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contro la guerra ed il terrorismo nel Mali

per l’autodeterminazione e la pacificazione

L’esercito francese e quello del Mali sono intervenuti militarmente per stoppare l’offensiva congiunta delle forze del Movimento per l’unicità ed il jihad in Africa dell’Ovest (Mujao), di al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), di settori di Ansar al-Dìn e forse del Movimento nazionale per la Liberazione dell’Azawad( Mnla) per conquistare La città di Konna e aprirsi la porta verso il sud del paese. La Francia è intervenuta raccogliendo la richiesta formale del presidente del Mali ed ufficialmente per contribuire alla riconquista del Nord, nonché in nome della lotta contro il terrorismo. Nel frattempo si è accelerato il processo di costituzione della forza multinazionale sotto bandiera della Cedeao e mandato  dell’Onu, il cui intervento era previsto per Settembre. Nei prossimi giorni il Burkina Fasso, il Niger ed il Senegal invieranno ciascuno un contingente di 500 soldati e la Nigeria sta a sua volta valutando come intervenire.

È cominciata una guerra che coinvolgerà tutto il Mali ed  in misura diversa ma diretta l’insieme dei paesi confinanti, in particolare il Niger, il Burkina Faso, il Senegal e la Mauritania. E che non si concluderà con la sola sconfitta militare di uno o dell’altro schieramento, perché non si tratta soltanto di uno scontro tra due eserciti. Siamo di fronte ad un nuovo scontro tra poteri oppressivi statali regionali e mondiali, capeggiati dalla Francia, ex potenza colonizzatrice, e forze jihadiste terroriste che aspirano anch’esse a dominare, opprimere e sfruttare, richiamandosi all’Islam e sfruttando le aspirazioni indipendentiste di alcuni settori di popolazioni, nello specifico i Tuareg del Mali.

Il valore della vita ed il rispetto della dignità umana, cominciando da quella delle donne, non interessano alcuno degli schieramenti. Lo hanno dimostrato le formazioni politico-religiose che da nove mesi stuprano, torturano, uccidono e terrorizzano tutte le popolazioni del nord, mentre la Francia e gli altri paesi hanno deciso di intervenire solo di fronte all’imminente presa del punto strategico di Savare, che avrebbe aperto la strada alla conquista di Mopti e poi di tutto il Sud, fino a Bamako e oltre. Non preoccupano le sorti delle popolazioni del Mali ma la sua integrità territoriale, ossia degli assetti utili al controllo e al dominio, che rischiano di perdere a beneficio di Aqmi.  A questa guerra le popolazioni, in primo luogo e sopratutto del Mali, poi dell’insieme dell’area saheliana pagheranno nell’immediato, chiunque vinca, un pesante prezzo in termini di vite umane, di condizioni di esistenza e dal punto di vista delle relazioni tra le sue diverse componenti etniche, nazionali e religiose. Per questi motivi si tratta innanzitutto e sin da subito di impegnarsi per l’autodeterminazione e per la possibilità per le persone di decidere della propria vita e di come vivere insieme, rispettandosi reciprocamente ed operando per il bene di tutte e di tutti. Si tratta di un impegno complicato e difficile, anche in ragione di una storia che incide pesantemente nelle relazioni tra etnie e nazionalità. Ma si tratta della possibilità umanamente concreta, che può cominciare dalla tolleranza e dalla ricerca di pacificazione, che rappresenta  l’alternativa migliore e l’unica speranza per la sicurezza ed il benessere di tutte e di tutti.

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Strage in una scuola di Newtown, Connecticut (USA)

Per la vita contro la barbarie armata

Nella mattina di oggi, 14 dicembre 2012, un uomo, Adam Lanza, è entrato con pistole ed armi d'assalto per uccidere in una scuola primaria di Newtown, Connecticut: le vittime ad ora accertate sarebbero 29, di cui 22 fra bambini e bambine, un'intera classe d'asilo. L'uomo, ucciso durante la vicenda, era il figlio di una delle maestre della scuola, anch'essa uccisa dall'autore della strage.
L'atrocità di questo atto di barbarie supera persino i più orrendi precedenti come le stragi di Columbine e di Denver, manifestazioni dell'uccidibilità che si diffonde in società tanto imbarbarite quanto sempre più armate, che sembrano di volta in volta destinate a peggiorare oltre ogni immaginazione. Perchè in questo caso sono stati scientemente e deliberatamente scelti come obiettivi e sono stati principali vittime bambini e bambine nel loro luogo di vita, dove quotidianamente si recano, crescono e giocano. Tanto è forte il nostro stringerci nel ricordo di coloro che sono stati uccisi e nella solidarietà con i loro cari, tanto è profonda la rabbia per la perdita di queste vite e tutto ciò che simboleggia. Mentre sulla dinamica delle vicende vi sono ancora delle ipotesi – è possibile che l'assassino abbia ucciso anche il padre e forse un fratello e che avesse dei complici –, alcune certezze della loro sostanza vanno riconosciute. 
Colpire bambini e bambine significa colpire la gioia ed il fiore della vita e significa colpire chi è più inerme e più distante dalla possibilità stessa dell'idea della morte violenta. L'uccidibilità terrorista più cruda colpisce al cuore la vita stessa e la stessa idea della vivibilità. Almeno un maschio adulto malato di odio è l'autore di questa ennesima orrenda strage, come nel caso delle molte uccisioni di donne, che la vita la garantiscono e la curano a partire da quella dei piccoli, in tragica escalation anche nel nostro paese. È in atto un ulteriore orribile salto di qualità della barbarie che tinge di sé in queste forme paesi che sono vertice e parte di un sistema democratico la cui decadenza irrefrenabile si manifesta anche così.
È un allarme gigantesco per le nostre vite e le nostre prospettive: molti bambini vengono uccisi ogni giorno sul pianeta, in guerre, in famiglia, vittime di terrorismo e di lavoro, e da oggi anche nella loro scuola in un giorno qualunque. L'orrore di questa giornata deve significare un punto di non ritorno e chiarisce la centralità di una battaglia per la vivibilità contro l'uccidibilità.
Non ritorno significa guardare in faccia la realtà, nessuna giustificazione e nessuna sottovalutazione di quanto è accaduto e sta accadendo: quest'uomo non era un pazzo, ha ucciso deliberatamente e scientemente per colpire bambini e la madre oltre al padre e forse altri, per colpire la vita stessa. Era forse malato, ma di odio contro la vita: un male che si contrae, perchè si sceglie di farsene contagiare, nella barbarie odierna, che mette all'ordine del giorno l'uccidibilità promossa in primo luogo dagli Stati nelle loro guerre, con le loro armi, con la loro violenza, con la loro pena capitale, ma che continua nelle città, nelle famiglie e nelle coppie: in queste forme, finora, sempre ad opera di maschi adulti, che siano reduci di guerre, neonazisti dichiarati come nel caso di Breivik, il terrorista di Utoya ed Oslo, o "semplicemente" stragisti che odiano le altre e gli altri, cioè la vita.
La diffusione di armi negli Stati Uniti, per queste condizioni sociali, è una mina pronta ad esplodere in qualunque momento ed in modo sempre peggiore. Ma gli interessi dei produttori e il degrado per cui una società ritiene di armarsi sempre più sono ostacoli troppo grandi perchè essa venga disinnescata. È difficile pensare che persino questo orrore scuoterà chi su questo lucra, economicamente o politicamente, e l'America profonda che corre ad armarsi; è fondamentale che cresca una battaglia per la vita, contro l'uccidibilità proliferante in tanta decadenza.

14 dicembre 2012, ore 21.30

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grandi mobilitazioni a Il Cairo ma:

la politica divide, anche in Egitto

Questa settimana l’Egitto è stato scosso da vicende che hanno riportato alla memoria alcuni momenti della rivoluzione. Le mobilitazioni contro il decreto presidenziale e contro l’imminente referendum da lui voluto per varare la nuova costituzione hanno spinto ampi settori di società a mobilitarsi, ma anche a dividersi e a scontrarsi. Perciò sono morte sette persone e altre centinaia sono rimaste ferite. L’atteso discorso di Morsi giovedì non ha portato novità significative e sono continuati i presidi di fronte alla sua residenza, mentre nelle ultime ore filtrano voci di un possibile rinvio, condizionato, della data del referendum.

La situazione rimane confusa e in evoluzione. Al tempo stesso quanto successo questa settimana sollecita alcune considerazioni.

Nei cortei e nel presidio davanti ad Heliopolis oltre alle avanguardie di piazza Tahrir, che hanno continuato ad essere mobilitate, partecipano praticamente tutti i settori sociali coinvolti nella rivoluzione, e in mezzo ai tanti giovani, alle numerose donne, velate e non, si notavano anche settori islamisti probabilmente anche membri dell’organizzazione dei Fratelli musulmani. Si tratta dell’espressione più significativa dell’erroneità e della strumentalità di chi spaccia quanto in atto come scontro tra democrazia ed islamismo. Ancora prima e più della bozza di Costituzione a provocare le reazioni è stato il decreto con cui Morsi si è attribuito poteri esorbitanti, evocativi dei tempi della dittatura, in un paese cambiato dalla rivoluzione, le cui popolazioni si erano mobilitate ed unite per la dignità e la libertà e non si lasciano più trattare da sudditi timorosi e passivi. Morsi ha cercato di sfruttare il “successo” nella mediazione tra Israele e Hamas ma non ha considerato abbastanza questo fattore. Ed insieme a lui la Casa Bianca ora in imbarazzo, che lo sostiene per necessità e che dimostra ancora una volta l’incapacità a comprendere la realtà umana di quest’area e non solo.

Al tempo stesso è significativo che le mobilitazioni siano principalmente ispirate da questioni istituzionali. Non a caso personalità come al-Baradai o Amr Moussa e formazioni politiche vi trovano uno spazio ed una parvenza di spessore che non avevano mai avuto né durante né dopo Piazza Tahrir.

Più profondamente, il peso esorbitante delle questioni istituzionali, il vicolo cieco che da questo punto di vista spiega lo scontro tra i poteri e le stesse difficoltà dei Fratelli musulmani - la formazione che ha il maggiore radicamento sociale, le cui divisioni interne si trasformano in crepe provocando le dimissioni di consiglieri di Morsi e di esponenti dell’organizzazione – sono la dimostrazione che non esistono risposte politiche ed istituzionali alle esigenze ed aspirazioni al miglioramento della vita che animano milioni di Egiziani, contrariamente a quanto loro stessi speravano ed in qualche modo continuano a sperare. Emblematicamente le mobilitazioni questa volta si concentrano di fronte al Palazzo presidenziale e non a piazza Tahrir, dove prima si era costituita una vera e propria agorà rivoluzionaria della gente comune. I militanti dei Fratelli musulmani, coinvolti insieme ad altri nel servizio d’ordine a difesa di questa ora si schierano, allenati ed armati, a difesa del Palazzo dove alloggia un esponente della loro parte. Per la prima volta si registrano numerosi morti e centinaia di feriti non a causa della repressione da parte dell’esercito ma di scontri tra settori sociali, tra pro e anti Morsi. Anche in Egitto la politica non riesce a dare risposte positive e benefiche ai bisogni e alle aspirazioni profonde della gente, mentre la divide inevitabilmente, approfondisce le divisioni esistenti e crea nuove lacerazioni. Sono alcuni degli aspetti più preoccupanti e problematici in mezzo alle incertezze che oggi attraversano l’Egitto, verso i quali piazza Tahrir aveva abbozzato preziosi elementi di risposta da riscoprire e coltivare.

 

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Ilva

Con la popolazione tarantina
Per la vita e la salute contro i padroni dell’Ilva e la corruzione statale

Il Gip di Taranto ha disposto sette arresti dei dirigenti dell’Ilva con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione. È ampiamente provato che i Riva, padroni dell'Ilva, hanno causato un disastro ambientale provocando la morte e la malattia di tante perone a cominciare da quelle che lavorano e hanno lavorato nello stabilimento. Con grande cinismo – nelle intercettazioni telefoniche pubblicate – Riva commenta i danni che la sua azienda procura sostenendo che “uno o due tumori in più all’anno sono una ‘minchiata’”. Da ciò che emerge dalle ordinanze dei giudici risulta chiara la corruzione che ha investito a diversi livelli le istituzioni statali, la Regione e addirittura autorità ecclesiastiche per tacere sul gravissimo attentato alla salute.
Le conseguenti misure padronali dopo questa ordinanza non si sono fatte attendere: sono contro gli operai che ora rischiano il licenziamento e sono sottoposti ad un odioso ricatto tra lavoro o salute. Siamo al fianco delle persone che lavorano e della popolazione tarantina. È da loro, dal loro protagonismo se ci si unisce in chiave solidale che può emergere una soluzione umana al dramma che sta vivendo Taranto. C'è bisogno che le energie e le competenze migliori che ci sono in questa città si uniscano per ridefinire sulla base di criteri e valori di difesa della vivibilità e della salute un piano di disinquinamento e di sviluppo che possa coniugare e garantire la salute e creando lavoro. In ogni caso la popolazione tarantina deve essere risarcita degli enormi danni subiti a cominciare dal fatto che Stato e padroni devono garantire lo stipendio a tutti gli operai.

Segreteria attività solidali di Socialismo rivoluzionario

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A proposito delle manifestazioni di Palermo di venerdì 16 novembre

Venerdì 16 novembre si sono svolte manifestazioni studentesche contro i tagli alla scuola previsti dal governo Monti. A Palermo si sono svolti due cortei, di cui uno si è concluso con scontri con la polizia, secondo un copione analogo a quanto avvenuto in altre città nelle mobilitazioni di mercoledì. Mentre denunciamo la repressione poliziesca e difendiamo il diritto dei giovani di manifestare per una scuola migliore e contro gli attacchi governativi, proprio per questo condanniamo fermamente la logica violentista e reazionaria che si è espressa in particolare nel corteo che si è concluso davanti al palazzo della Regione, ed è stata riecheggiata da una parte degli studenti presenti. Tali settori, che cercano volutamente lo scontro con la polizia, ripropongono una logica machista e bellica totalmente distruttiva analoga a quella delle forze di polizia statali, alimentano le divisioni e impediscono il protagonismo positivo e solidale dei giovani di cui invece c’è enorme bisogno per riconcepire una scuola diversa basata su valori positivi, aperta a tutti e più vivibile.

Socialismo rivoluzionario – Palermo

 

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