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Comunicato di solidarietà con gli studenti aggrediti al liceo Righi

Oggi davanti al liceo Righi di Roma si è verificato un grave episodio di violenza: mentre gli studenti si radunavano all’entrata per partecipare alla manifestazione indetta per lo sciopero generale dei metalmeccanici promosso dalla FIOM, un gruppo di fascisti – quasi tutti estranei alla scuola – li ha aggrediti per impedirgli di andare in corteo. Diversi ragazzi sono stati colpiti, tre di loro sono stati ricoverati al pronto soccorso di cui uno ha riportato la frattura del setto nasale, con trenta giorni di prognosi.
Esprimiamo tutta la nostra vicinanza e solidarietà con chi è stato colpito moralmente e fisicamente; siamo dalla loro parte e vogliamo unirci perché atti del genere non si ripetano più. Negli ultimi tempi, gli attacchi razzisti e fascisti alla gente comune, agli immigrati, alle persone solidali si stanno moltiplicando. Un episodio simile era avvenuto nei giorni scorsi a Roma, e ricordiamo bene l’omicidio di Mor e Modou a Firenze da parte di un fascista vicino a Casa Pound, uccisi perché erano senegalesi, perché erano neri. Non è un caso che anche oggi siano stati colpiti dei giovani che volevano schierarsi in solidarietà con i lavoratori in piazza: a essere colpita è la possibilità di unirsi e reagire alle offensive del governo contro i bisogni della gente. Le bande fasciste sono gli interpreti più estremi e violenti del razzismo e della prepotenza democratica che ogni giorno vediamo nei palazzi del governo e del parlamento.
Per fermare la violenza è decisivo unirsi, per difendere la nostra libertà d’espressione e di manifestazione, sapendo che chi tocca uno di noi tocca tutti noi. Vogliamo sviluppare la solidarietà tra la gente perché attraverso di essa possiamo difendere dignità e diritti, per isolare gli squadristi e organizzare l’autodifesa, per tutelare la sicurezza e la vita di tutti.

Costruiamo solidarietà e autodifesa
Per fermare la violenza fascista

Roma, 9 marzo 2012

Socialismo Rivoluzionario

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Siria : il coraggio della gente comune che vuole la libertà sta fermando il criminale Assad!

c’è bisogno anche della tua solidarietà!

 

Da quasi un anno il popolo siriano si è levato, con straordinario coraggio contro il rais che lo domina – il criminale assassino Assad - lottando per la dignità e la libertà. Tante città di cui abbiamo imparato i nomi in questi mesi: Homs, Dera’a, Hama, così come intere zone della capitale Damasco sono permanentemente in mobilitazione. La gente si è organizzata sotto le bombe e le mitraglie per continuare a vivere, per curare i feriti di nascosto, per far mangiare le persone care, per proteggere i bimbi, vi sono ospedali clandestini, giornali, blog, comitati di autorganizzazione e di autodifesa e mille testimonianze di solidarietà fra le persone.
La repressione sin dall’inizio ha colpito moltissimo anche i bambini, le donne, le persone anziane, in una logica di terrore che diventa sempre più incontrollata e violenta mettendo a ferro e fuoco le città. La repressione di Assad è sempre più cruenta man mano che va in crisi il suo regime. Infatti sempre più soldati disertano e si rifiutano di sparare sui propri fratelli scegliendo di dar vita ad una milizia che si contrappone al despota. Molte associazioni umanitarie sono scese in campo, da associazioni di reporter indipendenti a Medici senza frontiere che denuncia repressione ed assassinii verso i medici che curano la gente in lotta, fino all’Unicef che denuncia l’assassinio da parte delle truppe governative di più di 400 bambini in questi mesi. L’opinione pubblica internazionale è distratta e colpevolmente silenziosa. Dalle città siriane è giunto un appello di aiuto: “ il vostro silenzio ci uccide”, ci dicono. È rivolto a ciascuno di noi.
I politici democratici ed i grandi mass media sono direttamente complici del silenzio. Regimi reazionari come quello russo, cinese o iraniano hanno dato direttamente sostegno ad Assad, mentre le grandi potenze occidentali - Usa ed Europa - al di là delle parole di propaganda attendono, magari sperando che Assad alla fine riesca a fermare la gente in rivolta. L’Onu, come già in Rwanda o in Bosnia, si rivela una maschera ipocrita, utile ai potenti quando devono avere una copertura per le loro malefatte come in Libia, ma altrimenti impotente. D’altra parte proprio la Libia insegna che nessun intervento militare delle grandi potenze aiuta i popoli ma è solo un nemico in più nel gioco.
La solidarietà internazionale è servita altre volte a rompere l’isolamento ed a far conoscere la voce di chi soffre e lotta, così come per paesi come la Palestina o per altri popoli che hanno sofferto. Questa solidarietà può venire dalla gente comune. La gente deve sapere, riflettere, reagire. Gli esseri umani che hanno dignità non possono tacere di fronte a questa barbarie.
In Siria c’è una rivoluzione che cerca - il più possibile pacificamente - di conquistare la libertà, di affermare la dignità, di reinventare una vita migliore senza il regime assassino. È una rivoluzione della gente comune, è un esempio importante da far conoscere.
Il 19 febbraio è convocata a Roma dalle comunità siriane una manifestazione nazionale ed in questi giorni stiamo promuovendo iniziative di denuncia e solidarietà in numerose città.
Socialismo rivoluzionario vi aderisce e vi partecipa con un particolare impegno della federazione romana. Invitiamo a far conoscere le ragioni della manifestazione, rivolgiamo un forte appello a tutte le comunità, le forze e le realtà solidali a schierarsi a fianco del popolo siriano organizzando concretamente e stabilmente questa solidarietà in nome della comune umanità, della libertà e della dignità.

        

Roma 19 febbraio 2012
Manifestazione nazionale in solidarietà con il popolo siriano

ore 13.00 Piazzale dei Partigiani (Metro B - Piramide)

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Port Said, 74 morti allo stadio

Egitto, una strage premeditata

Assurdamente presentata come ‘disastro sportivo’, mercoledì 1 febbraio nello stadio di calcio della città egiziana di Port Said si è consumata una strage premeditata. Gravissimo il bilancio: 74 morti e centinaia di feriti. Le testimonianze sono concordi nel ricostruire la dinamica dei fatti: le violenze scatenate da parte del settore della tifoseria della squadra di casa, vittoriosa, solo dopo la fine della partita; l’interposizione insufficiente o nulla da parte della polizia nonostante le voci allarmanti dei giorni precedenti; le aggressioni direttamente finalizzate ad uccidere.
Il massacro può essere il frutto di una premeditata regia o per lo meno esser stato ampiamente tollerato: in ogni caso esso si colloca nella strategia controrivoluzionaria orchestrata dai militari della Giunta al potere, volta ad alimentare il caos e a far leva sui settori che vogliono ‘tornare alla normalità’ riproponendo così la centralità dell’esercito quale salvatore della patria. Tutta la vicenda ricorda un analogo ruolo svolto dai militari ad esempio nell’alimentare scontri interreligiosi tra musulmani e copti – nei mesi scorsi ma anche storicamente.
La tragedia ha avuto immediate ripercussioni. Nei palazzi della politica fioccano destituzioni e dimissioni; in parlamento alcuni partiti hanno proposto una mozione di sfiducia al governo, mentre gli stessi Fratelli musulmani cercano di smarcarsi dall’imbarazzante alleanza con i militari indicandoli come responsabili dell’accaduto. Ma soprattutto è sul piano umano e sociale che la strage di Port Said sta avendo conseguenze. Al Cairo i tifosi, anche di squadre rivali, sono tornati insieme in piazza Tahrir chiedendo le dimissioni del generale Tantawi, ricevendo la solidarietà di chi nella piazza già manifestava per una seconda rivoluzione e per la cacciata dei militari. Ieri e ancora oggi la mobilitazione si è spostata al ministero dell’Interno dove la polizia ha sparato colpi d’arma da fuoco (due morti accertati) e lacrimogeni (oltre 700 persone intossicate).
Ad un anno dalla caduta di Mubarak e dagli straordinari 18 giorni dell’agorà di Tahrir, si vuole fermare con ogni mezzo la rivoluzione in Egitto. Alle sue parole d’ordine di pacificazione, i poteri oppressivi di sempre contrappongono le manovre politiche e il bagno di sangue, reclutando manovalanza nei settori più retrivi della società. Siamo solidali con la gente comune protagonista della rivoluzione, al loro fianco per la cacciata della Giunta assassina e dei suoi complici.

 

 

 

 

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a fianco delle rivoluzionarie e dei rivoluzionari siriani

rilanciamo l'iniziativa e rafforziamo la solidarietà

Un altro fine settimana di sangue in Siria. I reparti speciali del regime e le sue milizie paramilitari hanno ucciso altre centinaia di persone, in particolare a Homs e al confine con il Libano. Spicca l'ennesima strage di bambine e bambini ( il regime ne ha uccisi oltre 400 in dieci mesi).
È in atto un' escalation stragista che ribadisce e sottolinea la natura del regime di Assad e al tempo stesso ne dimostra le difficoltà sempre più grandi ed ormai qualitative a fronteggiare il coraggio e la forza della rivoluzione siriana. Sono ormai innumerevoli le diserzioni di soldati e ufficiali, e si approfondiscono palesemente le crepe ai vertici e all'interno dell'esercito, pilastro fondamentale del dominio, che insieme ai servizi e alle milizie hanno provocato un numero esorbitante di morti e di feriti, decine di migliaia di prigionieri e distruzioni inenarrabili.
Questa opzione stragista ha dei contraccolpi comprensibili e complica la situazione, ma non sta riuscendo a fiaccare, non si dica a far arretrare la rivoluzione, che anzi coinvolge quasi tutti i centri abitati del paese, con epicentro a Homs e Hama, non a caso specialmente bersagliati, mentre cresce la determinazione e si moltiplicano le prove di coraggio delle rivoluzionarie e dei rivoluzionari siriani.
Tale dinamica e queste prove di coraggio e tenacia sono tanto più rilevanti considerando che essi fronteggiano una vera e propria controrivoluzione mondiale e una convergenza senza precedenti di tutti i poteri oppressivi: gli alleati dichiarati di Assad, con in testa il regime reazionario iraniano, la Russia e la Cina, l'Hezbollah, ma anche gli Stati dell'area e la Lega araba attraverso cui agiscono, che stanno a guardare e mandano “osservatori” capeggiati da uno dei principali massacratori delle popolazioni del Darfur in Sudan, augurandosi - sempre più invano - che nel frattempo i macellai di Damasco riescano a soffocare la rivoluzione. Queste aspettative sono condivise, anzi traggono ispirazione ed appoggio sostanzioso dalle potenze democratiche, che continuano a fare proclami ipocriti contro Assad e di fatto ne auspicano la permanenza finché non gli avranno trovato un'alternativa credibile dal punto di vista del dominio e dell'oppressione nel paese e nell'area.
Nei giorni del primo anniversario della rivoluzione egiziana in cui l'agorà di piazza Tahrir torna a riempirsi, il coraggio e la forza della nostra gente, in primo luogo dei popoli arabi, si conferma la base fondamentale su cui si può dischiudere un futuro diverso per le genti della Siria.
Il sostegno alle nostre sorelle e ai nostri fratelli rivoluzionari siriani non arriverà mai ed in nessun modo da alcuno Stato né altro organismo oppressivo regionale e sovranazionale. È più che mai importante ed urgente la solidarietà forte e chiara di tutte e tutti noi con la rivoluzione siriana, cuore pulsante dell'ondata rivoluzionaria che ha ridato speranze e aperto la strada a milioni di donne e uomini finora schiacciati da feroci dittature sostenute dal sistema e dalle democrazie occidentali.
Come Socialismo rivoluzionario abbiamo da mesi preso l'iniziativa in questo senso ed intendiamo intensificarla ed espanderla, rivolgendoci a tutti i settori più sani e reattivi in Italia, cominciando dalle comunità siriane e arabe che vivono in questo paese. Incontriamoci ed uniamoci, per far conoscere la causa e sostenere la nostra gente che lotta per una vita migliore e la dignità umana, che ha bisogno di noi e ci sta indicando la strada.

La presidenza della VI Conferenza di Sr

28/2/2012

 

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piazza Tahrir nuovamente gremita,
manifestazioni in tutto l’Egitto

la vitalità della rivoluzione

 
Piazza Tahrir è piena. Persone comuni, dai quartieri dell’immensa metropoli, affluiscono in decine di cortei o a gruppi; alla fine sono centinaia di migliaia in piazza, nella loro piazza così ricca di umanità e di significati. Oggi, un anno fa, cominciavano i 18 giorni di mobilitazione che hanno portato alla caduta di Mubarak, capo incontrastato dell’esercito e dello Stato per circa trent’anni. Milioni di donne e di giovani, di anziani e di bambini hanno sfidato la paura inventando uno spazio di libertà, si sono uniti conoscendosi e dialogando, hanno cominciato ad apprendere la propria forza pacificatrice difendendosi da quella assassina del regime, hanno cominciato a cambiare la propria vita direttamente.
La rivoluzione della gente comune è viva e presente, in Siria e di nuovo in Egitto, perché la manifestazione di oggi va ben oltre la commemorazione rituale; piuttosto, essa esprime una determinazione a cambiare la vita davvero, a non accontentarsi di avvicendamenti al vertice, a non delegare semplicemente alle urne il proprio futuro. Molti sono in piazza esprimendo allo stesso tempo consapevolezza ed orgoglio, ma anche rabbia e determinazione. Lunghi striscioni recitano dai balconi i nomi dei martiri, parenti ed amici vogliono giustizia; sono in molti a riprendere lo slogan di una seconda rivoluzione per strappare ai militari il potere ingenuamente consegnato nelle loro mani un anno fa.
La giornata di oggi è un  monito alla Giunta militare, costretta sulla difensiva. Essa si è macchiata di odiosi crimini prima e dopo la caduta del raìs: nell’ultimo anno un centinaio di manifestanti uccisi e molti di più feriti, migliaia processati da tribunali militari e incarcerati. Oggi i suoi vertici si nascondono dietro l’indiscussa autorità della rivoluzione e dichiarano il ritiro dello stato d’emergenza. A loro volta i Fratelli musulmani, vincitori alle elezioni, cercano di ridurre il significato di questa mobilitazione ad una festa: più volte hanno dichiarato la loro contrarietà ad una “seconda rivoluzione”, parola d’ordine di tante avanguardie. Siamo con questi ultimi, per la cacciata della giunta assassina e per lo sviluppo della rivoluzione.
La giornata di oggi ci dice di risorse ancora generosamente intatte, di ulteriori, possibili accelerazioni. Ma qualunque sia il futuro prossimo dell’Egitto, la rivoluzione della gente comune, dalla Tunisia alla Siria passando dall'Egitto, è un cambio coscienziale di enorme portata.

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