent’anni fa, sono presidiate dai carri armati, nella città manca l’acqua e l’energia elettrica. In questo contesto risalta la determinazione e la radicalità dei tanti che sono scesi di nuovo in piazza.

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Con  la gente della Val di Susa
per affermare la vivibilità contro la devastazione del TAV

Costruiamo ed estendiamo la solidarietà

La lotta della Val di Susa per impedire la costruzione del treno ad alta velocità sta vivendo un passaggio delicato della sua storia ventennale. È stata necessaria una vera e propria spedizione militare e l’assalto violento di 2 mila poliziotti per avviare i cantieri nei territori difesi, secondo le menzogne mediatiche, da “pochi facinorosi No-Tav”. In realtà, è la maggior parte degli abitanti della valle che ha saputo resistere e lottare per tanto tempo difendendo la vita e l’ambiente, evitando finora l’inizio dei lavori, ma anche e soprattutto sperimentando la costruzione di relazioni differenti, riscoprendo la voglia di stare insieme, di conoscersi, di discutere e di decidere assieme.
È una lotta che ha riscosso sostegno e simpatia, diventando simbolo per altre comunità in lotta e oggi deve fare i conti con il contesto d’assieme in cui viviamo: la realtà degli stati democratici che, nella crisi irreversibile in cui versano, esprimono sempre più chiaramente i loro tratti totalitari e intolleranti verso i popoli. Un governo che, nella figura di Berlusconi in primis, ha sparso veleni nella società e cerca di rinsaldare un consenso sempre più traballante con violenza rinnovata contro gli immigrati, i lavoratori, la gente che lotta per una vita migliore, come in Val di Susa. Mentre nella società affiora un desiderio di cambiamento confuso, evidente anche nel voto ai ballottaggi elettorali e nei sì ai referendum, che non trova sbocchi nei partiti e nei giochi politici di Palazzo e stenta a crescere come mobilitazione più attiva e cosciente per farla finita definitivamente con l’era Berlusconi e per aprire una nuova prospettiva.
D’altra parte, le vicende degli ultimi mesi ci dicono anche di un’umanità che non si arrende. I popoli arabi e non solo ci hanno dimostrato che cambiare è possibile e nell’ondata rivoluzionaria che non si ferma capiamo che le esigenze di libertà, di giustizia, di un nuovo modo di vivere assieme superando divisioni e intolleranze, come è stato evidente nel carattere pienamente pacifico della straordinaria comune di Piazza Tahrir in Egitto, stanno alla base di un radicale cambiamento e miglioramento della vita.
Il piano della guerra e dello scontro violento a cui gli stati tutti costringono le genti che alzano la testa e si riaggregano, è un piano pericoloso e deleterio, che indebolisce le lotte e le coscienze, che imbriglia le prospettive tutte umane di protagonismo diffuso per migliorare la vita. Le logiche politiche e violentiste che risorgono anche nelle lotte vanno quindi contrastate con fermezza e purtroppo oggi in Val di Susa rischiano invece di trovare spazio o non essere contrastate a sufficienza da importanti settori d’avanguardia.
Questa lotta, come quella di altre comunità di luogo in questo paese, può contare invece soprattutto sulle sue  risorse più genuine: il protagonismo diffuso, la partecipazione diretta e solidale, la ricerca di aggregazione positiva e di comunanza sui valori di difesa della vita e dei beni comuni contro la logica del progresso vorace e distruttiva. Sono tensioni iniziali ma preziose che vanno coltivate, alimentate e fondate maggiormente superando le accentuazioni resistenziali e localiste, cercando la massima estensione della solidarietà e della convergenza di intenti con altre realtà. Per rilanciare una prospettiva di respiro per la lotta, ma anche oltre la lotta stessa.
Resistere e lottare è infatti importante e anche necessario, ma non è sufficiente a schiudere un cambiamento d’assieme benefico e duraturo. È sempre più urgente e imprescindibile immaginare, progettare e cominciare a sperimentare un’alternativa complessiva costruttiva fuori dal sistema e dai giochi della politica democratica. Va in questo senso il nostro apporto convinto alla costruzione e al rafforzamento dell’impegno solidale in ogni ambito per affermare spazi di vivibilità fuori dalle logiche statali.

Torino, 2 luglio 2011

              
           

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accogliamo il vento di cambiamento
di Piazza Tahrir

Piazza Tahrir in Egitto si è riempita di nuovo di tantissime persone che protestano, lottano, chiedono giustizia e miglioramento della vita. La rivoluzione di piazza Tharir che a Febbraio ha unito milioni di persone, cacciando Moubarak e realizzando un tentativo di iniziare insieme una nuova vita, non è finita. Le proteste sono iniziate dai familiari dei martiri della rivoluzione, chiedendo giustizia per i propri cari, accusando Tantawi ed i vertici dell’esercito e della politica perché lasciano impuniti i criminali che hanno colpito il popolo egiziano. Questa avanguardia di migliaia di persone riflette il sentimento di tantissimi altri egiziani, e vuole ridare coraggio a chi si è impegnato, ha lottato e pagato un prezzo alto per un  vero cambiamento. In questi mesi in Tunisia, in Egitto in Yemen ed in altri paesi i popoli arabi hanno dato vita ad un grande cambiamento e tuttora come in Siria si scontrano con la durissima repressione dei rais.
Difendere la rivoluzione egiziana, dai suoi nemici e svilupparla fino alla vittoria è l’impegno che va assunto. Piazza Tahrir è stata una vicenda speciale che ci insegna molte cose, abbiamo bisogno di continuare a riflettere insieme, a reagire, ad assumere il messaggio che viene da lì.
Ci rivolgiamo a tanti fratelli arabi che hanno visto in piazza Tahrir un grande esempio ed una nuova forza, a tante persone che qui in Italia sentono l’esigenza del cambiamento e l’indignazione contro le ingiustizie e che hanno tratto spunto dalla rivoluzione araba che comincia. Insieme abbiamo dato vita in questi mesi a manifestazioni e momenti di solidarietà con i popoli arabi. Vi invitiamo a ritrovarci ed a discuterne insieme a partire dal prossimo incontro, nell’ambito della lunga estate di Vallombrosa.

Piazza Tahrir: una rivoluzione della gente comune

discutiamone con Dario Renzi, Mamadou Ly, Lorenzo Gori e Renato Scarola
domenica 3 luglio a Vallombrosa (Firenze) Casa della cultura di Utopia socialista – località San Miniato in Alpe

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dal 29 luglio
al 9 settembre 2019


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di differentei paesi e

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all'altra dell'oceano...



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